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L’esordio di Adriano Valerio con Banat (Il Viaggio)

Adriano Valerio è una delle nuove facce del cinema italiano, un cinema che narra di una gioventù spaesata, di una gioventù che deve far fronte all’età adulta. Indirettamente diviene promotore di una generazione alla ricerca di una propria strada oltre i confini della propria patria. È romanziere della “fuga di cervelli”, di una generazione che per trovar fortuna emigra per costruire un progetto a lungo termine. Il suo cinema segue queste orme tematiche già dal suo cortometraggio 37°4 S (vincitore di numerosi premi tra cui un Certain Regard a Cannes); ed ora si presenta al grande pubblico con Banat, in competizione l’anno scorso alla Settimana della Critica a Venezia, ed ora in concorso come Miglior Regista Esordiente ai David di Donatello.

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Room e la claustrofobica realtà

Room è una delle grandi novità del 2016 che spaventa per la sua immensa capacità di immedesimazione nello spirito di un bambino di 5 anni. Film tratto dallo storico caso Fritzl, pone delle domande forti su quanto sia difficile l’integrazione di un essere umano nella società e, su quanto la perversione umana si spinga a livelli non concepibili da menti razionali. Accuratamente strutturata da Lenny Abrahamson, la vicenda va a fondo nell’analisi ante e post climax narrativo.

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L’Unione (europea) chiude bottega

Venerdì 18 marzo si è concluso a Bruxelles il vertice europeo tra i ventotto stati membri e la Turchia, e alla fine è arrivato l’accordo per gestire l’emergenza migratoria.

Le misure dovrebbero essere eseguite già da oggi, e prevedono diverse violazioni del diritto internazionale e di quello europeo, oltreché un evidente tradimento dei valori fondanti della stessa Unione.

Per chi ancora nutre qualche dubbio, o qualche speranza, che questo nostro processo d’integrazione europea non si sia risolto solamente nella rinuncia dei rispettivi interessi nazionali a vantaggio del potere finanziario continentale e mondiale; per chi ancora crede che non si tratti solo dello strangolamento economico perpetrato ai danni dei paesi del sud Europa in nome di una stabilità dei prezzi fine a se stessa, che perseguita con miope convinzione impedisce la piena occupazione della popolazione, nonché la spesa pubblica necessaria al sostentamento dello Stato sociale, se parlar di esso è ancora lecito; per chi ancora tenta di convincersi che questa Unione ponga le proprie radici e agisca seguendo la stella polare dei valori costituzionali e democratici, peraltro sanciti in vari Preamboli dei propri trattati istitutivi, quali: la dignità umana, la libertà, l’uguaglianza, lo stato di diritto, il pluralismo, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà, la non discriminazione e soprattutto il rispetto dei diritti umani; per tutti questi individui colmi di ingenue speranze è arrivata la doccia gelata, un clamoroso tradimento di tutti quei valori da sempre sbandierati con fiero orgoglio, sui quali si è costruito quell’illusorio senso di superiorità della cultura giuridica e della società europea, culla dei diritti fondamentali dell’uomo, solido baluardo che ne impone il rispetto e vigila attentamente su di esso. (altro…)

Ave, Cesare! Lo stereotipo che rievoca gli stereotipi

Ancora una volta i fratelli Coen tornano al cinema con una commedia sottile e ironica. Riprendono la tematica della “macchina di Hollywood” per ricreare un cinema che parla del cinema stesso. Lo fanno con una mente lucida e creativa per poter donare ad un lontano passato una patina brillante e mai banale.

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Museo del fascismo: un grave errore in questi tempi bui

La notizia di un certo progetto aleggia da diverse settimane. Si tratta di una pensata di Giorgio Frassinetti, sindaco (Pd) nientemeno che del comune di Predappio. L’idea è di creare, all’interno di una ristrutturata Casa del Fascio, un Centro di documentazione sul ventennio fascista. A Predappio.

Secondo le rosee aspettative del sindaco il museo aprirebbe nel 2019, con un costo complessivo di 5 milioni di euro, 4,5 dei quali stanziati con fondi pubblici tra Comune, Regione e Governo.

Tra le voci che sono circolate vi era anche quella di una supervisione dell’A.N.P.I. Nulla di vero tuttavia, l’Associazione nazionale partigiani italiani ha subito smentito, in una nota, di avvallarlo.

Chi scrive ha certamente la convinzione che la cultura sia una tra le armi più efficaci; sicuramente è necessario fare i conti con quel disgraziato periodo, è sacrosanto e doveroso spiegare i motivi storici, politici e sociali per i quali si sia scivolati negli abissi del totalitarismo. A guardare i nostri vicini tedeschi lì un gran lavoro sulla memoria e sulle atrocità del nazismo è stato fatto, per tutto il paese, da Berlino, a Monaco. La figura storica di Adolf Hitler pesa come un insostenibile fardello sulla pubblica coscienza di tutta la nazione.

Già, ma qui non siamo in Germania. (altro…)

Roberto Saviano e la necessità dell’intellettuale engagé

Qualche giorno fa lo scrittore Roberto Saviano ha criticato apertamente il Ministro della Repubblica Boschi, richiedendone le dimissioni per motivi di opportunità politica.
Il suo ragionamento è ineccepibile:

Delle due l’una, o il Governo non agisce in alcun modo per evitare il fallimento di Banca Etruria, oppure ne prevede il salvataggio chiedendo però, previamente, un passo indietro al Ministro.

La vicenda è divenuta arcinota dopo il suicidio del pensionato Luigino D’Angelo, evento che ha aperto una discussione pubblica sulla necessità del decreto salva-banche, sulle sue modalità, ed infine sul confitto di interessi, evidentissimo, del Ministro.

Nel nostro paese siamo ormai assuefatti al conflitto d’interessi di un esponente del governo, ci abbiamo convissuto per un ventennio. Anche se è ovviamente pur vero che le dimensioni delle due situazioni sono molto diverse, si sta in ogni caso discutendo del medesimo tema.
Ed è proprio in relazione alla trattazione pubblica di esso, che aumenta, forte, la preoccupazione, poiché il nuovo governo, instauratosi peraltro con coup de théâtre da Prima Repubblica, aveva promesso un serio giro di vite in materia. Si trattava, come ovvio, di false promesse, fumo negli occhi degli smemorati elettori. Ciò che più infastidisce però è in realtà la memoria corta di certa stampa e certe opposizioni, finché l’argomento era caldo sarebbe stato necessario battere il ferro di una proposta di legge, e invece nulla, tabula rasa.
Sedata ogni voce contraria, grazie anche alla inadeguatezza delle alternative rappresentate dal consent-hunter Salvini e dal non chiaro, e ancora troppo confusionario, universo cinquestelle, si attacca chi discute le scelte dell’esecutivo dipingendolo come un deprecabile sostenitore delle due inidonee alternative. La critica ormai pare non essere più contemplata dal potere: è un’insopportabile e fastidioso grattacapo, e ne viene indirettamente negata la legittimità stessa.

 Tutto ciò si evince anche dalle rabbiose reazioni alle parole di Saviano, che chiedeva chiarimenti in merito ad una vicenda troppo oscura. Una tra le più scomposte è giunta dal deputato di Scelta Civica (ammesso che esista ancora) Gianfranco Librandi: “Le dichiarazioni di Saviano servono più a una sua personale campagna promozionale, per vendere più libri e guadagnare, che a raccontare la realtà. Il suo attacco è fango puro, buttato addosso al Ministro per alimentare odio, sospetti e istinti giustizialisti.” (altro…)

Lo sBloggo

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Caos, solo caos. Occhi aperti, quel leggero sentimento di nausea che mi pervade, mi alzo, ricado indietro. Mi appoggio al braccio, la luce penetra esile dalla tapparella abbassata male. Cosa è successo? Due minuti di vuoto. Sprofondo nel letto, ma lentamente risorgo. Non ho più il fisico.

R. Rosenquist

Il bloggo è un compagno di vita, l’unico scoglio cui è comodo aggrapparsi, la divinità alla quale molti dell’umanità, della mia generazione, o perlomeno il sottoscritto, sono purtroppo devoti. (altro…)

Canaday: un critico senza bloggo

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Terrence Stamp in Big eyes, nel ruolo di John Canaday

The smell of money è un romanzetto che racconta un intrigo nel mondo dell’arte dalla particolare prospettiva del giovane pittore Bill, con toni arguti ed atmosfere raffinate. Nulla di che, in definitiva.
Se questo giallo di poche pretese ha un mercato oltre le bancarelle “Tutto a un euro”, tanto da venire specificamente ricercato in rete tra decine di crime novels anni ’40 esattamente identiche per pregio narrativo e spessore letterario, la ragione è una sola: Matthew Head ne è l’autore.
Dietro questo pseudonimo si nasconde infatti il nome più noto del critico d’arte americano John Canaday (1907-1985), recentemente portato sul grande schermo dalle fattezze aguzze di Terence Stamp nel film Big eyes di Tim Burton – come abbiamo già visto, una pellicola pregna di riflessioni interessanti.

Siamo dunque di fronte ad un divertissement letterario, lo svago romanzesco di una penna che per diciassette anni è stata la colonna della rubrica d’arte del New York Times. Dal 1959 al 1976 la firma di Canaday ha avuto il potere di far nascere e declinare il mito di questo o quell’artista, favorire o ostacolare le carriere di pittori, scultori e movimenti. Non era certo condiscendente né timido, la sua posizione non glielo avrebbe permesso: il suo primo articolo, datato 6 settembre, appena pochi giorni dopo la sua nomina, scosse tutto il mondo dell’arte per la violenza con cui contestava le fila dell’Espressionismo Astratto, corrente simbolo dell’America di quegli anni, accusata di fondarsi su “incompetence and deception”, disvalori “che circondano questi artisti seri e talentuosi”. Inutile dire che si fece parecchi nemici e fu una delle persone più odiate nel mondo dell’arte fino a quando non si ritirò dalla professione per assecondare il suo estro letterario.
Eppure non credo che Big eyes gli renda giustizia quando lo ritrae un po’ altezzoso e un po’ incontentabile, sempre e comunque decisamente arcigno nelle sue stroncature dei Keane, i protagonisti del film.
La figura del giornalista (e con lui tutta la sua categoria) viene ridotta ad una caricatura, una sorta di versione in carne ed ossa del critico gastronomico represso Anton Ego, personaggio del film d’animazione Disney Ratatouille. Anche le citazioni proposte con eloquenti primi piani del volto severo di Stamp in dolcevita lo confermano: questi imbrattacarte sono dei raffinati rompipalle il cui compito principale consiste nel denigrare ciò che piace alla gente.

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Il vero John Canaday

Però nella realtà storica John Canaday non era un vecchio hipster ante-litteram; è stato invece un personaggio di spicco nel panorama artistico americano tra gli anni sessanta e settanta dello scorso secolo. In un periodo in cui gli Usa oscuravano il mondo con la loro ombra, proponendo il loro modello tanto insistentemente in qualsiasi ambito che ogni manifestazione sociale, economica e culturale non poteva che essere “americana” o “anti-americana” tout court, Canaday è stato consapevole dell’importanza del suo lavoro e ha cercato di svolgerlo al meglio seguendo le proprie più radicate convinzioni, contribuendo così a traghettare la figura professionale del critico nel mondo capitalistico.
“Non è nulla più che arte decorativa, priva di ogni sostanza” mi sembra di sentirlo tuonare a proposito di Rothko, di cui disprezzò (o quantomeno deprezzò significativamente) l’approccio “less is more”. Personalmente, ritengo che quei quadri rappresentino invece l’approssimazione più vicina all’Assoluto estetico che uomo possa plasmare; due visioni diametralmente, direi quasi visceralmente, opposte. Eppure non devo scendere ad alcun compromesso per concordare con questa imparziale osservazione di Canaday: “l’arte di Rothko stimola una sorta di auto-ricezione nell’osservatore ma i suoi estimatori viziano questo considerevole potere ponendo l’attenzione sui suoi limiti” laddove l’essenza dell’opera non può che trascendere la materia per diventare molto semplicemente, Colore.

Ecco chi era l’alter ego di Mattehw Head. Una persona intelligente, conscia delle responsabilità che la pubblicazione a mezzo stampa di un’opinione porta con sé, capace com’è di influenzare profondamente il pubblico – ciò succedeva quando per seguito e credibilità la stampa era ancora degna di questo nome.
In due parola, era onesto cioè proteso alla comprensione e interpretazione dell’arte più che alla sua categorizzazione in “bello”, “brutto”, “accettabile” e “indecente”. Sul suo essere conservatore, talvolta persino reazionario, bisogna considerare l’influenza dall’epoca in cui era nato; la passione per i classici, Rubens, Dalì e i Fauves; gli studi nella tradizionalista Yale; l’esperienza nei Marines durante la seconda guerra mondiale. In ogni caso queste contingenze non gli hanno impedito di sviluppare alcune posizioni profondamente moderne, o quantomeno molto applicabili all’attuale stato dell’arte.

Infatti al di là dell’opposizione alla New York School, la crociata per cui Canaday è conosciuto (perduta esattamente come le Crociate storiche), il critico ebbe sempre un grande rispetto per l’artista in quanto lavoratore.
Forse perché in lui rimase indelebilmente nitida la memoria di quanto la Work Projects Administration, agenzia governativa creata durante il New Deal, fece all’epoca della Depressione in favore degli artisti americani, “degli esseri umani impegnati in un’occupazione legittima”. Un sostegno che non era elemosina e sussidi, ma la giusta retribuzione per un lavoro ritenuto importante e degno di essere salvaguardato, al pari dell’industria (che comunque, ad oggi neanche quella è tanto ben messa).
Mentalità d’altri tempi – che però mi ricorda tante discussioni con coetanei alla ricerca di un impiego in campo artistico che sia riconosciuto economicamente e quindi socialmente. In questo la funzione di critico è preminente: impedire che la società si addormenti poggiando sul suo stesso addome, fare in modo che veda non solo la bellezza ma anche la sua utilità.
Canaday non vedeva la grande arte come il lavoro di filosofi stoici e intellettuali, ma di gente che lavora duro e che si guadagna da vivere col lavoro della mente. E con pennelli e tele, come è sacrosanto che sia.

Giulio Bellotto

Allontanatevi per guardarci meglio

Dopo il bel messaggio di felicità e speranza che abbiamo lanciato a Natale, proclamando che solo la fede, la poesia e l’amore possono scoprire la bellezza del mondo, eccoci scivolati nel 2015. Mentre ancora sbagliamo a scrivere l’anno nella data, si aggiunge un giorno da ricordare: il 7 gennaio.
Dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo abbiamo preferito osservare un rispettoso silenzio e non soffermarci sul fatto di cronaca, anche perché un commento ponderato necessita di una distanza e di una riflessione più approfondita.
Non abbiamo neanche trattato l’importante argomento della libertà d’espressione, perché in fondo cos’altro ci sarebbe d’aggiungere?

E’ interessante, d’altro canto, vedere lo sviluppo delle mobilitazioni di questi giorni: slogan e immagini si sono sprecati e si rincorrono nella rete. Le matite nei cannoni, “io sono”, “io non sono”. Da che parte dobbiamo schierarci?  Laddove l’incontro tra concittadini di cultura e religione diversa già da tempo è diventato diventato guerra, il dialogo ha perso in partenza. Non c’è la fazione dei vincitori, i buoni contro i cattivi, perché come diceva mia nonna “a litigare si è sempre in due” e le ragioni degli uni si confondono nei torti degli altri.

Nonostante queste considerazioni, come essere umano non posso rimanere insensibile davanti a questo bombardamento di vignette e manifestazioni di solidarietà. In particolare una mi ha colpito per le sue implicazioni.

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Il disegno è stato realizzato dall’artista Bansky come simbolo di sostegno a Charlie Hebdo. La matita non è una coda di lucertola che rigenera se stessa, ma dalla stessa nascono due matite diverse, due pensieri diversi. Il senso dell’immagine probabilmente è che quando un pensiero viene attaccato si rafforza invece che indebolirsi, ma a me piace pensare che quella seconda mattina temperata dalle macerie della prima conservi un po’ dell’eredità di sua madre e allo stesso tempo porti in sé un tratto di innovazione e cambiamento, uno stile e una comunicazione diversa.

Così noi non ci vogliamo identificare in slogan, in pensieri preconfezionati e conformati, ci piace un pensiero che sia malleabile, gli interventi articolati e i confronti da cui nascono idee nuove diverse dalle premesse.
Sebbene nessuno più creda nei buoni propositi dai tempi dei fioretti alle elementari, il Bloggo spera sinceramente che il suo pensiero sia in continua evoluzione, di riuscire quando serve a criticare se stesso e che se la sua matita si spezzerà, ne possano nascere sempre di nuove.

Stay tuned

il Bloggo

Qualche considerazione esistenziale

In ogni momento della sua esistenza l’uomo sperimenta una condizione ben precisa, comune a tutti i suoi simili.
Ciò perché in quanto animale l’essere umano è necessariamente in relazione con un’ecosistema di cui fa parte; ma come creatura sociale nessuno di noi può esimersi dall’essere interdipendente da altri uomini, quindi aderiamo per scelta ad un’organizzazione comunitaria con cui nascendo stipuliamo un primordiale contratto sociale. Siamo parte di un sistema che determina la nostra cultura e ci instilla credenze e pregiudizi radicati come chiodi nel legno. Siamo legati ad un corpo fisico, ai beni materiali che possediamo; siamo connessi, o per meglio dire multi-connessi, ad una moltitudine di devices elettronici da cui riceviamo senza sosta input e stimoli. Condividiamo pensieri ed emozioni in una rete di informazioni che racchiude praticamente ogni aspetto quotidiano delle nostre vite.

Un’espressione, usata in una sit-com dallo spropositato successo (un vero e proprio prodotto culturale di questo decennio), descrive piuttosto bene lo stato in cui ci troviamo tutti noi: siamo legati ad altri oggetti su un piano inclinato elicoidalmente avvitato attorno ad un asse.
Il nostro punto di partenza risiede in questa metafora, così squisitamente scientifica ed asettica da essere adattissima a questi tempi in cui il puro sapere tecnico ha scalzato il metodo umanistico e ogni cosa è talmente sterile da essere diventata virtuale. Prendiamo atto che siamo incastrati, insomma.

Ma di questa bizzarra e inevitabile situazione qui ci interessa sopratutto la dimensione esistenziale, ovvero quella sensazione strisciante e un po’ viscida che Molly Sprayregen descrive in un recente articolo diventato ben presto virale. Questa sensazione noi la chiamiamo Bloggo: tutto ciò che è di impedimento al nostro cammino personale, professionale, intellettuale e culturale, ogni cosa ostacoli la nostra crescita. A volte, noi stessi impersoniamo questo sgradevole ruolo.
Il Bloggo è quindi l’Impedimento adottato come stile di vita, l’Ostacolo divenuto abitudine. A questo punto, nonostante l’imperante neo-scientismo economico e i poteri divini del wi-fi, solo sfogliando il Castiglioni-Mariotti ci si può accorgere di una curiosa coincidenza: entrambi questi lemmi derivano dal latino. Quel che ricordiamo del liceo ci basta ad osservare che  “impedire”, composto di “pes” cioè “piede”, letteralmente significa “legare i piedi” mentre “ostacolo” da “obstare” è “stare innanzi”.
Così una lingua morta ci parla, con grande sintesi concettuale, del nostro presente e di un cammino verso il futuro che si fa sempre più accidentato e difficoltoso vuoi per via delle catene di aspettative, paure, crisi economiche e sentimentali, vuoi perché ogni obbiettivo, diplomi lauree relazioni nuove case o nuovi impieghi, rimangono sempre di fronte a noi, appena oltre la barriera della perfezione possibile ma pur sempre fuori dalla nostra portata, dovremo attendere ancora..

In quest’accezione il Bloggo è sia una gabbia che un labirinto, in cui ripercorrere strade già battute da altri non è più una sicurezza di riuscita ma un pericoloso metro di paragone che si fa giudizio di noi stessi e degli altri. Molte di queste realtà, tante di queste gabbie creano un clima culturale tutt’altro che fertile in cui il fallimento di ogni progettualità è la logica conseguenza della mancanza di idee e di prospettive nella paradossale abbondanza di mezzi per esprimersi.
Internet è l’esempio perfetto della potenzialità addirittura eccessiva di cui la contemporaneità dispone: lo sviluppo della rete intesa come immediato collegamento di dati sensibili (perfino secretati ai tempi di ARPANET) non ha portato allo sviluppo di quell’enciclopedia globale teorizzata dal pionere dell’informatica Richard Stallman; la rete ha finito per diventare una trappola online in cui i contenuti sono diluiti da sciocchezze, errori o veri e propri nulla mascherati da una grafica accattivante.
Il World Wide Web è, in generale, un deserto in cui è più facile perdersi passando da link a banner a siti a domini e così via piuttosto che trovare un’oasi in cui riprendere fiato.

Per quanto ci riguarda, noi non ci stiamo. E allora abbiamo deciso di fare un bel respiro e aprire questo blog, un po’ per sfida un po’ per scherzo e un po’ per sbloggare la situazione.
E però sappiatelo, è un blog culturale. Qualsiasi cosa ciò voglia dire – secondo noi significa che ci si può parlare di tutto, ma nel modo giusto.
Ed è un blog che anche voi potete costruire con i vostri commenti o proponendoci argomenti e articoli.
Dunque godetevelo, questo Bloggo culturale, perché alla fine ammettiamolo, a volte bloggarsi può anche essere un conforto.

Il Bloggo