Autore: bloggocultura

Jefferson Airplane: il viaggio verso Surrealistic Pillow

Sesso, droga, rock n roll, libertà, arte, poesia, Haight Street: era il paradiso terrestre

Non c’è molto altro da aggiungere alle parole del compianto Paul Kantner – tornerà protagonista in seguito – per descrivere cosa realmente rappresentasse agli occhi di una generazione la San Francisco Bay di metà anni ’60.
Questo è il periodo storico che si frappone tra il movimento beat degli anni ’50 e il nascente movimento hippie di fine anni ’60; un periodo di transizione generazionale e culturale, nel quale i ragazzi che a loro tempo vissero direttamente l’esperienza della Beat Generation  cominciano a superare la quarantina,  mentre le centinaia di migliaia di ragazzi che prenderanno parte al movimento hippie sono ancora adolescenti. L’atmosfera che si respira nell’area di San Francisco durante questo interregno generazionale viene immortalata perfettamente dalla figura di Ken Kesey, scrittore – anche se definirlo tale è sminuente –  e autore del romanzo capolavoro “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1962).
È proprio su questo background di trait d’union culturale che la nostra storia può cominciare.

Ero troppo giovane per essere un beatnik, ma troppo vecchio per essere un hippie – Ken Kesey

ken_keseySe anche voi foste vissuti in questo periodo e anche voi foste stati, come Kesey, “troppo giovani beatnik, ma troppo vecchi hippie”, ci sarebbero stati solo tre luoghi negli Stati Uniti d’America dove avreste voluto stare giorno e notte: Cambridge (Boston), Greenwich Village (New York City) e Berkeley (San Francisco Bay). A metà anni ’60, questi sono i tre principali centri di musica folk americana, dove regolarmente si esibiscono band e artisti in uno scenario beat. Kesey, che per carattere tende a portare ogni situazione all’eccesso, proprio non riesce a farsi bastare uno soltanto di questi tre centri focali giovanili: li vuole vivere tutti. È così che, a partire dal 1964, insieme a un gruppo di amici – prenderanno il nome di Marry Pranksters – organizzano mensilmente viaggi in scuolabus da Berkeley a New York a Boston, vivendo comunitariamente. Durante la permanenza in ciascuno dei tre luoghi, organizzano dei festini, aperti al pubblico, chiamati “Acid Tests”, nel corso dei quali assistono a esibizioni di varie band locali sotto effetto di LSD. È proprio l’abituale consumo di sostanze stupefacenti che rappresenta il vero punto di rottura tra la cultura beat e quella hippie.

Non passa molto tempo prima che Kesey diventi un nome noto alla scena beat e “proto-hippie” di entrambe le “coast” e sono moltissime le persone che iniziano a imitarlo. Uno dei luoghi prescelti da Kesey per questi stravaganti festini è una famosa coffee house di Berkeley, sede di numerosissimi concerti folk e blues, la Cabale Creamery, il cui fondatore, Chandler A. Laughlin III – oggi noto come Travus T. Hipp –  diventa uno dei primi a rimanere ammaliato dalla figura di Kesey e in generale dallo stile di vita dei Marry Pranksters. Nel 1965 Laughlin, ispiratosi a Kesey, consegna alla storia quello che può essere tranquillamente considerato come il primo vero festival musicale a sfondo psichedelico di sempre, il “The Red Dog Experience”. Ospitato dal celebre Red Dog Saloon nella piccola e desolata Virginia City (Nevada), il festival attrae qualche centinaio di ragazzi da tutta la California e si svolge in maniera confusionaria, senza una vera distinzione tra pubblico e artisti, tra palco e dancefloor e, soprattutto, con un unico aspetto principale: il consumo di peyote americano. Come si può immaginare, il “The Red Dog Experience” non sarà tanto ricordato per la qualità della performance, quanto per i nomi degli artisti partecipanti, la gran parte dei quali, solo un paio di anni dopo, sarebbero diventati i nomi di punta della scena musicale californiana: Big Brother & The Holding Company, The Charlatans, Quicksilver Messenger Service, Grateful Dead e, infine, dei giovanissimi Jefferson Airplane.

I Jefferson Airplane, nel periodo del “The Red Dog Experience”, sono poco più di una neonata e sconosciuta band di San Francisco, ruotante attorno le figure di Marty Balin e Paul Kantner. Il primo è uno dei co-fondatori del “The Matrix”, nightclub dell’area di San Francisco; il secondo è un giovane e promettente musicista bazzicante per la California in cerca di fortuna: nel suo periodo da gavetta, Kantner suona con gli allora altrettanto sconosciuti Jerry Garcia, David Crosby, Janis Joplin e vive tra Los Angeles, San Francisco, Santa Clara e Berkeley.
L’incontro tra i due comporta la nascita di una band creata per essere la resident band del The Matrix e, dopo aver reclutato la cantante Signe Toly Anderson, cominciano a suonare regolarmente nel night club di Balin.
La prima vera svolta – ve ne saranno due nella carriera degli Airplane – avviene nella seconda metà del 1965. La band, ingaggiata per un paio di esibizioni all’interno della Santa Clara University, viene presentata da Kantner a una sua vecchia conoscenza: il chitarrista Jorma Kaukonen.

jormaSu Jorma Kaukonen si potrebbe aprire un capitolo a parte lungo pagine intere dato che, a 25 anni ancora da compiere, può vantare una vita che sarebbe ricca di esperienze persino agli occhi di un cinquantenne. Nato a Washington, D.C. da una famiglia di origini finlandesi e russe, a causa del lavoro del padre, cresce dapprima nella capitale, poi nelle Filippine, dove entra in contatto con la musica folcloristica locale e comincia a suonare la chitarra. Torna nella sua città natale a 14 anni, dove incontra colui che sarà suo partner musicale a vita: il bassista Jack Casady. Con Casady fonda la band blues-rock The Triumphs, con cui perfeziona la sua conoscenza del blues. A 18 anni si trasferisce in Ohio per frequentare l’Antioch College, periodo in cui viene iniziato dall’amico Ian Buchanan – da non confondere con l’omonimo attore di “General Hospital” – all’arte del finger-picking. Dopo 3 anni si sposta in California, a San Jose, dove insegna chitarra in una scuola di musica e si esibisce dal vivo saltuariamente, accompagnando una giovanissima Janis Joplin e facendo la conoscenza di numerosi aspiranti musicisti locali, tra cui il nostro Paul Kantner.
Quando però nell’autunno del ’65 viene invitato dallo stesso Kantner a partecipare a una jam session con i nascenti Jefferson Airplane alla Santa Clara University, a diretta domanda se voglia unirsi in pianta stabile alla band la risposta è decisa: “no”. Lui?! Un purista del blues in una psych-rock band? No, meglio di no! E sarebbe anche un rifiuto definitivo se Ken Kesey, lì presente, non tirasse fuori dal suo scuolabus un delay che utilizzava per i suoi “Acid Tests”. Una volta collegato alla chitarra, Jorma scopre un mondo nuovo, il mondo delle meraviglie musicali della California, di cui i Jefferson Airplane saranno tra i principali portabandiera per i 5 anni successivi.

Con l’ingresso di Kaukonen, che nel frattempo ha fatto pressione su Balin e Kantner per accogliere in gruppo anche il fedele Casady, gli Airplane non solo diventano una band completa, ma anche e soprattutto una band unica. L’aspetto del sound che li caratterizza è lo stesso aspetto che caratterizza tutte le altre band dell’area di San Francisco nello stesso periodo storico: la componente psichedelica. Ciò però che li differenzia dalle altre è il fatto che mentre band come i Grateful Dead, i Big Brother & The Holding Company o i Quicksilver Messenger Service utilizzano il blues come genere di riferimento per comunicare l’aspetto psichedelico (Acid Blues), gli Airplane scelgono il folk (Psychedelic Folk-Rock). Ovviamente non mancano anche in loro le fondamenta blues – non dimentichiamoci che la loro chitarra principale è quella di Jorma Kaukonen – ma, a differenza dei “colleghi” sopra citati, è un blues utilizzato per colorare gli arrangiamenti e non proprio per aiutarsi nel processo compositivo, che infatti avviene soprattutto per mano di Balin e Kantner, non di Kaukonen e Casady.
Nel giro di un anno dalla loro formazione, la gente comincia lentamente a rendersi conto che nessuno, ma proprio nessuno, ha il sound dei Jefferson Airplane. Se ne accorge anche Matthew Katz, il più lesto tra gli addetti ai lavori ad aggiudicarsi la firma di Balin su un contratto. Katz, divenuto ufficialmente manager della band, li porta in studio con il produttore Tommy Oliver, per registrare un album sotto la RCA Victor Records, un album che prenderà il nome di “Jefferson Airplane Takes Off”.

Pubblicato nel settembre del 1966, “Takes Off” è un LP che unisce alla perfezione il folk e il blues alla componente psichedelica, ovvero quel tipico sound che già da qualche mese spopola tra migliaia di ragazzi californiani. L’album riscuote un considerevole successo negli Stati Uniti: le 15 mila copie vendute nella prima settimana (di cui più della metà soltanto a San Francisco) spingono la RCA a riprendere con grande urgenza le stampe. Come andava di moda in quegli anni, l’etichetta decide di omettere dalle ristampe il brano “Runnin’ Round This World” a causa di un testo con espliciti riferimenti al consumo di acidi. Tutt’ora a San Francisco e dintorni potreste trovare una delle 15 mila copie originali dell’album, il problema è il prezzo: dai 3 mila dollari a salire.
Jefferson Airplane - Takes Off - FrontSi può dire che con “Takes Off” i Jefferson Airplane prendono effettivamente il volo. Eppure, la seconda vera e definitiva svolta, deve ancora compiersi.

Il 15 Ottobre 1966, a pochi giorni dalla pubblicazione del disco, Signe Anderson lascia la band per partorire la sua prima figlia. Così Balin prende la palla al balzo per allontanare anche il batterista Skip Spence, una cui vacanza in Messico non preannunciata durante le registrazioni di “Takes Off” non è mai andata giù al resto del gruppo. In quell’occasione Spence venne sostituito dal batterista “jazz-oriented” Spencer Dryden, amico di Jack Casady, e anche questa volta a Dryden viene chiesto di sostituire Spence, in via definitiva però. Per il ruolo di cantante gli Airplane optano per la già nota Grace Slick – fino ad allora cantante dei The Great Society – per non alterare la peculiarità vocale della band, fortemente basata sull’intreccio di voci maschili e femminili.
L’alchimia musicale che si crea tra i membri dei “nuovi” Jefferson Airplane è qualcosa destinato a entrare di prepotenza tra le pagine più importanti della musica americana del XX secolo. Al suo interno si possono identificare tre anime (o coppie, se preferite) ben distinte: il duo storico Balin/Kantner, che dimostrò già in “Takes Off” di avere tutte le carte in regola per confermarsi una delle coppie più prolifiche sotto il profilo della composizione del panorama californiano; in grado di unire melodie fresche e incalzanti a una base musicale tradizionalmente folk, i due presentano regolarmene ai restanti membri del gruppo canzoni tanto meravigliose, quanto perfette per essere arrangiate in chiave “Airplane”. L’accoppiata Casady/Dryden, bassista e batterista di elevato spessore tecnico, è il motore del gruppo: le complesse linee di basso del primo si intrecciano perfettamente con le ritmiche semplici, marcate, talvolta tribali del secondo. La terza anima del gruppo è quella dal mood più “bluesy” e psichedelico: la chitarra blues stravolta dal delay di Jorma Kaukonen si alterna alla incredibile voce di Grace Slick, il cui contributo compositivo sarà di vitale importanza. Questi Jefferson Airplane danno vita in breve tempo a un album destinato a rivoluzionare per sempre la scena musicale americana, a influenzare per i decenni seguenti intere generazioni di musicisti e, soprattutto, a ricoprire il ruolo di “colonna sonora” di uno dei bienni più movimentati della storia recente dell’umanità.

Nel Novembre del ’66 la band entra negli studi della RCA per registrare il suo capolavoro. Nel frattempo però, per le strade di San Francisco c’è la netta sensazione che stia per succedere qualcosa di importante. Siamo all’inizio del 1967 e la Guerra del Vietnam sta vivendo l’apice della sua drammaticità: le forze statunitensi raggiungono il numero di 500 mila unità e le perdite superano le 70 mila, senza tuttavia che vi sia l’impressione di ottenere veri e propri successi. Il malcontento in patria comincia a lievitare, soprattutto nella fascia di popolazione tra i 18 e i 30 anni. In California – centro nevralgico del fermento giovanile – migliaia di ragazzi organizzano quotidiane manifestazioni, occupazioni e proteste contro la politica interventista del governo americano. La controcultura hippie, che negli ultimi anni si è notevolmente espansa, si schiera fermamente contro la guerra, tanto da diventare nell’immaginario collettivo uno dei maggiori simboli anti-interventisti di quegli anni. A Gennaio del 1967 Michael Bowen organizza un gigantesco “Human Be-In” all’aperto per le strade di San Francisco: è questo l’evento che introduce il movimento hippie all’intera nazione e al mondo. Nei giorni successivi, infatti, un evento simile verrà poi organizzato anche per le strade di New York. Il consumo di marijuana e di LSD – divenuto illegale dal 1965 – entra prepotentemente nella cultura di migliaia di giovani, parte di una collettività sempre più in crescita. Nel giugno dello stesso anno San Francisco, e in particolare il quartiere di Haight-Ashbury, è nettamente la capitale culturale più all’avanguardia degli Stati Uniti e non solo. La reinterpretazione del grande classico “San Francisco” da parte di Scott McKenzie raggiunge la top 50 americana e si posiziona addirittura al primo posto in quella britannica, trasmettendo, in un’era senza internet, ulteriori messaggi oltreoceano sul periodo di grande fermento che stava attraversando la California intera: “If you’re going to San Francisco be sure to wear some flowers in your hair”.

240px-JeffersonAirplaneSurrealisticÈ immerso in questo contesto che viene pubblicato, nel Febbraio del ’67, il capolavoro dei Jefferson Airplane: Surrealistic Pillow – nome preso da una frase di Jerry Garcia il quale, ascoltando il mix definitivo del disco dei suoi amici, se ne uscì con: “It sounds good. It sounds like a surrealistic pillow.” Il disco è una fusione totale tra folk-rock e psichedelia, qualcosa che in passato non è mai stato sentito, né inciso, neppure immaginato. Il lato A è composto da cinque brani che potrebbero essere tutti tranquillamente da “top chart”. L’incalzante “She Has Funny Cars”, scritta da Balin con la supervisione di Jorma Kaukonen, è una canzone totale: al riff di Kaukonen si accompagna una marcia tribale di Dryden, con il sostegno di una linea di basso tanto complessa quanto non invadente. Le voci di Slick e Balin si intrecciano meravigliosamente e sono uno dei punti di forza del brano. “Somebody to Love”, uno dei due pezzi che Grace Slick si portò dietro dai The Great Society, è il singolo di lancio dell’album, nonché uno dei maggiori inni generazionali, con un testo esplicitamente riferito al clima che si respira in quel periodo in Haigh Street, dove cinque “Airplane” su sei hanno la residenza. “My Best Friend”, un’eredità lasciata da Skip Spence, è la prima ballata presente sul disco, con complessi e meravigliosi intrecci vocali tra Slick, Balin e Kantner. “Today” è a mio avviso uno dei due capolavori dell’album: frutto del lavoro di composizione di Balin e Kantner, è una ballata malinconica con atmosfere psichedeliche e un testo enigmatico. Il lato A si chiude con l’introspettiva “Comin’ Back To Me”, composta ed eseguita quasi totalmente dall’ispiratissimo Marty Balin, in solitaria. Il lato B è probabilmente meno incisivo ma con all’interno qualche variazione degna di nota, rispetto al lato A. “3/5 of a Mile in 10 Seconds” è una piccola “She Has Funny Cars”; “D.C.B.A. – 25” è una meravigliosa mezza ballata con un fantastico arrangiamento di chitarra, ad opera di Jorma Kaukonen. Scritta ed eseguita dallo stesso Kaukonen troviamo poi “Embryonic Journey”, un pezzo strumentale di 2 minuti scarsi, con una chitarra acustica effettata suonata in finger picking. “White Rabbit” è il secondo singolo estratto dall’album: scritto da Grace Slick, è un altro di quei pezzi risalenti al suo periodo con i The Great Society ed è una marcetta psichedelica con un testo dagli espliciti riferimenti all’altro aspetto della controcultura hippie: l’acido. Slick si immagina “Alice nel paese delle meraviglie”: “One pill makes you larger and one pill makes you small / and the one that mama gives you don’t do anything at all / go ask Alice when she’s 10 feet tall”. A chiudere l’album ci pensa il pezzo che, a mio modo di vedere, è il secondo capolavoro del disco: “Plastic Fantastic Lover”. Composta da Marty Balin, si basa su un accordo di settima martellante per tutta la strofa, con una melodia vocale incalzante, rapida, fresca, quasi parlata. A far da contorno spiccano i soliti arrangiamenti figli del genio di Kaukonen.
Con un album del genere appena pubblicato, trascinato commercialmente dai due singoli “Somebody to Love” e “White Rabbit” (rispettivamente quinto e ottavo nella “Billboard Pop Singles Chart”) i Jefferson Airplane si impongono sul panorama musicale occidentale come una delle band più in voga del momento, tanto da essere indiscutibilmente una delle attrazioni principali dell’imminente Monterey Pop Festival. Insieme ai The Mamas & The Papas, Ravi Shankar, Otis Redding, The Animals, Janis Joplin, The Jimi Hendrix Experience, The Grateful Dead e The Who, gli Airplane danno vita a uno dei festival musicali più memorabili del secolo. Oltre ad essere considerato il punto di apice del movimento hippie – più anche di Woodstock, durante cui si intravedono già i primi segni di declino – il festival di Monterey è importante soprattutto perché segna ufficialmente l’ingresso della musica nella cultura giovanile, tanto da diventare uno dei principali mezzi di espressione del libero pensiero e, conseguentemente, vittima di persecuzione alla pari degli organi di stampa (ci si documenti sul “caso Lennon” a riguardo)

Tornando ai Jefferson Airplane e a Surrealistic Pillow, si potrebbero iniziare decine di riflessioni. Si potrebbe dire che pochi album nella storia della musica possono vantare un legame tanto prorompente con l’ambiente circostante. Si potrebbe aggiungere che trattasi assolutamente di uno di quegli innumerevoli casi in cui arte, musica e cultura si sviluppano parallelamente agli eventi storici contemporanei. Si potrebbe quasi considerare Surrealistic Pillow come un vero e proprio documento storico, in grado di consegnare ai postumi un assaggio di una cultura che si è sviluppata velocemente ed è scomparsa al doppio della velocità. Il movimento hippie si è praticamente estinto, o comunque ha perso completamente ogni significato socio-politico, già nel 1971. Invece, per Surrealistic Pillow quello fu solo l’inizio del viaggio verso l’immortalità. Non è necessario citare i centinaia di artisti che nei decenni successivi si sono ispirati direttamente o indirettamente al disco dei Jefferson Airplane per averne conferma. È sufficiente trovare mezz’ora per ascoltarlo e prendere consapevolezza che quanto accaduto in quegli anni non ha portato solo utopia e illusione, ma ha dato vita anche a pietre miliari nella storia della musica, perché dove c’è fermento, c’è creatività.

Edoardo Grimaldi

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Il paradosso delle fotografie di Herb Ritts e la ricerca dell’equilibrio

“…quello che si sta realmente facendo ogni volta che si preme l’otturatore, è documentare qualcosa. Si sta cercando con uno scatto di fissare un momento che un giorno possa parlare per la propria generazione.”

Herb Ritts

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Richard Gere (1978)

Palazzo della Ragione Fotografia in Piazza dei Mercanti si sta imponendo come il centro milanese più importante dedicato alle esposizioni fotografiche. Negli ultimi anni, infatti, lo storico Palazzo di proprietà del Comune, ha ospitato alcune fra le mostre più interessanti e di richiamo passate per Milano, come Genesis di Sebastião Salgado (seconda metà del 2014) e l’ambizioso progetto in due tappe Italia Inside Out, nei mesi dell’Expo. Sull’onda di quest’ultimo successo il centro della fotografia propone un ottimo ed interessante programma per il 2016, iniziando in bellezza, nel vero senso della parola, con la mostra dedicata a Herb Ritts (1952-2002), grande fotografo dello star system e creatore di alcune fra le immagini più iconiche degli anni ’80. (altro…)

L’esordio di Adriano Valerio con Banat (Il Viaggio)

Adriano Valerio è una delle nuove facce del cinema italiano, un cinema che narra di una gioventù spaesata, di una gioventù che deve far fronte all’età adulta. Indirettamente diviene promotore di una generazione alla ricerca di una propria strada oltre i confini della propria patria. È romanziere della “fuga di cervelli”, di una generazione che per trovar fortuna emigra per costruire un progetto a lungo termine. Il suo cinema segue queste orme tematiche già dal suo cortometraggio 37°4 S (vincitore di numerosi premi tra cui un Certain Regard a Cannes); ed ora si presenta al grande pubblico con Banat, in competizione l’anno scorso alla Settimana della Critica a Venezia, ed ora in concorso come Miglior Regista Esordiente ai David di Donatello.

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Room e la claustrofobica realtà

Room è una delle grandi novità del 2016 che spaventa per la sua immensa capacità di immedesimazione nello spirito di un bambino di 5 anni. Film tratto dallo storico caso Fritzl, pone delle domande forti su quanto sia difficile l’integrazione di un essere umano nella società e, su quanto la perversione umana si spinga a livelli non concepibili da menti razionali. Accuratamente strutturata da Lenny Abrahamson, la vicenda va a fondo nell’analisi ante e post climax narrativo.

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L’Unione (europea) chiude bottega

Venerdì 18 marzo si è concluso a Bruxelles il vertice europeo tra i ventotto stati membri e la Turchia, e alla fine è arrivato l’accordo per gestire l’emergenza migratoria.

Le misure dovrebbero essere eseguite già da oggi, e prevedono diverse violazioni del diritto internazionale e di quello europeo, oltreché un evidente tradimento dei valori fondanti della stessa Unione.

Per chi ancora nutre qualche dubbio, o qualche speranza, che questo nostro processo d’integrazione europea non si sia risolto solamente nella rinuncia dei rispettivi interessi nazionali a vantaggio del potere finanziario continentale e mondiale; per chi ancora crede che non si tratti solo dello strangolamento economico perpetrato ai danni dei paesi del sud Europa in nome di una stabilità dei prezzi fine a se stessa, che perseguita con miope convinzione impedisce la piena occupazione della popolazione, nonché la spesa pubblica necessaria al sostentamento dello Stato sociale, se parlar di esso è ancora lecito; per chi ancora tenta di convincersi che questa Unione ponga le proprie radici e agisca seguendo la stella polare dei valori costituzionali e democratici, peraltro sanciti in vari Preamboli dei propri trattati istitutivi, quali: la dignità umana, la libertà, l’uguaglianza, lo stato di diritto, il pluralismo, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà, la non discriminazione e soprattutto il rispetto dei diritti umani; per tutti questi individui colmi di ingenue speranze è arrivata la doccia gelata, un clamoroso tradimento di tutti quei valori da sempre sbandierati con fiero orgoglio, sui quali si è costruito quell’illusorio senso di superiorità della cultura giuridica e della società europea, culla dei diritti fondamentali dell’uomo, solido baluardo che ne impone il rispetto e vigila attentamente su di esso. (altro…)

La connaturale tristezza dell’amore

Ogni qualvolta leggo un libro ambientato a Milano nella mia mente la curiosità per il contesto cresce infinitamente. La mia immaginazione non mi basta più e ogni dettaglio che estrapolo dalle pagine del romanzo serve per disegnare la mappa della città. Cerco su internet le strade e i parchi descritti e sono piena di soddisfazione quando non ne ho bisogno perché “io quel posto lo conosco!”. Il Fabbricone (1961), il primo vero romanzo di Giovanni Testori, è profondamente legato al contesto cittadino milanese tanto che sembra di guardare quelle vecchie foto di Milano ingiallite, quando era tutta campagna. Il romanzo, non a caso, insieme ai racconti Il Dio di Roserio (1954), Il Ponte della Ghisolfa (1958) e La Gilda del Mac Mahon (1959) e ai testi teatrali La Maria Brasca (1960) e L’Arialda (1962), conclude il ciclo de I Segreti di Milano.

Il Fabbricone era una delle prime case popolari della periferia nord-ovest Milanese degli anni ‘50, che dopo la guerra era sprofondata in uno stato di sempre maggior degrado tanto da essere definita dai preti della zona come “refugium peccatorum”; così come le tubature della casa anche i suoi abitanti sono andati sempre più a consumarsi e ad essere dimenticati. (altro…)

Ave, Cesare! Lo stereotipo che rievoca gli stereotipi

Ancora una volta i fratelli Coen tornano al cinema con una commedia sottile e ironica. Riprendono la tematica della “macchina di Hollywood” per ricreare un cinema che parla del cinema stesso. Lo fanno con una mente lucida e creativa per poter donare ad un lontano passato una patina brillante e mai banale.

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Museo del fascismo: un grave errore in questi tempi bui

La notizia di un certo progetto aleggia da diverse settimane. Si tratta di una pensata di Giorgio Frassinetti, sindaco (Pd) nientemeno che del comune di Predappio. L’idea è di creare, all’interno di una ristrutturata Casa del Fascio, un Centro di documentazione sul ventennio fascista. A Predappio.

Secondo le rosee aspettative del sindaco il museo aprirebbe nel 2019, con un costo complessivo di 5 milioni di euro, 4,5 dei quali stanziati con fondi pubblici tra Comune, Regione e Governo.

Tra le voci che sono circolate vi era anche quella di una supervisione dell’A.N.P.I. Nulla di vero tuttavia, l’Associazione nazionale partigiani italiani ha subito smentito, in una nota, di avvallarlo.

Chi scrive ha certamente la convinzione che la cultura sia una tra le armi più efficaci; sicuramente è necessario fare i conti con quel disgraziato periodo, è sacrosanto e doveroso spiegare i motivi storici, politici e sociali per i quali si sia scivolati negli abissi del totalitarismo. A guardare i nostri vicini tedeschi lì un gran lavoro sulla memoria e sulle atrocità del nazismo è stato fatto, per tutto il paese, da Berlino, a Monaco. La figura storica di Adolf Hitler pesa come un insostenibile fardello sulla pubblica coscienza di tutta la nazione.

Già, ma qui non siamo in Germania. (altro…)

La Forza Lavoro di Marzia Migliora

Lo scorso 18 Febbraio la galleria Lia Rumma ha inaugurato a Milano la personale di Marzia Migliora, Forza Lavoro. All’ingresso della galleria un breve testo introduce il visitatore all’immaginario dell’esposizione e alla figura inerme del Palazzo del Lavoro a Torino, disegnato da Pierluigi Nervi nel 1961. Questo edificio, concepito come un segno glorioso della rinascita italiana del dopoguerra, appare oggi spettrale e abbandonato dopo un incendio che nel 2015 ne ha segnato la fine e la futura trasformazione dei suoi 47000 metri quadrati in un centro commerciale di lusso. La Migliora più che intenzionata a dare nuova vita o parola al palazzo, sembra eseguire un’autopsia dello spirito che lo animava. La serie di fotografie In the Country of Last Things, catturate con dispositivi a foro stenopeico, realizzati con materiali di scarto dell’edificio, sono scattate con lunghissimi tempi di esposizione quasi a voler carpire il passaggio dei fantasmi di un tempo. Le macchine stenopeiche riciclate sono un monito alle infinite possibilità della materia e alla necessità di conservazione di un patrimonio sociale. All’opposto, i monocromi posti nella stessa sala, neri di cenere e carbone del recente incendio, contrastano l’immaterialità delle fotografie con una rappresentazione compressa del degrado e della desolazione.

Le opere esposte alla Galleria Lia Rumma sono capaci di elevarsi da una produzione e da tematiche provinciali trovando una dimensione internazionale anche grazie a citazioni implicite ed esplicite. Nel video Vita Activa, filmato all’interno del Palazzo del Lavoro, la citazione della Arendt dà sostanza a una serie di gesti e movimenti che richiamano l’attività lavorativa, gesti apparentemente vuoti e senza scopo, come può essere il lavoro se distorto e improntato al mero consumo. Questi gesti ripetitivi, il cui unico prodotto è l’eco di un suono che si diffonde per tutto il Palazzo, rievocano la ricerca di Joan Jonas in opere come Song Delay del 1973, in cui suono e video perdono fluidità nella ripetizione dell’atto performativo.Senza-nome1.jpg
Ma la citazione di Vita Activa ricorda ancora un senso di collettività perduta e l’importanza dello spazio pubblico come luogo di espressione e mediazione, contrapponendosi al futuro utilizzo commerciale e gentrificato dell’edificio. Lo spazio pubblico è per la Arendt strumento principe delle democrazie moderne, dove le istanze dell’individuo diventano un’istanza del pubblico, dove si fonda un sistema di condivisione di valori. Così, alla base di tutto troviamo l’installazione L’ideazione di un sistema resistente è atto creativo, riproduzione 1:1 della struttura portante del solaio a nervature isostatiche del Palazzo realizzata in mattoni di carbone compresso. Le linee di tensione della struttura sono portanti e sorreggono il peso del sistema come un’istituzione, creata teoricamente per sopravvivere a chi la abita e sfrutta. L’utilizzo del carbone compresso richiama i Monocromi neri, ricordando l’intrinseca anomalia funzionale di un sistema ancora basato sulla produzione di energia tramite combustibili fossili.

Forza lavoro è una mostra dotata di una metanarrativa intrinseca al nostro paese, fatta di abbandono e valori, resistenza e oblio. Le opere di Marzia Migliora sono un monito per l’incuria che la Repubblica riserva a ciò su cui si fonda: il lavoro, elemento che non a caso è nevralgico nella produzione di un’artista votata alla fatica e alla cura della ricerca. È quindi con coerenza e affetto che la Migliora ci introduce a questa decadenza, l’affetto di chi assiste alla fine di un luogo simbolo della città in cui vive e produce le sue opere. Ma è quando l’artista chiede al violoncellista Francesco Dillon di accompagnare Vita Activa con il Requiem in Re minore di Mozart che comprendiamo come la celebrazione della memoria sia capace di elevarsi sull’amarezza dell’abbandono, lasciando lo spettatore con la speranza che in futuro il ricordo del valore sia in grado di trascendere il luogo del quale è stato espropriato.

Marco Minicucci

Courtesy e fotocredit: Galleria Lia Rumma

Go Bernie!

Ho sempre provato una forte idiosincrasia verso il sistema politico americano e i suoi esponenti. Un modello rozzo e compromissorio capace di partorire candidati dal forte risalto mediatico ma spesso privi di reali contenuti e istanze politiche concrete.

Quest’anno però in corsa per le primarie del Partito Democratico c’è un personaggio che potrebbe farmi cambiare idea: l’attuale senatore del Vermont Bernard ‘Bernie’ Sanders.

Settantaquattrenne con un passato da attivista, da sempre impegnato nella lotta per i diritti civili delle minoranze (partecipò alla Marcia su Washington organizzata da Martin Luther King), Bernie è stato l’unico membro del Congresso dal dopoguerra in poi a definirsi “socialista”. E ciò che ha detto in campagna elettorale sembra effettivamente confermarlo.

Il suo programma si fonda sullo smantellamento del fallimentare Obamacare, per creare un sistema sanitario realmente gratuito per le fasce meno abbienti e sull’istituzione di un’università pubblica gratuita. (altro…)