Room e la claustrofobica realtà

Room è una delle grandi novità del 2016 che spaventa per la sua immensa capacità di immedesimazione nello spirito di un bambino di 5 anni. Film tratto dallo storico caso Fritzl, pone delle domande forti su quanto sia difficile l’integrazione di un essere umano nella società e, su quanto la perversione umana si spinga a livelli non concepibili da menti razionali. Accuratamente strutturata da Lenny Abrahamson, la vicenda va a fondo nell’analisi ante e post climax narrativo.

Il film narra della storia di Jack (Jacob Tremblay), bambino di cinque anni, e di sua madre Joy (Brie Larson) segregati da cinque anni lui, e da sette lei, all’interno di una stanza insonorizzata. Per Jack il mondo è solamente questo spazio angusto, la televisione è solo una scatola magica, e oltre le quattro mura c’è solo il cosmo. Il fautore di tale crudeltà è Old Nick (Sean Bridgers), che ogni notte si palesa nella loro camera, serrata con un codice segreto conosciuto solo da lui, per abusare sessualmente di Joy.  La madre, al giorno del quinto compleanno di Jack, in preda ad una crisi isterica, decide di raccontargli la verità sul “cosmo”, ovvero un mondo abitato da miliardi di esseri viventi; in seguito elaboreranno un piano per fuggire dalla camera e ritornare alla normale vita sociale.

Film di estrazione indipendente colpisce tecnicamente per la veridicità del sound design e per la fotografia. Quest’ultima non esagera la realtà, non la incupisce né la fa scemare nella banalità del male. I mezzi cinematografici si mettono a disposizione della serie degli eventi, ma soprattutto della recitazione.

Brie Larson, vincitrice agli Oscar per la miglior interpretazione femminile, impressiona per la potenza espressiva del suo linguaggio del corpo; lei stessa si è voluta preparare a questo film riproducendo questa realtà chiudendosi in casa per un mese, senza internet, senza un telefono. Questo fa riflettere su quanto la preparazione nell’imitazione della realtà sia importante, su quanto possa potenziare una performance al fine di rendere giustizia ad eventi realmente accaduti. Lo stesso discorso vale per il giovanissimo Jacob Tremblay che propone una performance ai limiti della stabilità mentale di un infante: con purezza ed innocenza porta sulle sue spalle la durezza di un ruolo che pochi bambini sarebbero in grado di riproporre.

La bellezza di Room sta sull’abilità di non scemare mai in cliché narrativi, o in eccessivi contentini per il pubblico. Ogni qualvolta è vicino allo scadere il film riprende la semplicità e le vere emozioni per mantenere un filo logico costante. Altro punto a favore è la scelta narrativa di non far terminare la storia alla loro liberazione dalla stanza. Room, attraverso gli occhi di Jack, vuole analizzare la reintroduzione sua e di sua madre all’interno della società, e più nello specifico all’interno di una vita familiare. Il film diviene così anche un’analisi antropologica della socialità di due persone che sono state forzate all’asocialità.

È da pelle d’oca il fatto che il film ondeggi tra sensi di claustrofobia e di forte libertà; è da brividi la scena di liberazione di Jack (quando per la prima volta vede la “reale realtà”) fatta da due semplici riprese: una su Jack, e una su ciò che lui vede, ovvero il cielo. La musica accompagna dolcemente questa catarsi facendoci riflettere sulla libertà di cui disponiamo. Così Room senza eccessi, e senza estrema drammaticità, racconta una storia oscura che prende spunto da fatti di cronaca realmente accaduti. E questo film lascia l’acquolina in bocca nell’attesa di un futuro film da parte di Lenny Abrahamson.

Giovanni Busnach

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