Sport

Fenomenologia del Derby

C’è un’impercettibile elettricità nell’aria, una calma apparente;
cammino per le strade della città, per i vicoli del centro, nelle piazze; oggi è diverso a Milano. Qualcosa sta per succedere. (altro…)

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Cosa ci hanno lasciato le Finals NBA?

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E così siamo giunti purtroppo alla fine della stagione Nba senza sapere, almeno per il sottoscritto, cosa fare nelle nostre giornate quotidiane. Già sento il vuoto dentro di me…

Ma tornando seri analizziamo il verdetto delle Finals che ha riportato i Warriors a vincere un titolo dopo 40 anni. (altro…)

Il Derby dei poveri

Eccoci al terzo appuntamento con la rubrica “miti dello sport”. Questa settimana non parleremo proprio di miti, ma sfruttiamo la partita tra Inter e Milan di questa sera per parlare del penoso stato e fascino che la stracittadina milanese ha raggiunto. Questa sera a Milano andrà in scena il 214esimo derby ufficiale. Nonostante la stagione delle due squadre meneghine non abbia più molto da dire, il derby rappresenta sempre un palcoscenico interessante per entrambe le formazioni, ma l’atmosfera non sarà certo quella dei grandi derby del passato, dove una vittoria voleva dire scudetto, o passaggio in finale di Champions League. Questa sera una vittoria non conta (quasi) nulla a livello di classifica, ma conta per l’onore.

L’Inter arriva al derby dopo una stagione altalenante, un cambio di allenatore e un mercato di Gennaio che ha portato nuovi nomi e ha cambiato l’entusiasmo, ma che non ha portato in termini di risultato quel cambiamento che era stato auspicato.

Il Milan invece, che si trova 1 punto sopra l’Inter, ha vissuto per ora una stagione al di sotto delle aspettative, tanto che Filippo Inzaghi, l’allenatore, più volte è stato messo in discussione.

Lontano dai fasti degli anni ’60, 90’ e della decade 2000-2010, dove furono giocati grandi derby, è già da un paio di stagioni che le due formazioni arrivano alla stracittadina povere di risultati e, cosa grave, di obbiettivi. Senza nominare la parola scudetto, che non si vede a Milano dal 2011 (vinto dal Milan di Allegri, Ibra e Thiago Silva) e che non viene combattuto dal 2012 (ve lo ricordate il “gol-no gol di Muntari”? ), le due formazioni di Milano addirittura si sono allontanate dalla massima competizione europea, la Champions League, e, questa la cosa più triste, non si trovano in corsa per un posto oramai da circa metà stagione. L’ambiente dunque manca di entusiasmo non solo da parte del Milan ma anche dalla parte dell’Inter. Non è un caso che a Milano in questi anni sia tornato di moda il basket, con Olimpia Milano che invece è riuscita a vincere lo scudetto l’anno scorso, essere strafavorita quest’anno e fare un grande cammino europeo. Il forum di Assago, casa dell’Olimpia, molte volte ha raggiunto il tutto esaurito e di media, in Eurolega, la capienza coperta del palazzetto è stata superiore al 70% (8400 di media). I numeri sono inferiori perché comunque il movimento cestistico ha molta meno risonanza e seguito del movimento calcistico (ad esempio: il forum tiene 12000 spettatori, San Siro 80000), però a Milano in questi anni, se si vogliono vedere successi, belle partite, palcoscenici importanti e vittorie bisogna andare ad Assago, e non allo stadio Giuseppe Meazza.

Pensare che 10 anni fa, Inter e Milan in questo periodo si scontravano nei quarti di finale di Champions League, e il Milan poi sarebbe stato eliminato solo in finale a Istanbul, sembra una cosa assurda. Non c’è solo una differenza di palcoscenico, ma anche di tasso tecnico delle rispettive squadre. L’ultimo derby giocato, il 23 Novembre 2014, pareggiato 1 a 1, è stato forse il più brutto derby della storia recente dei derby, non tanto perché la partita giocata è stata tremenda, ma perché le squadre in campo hanno mostrato un tasso tecnico imbarazzante: azioni piene di errori, poche emozioni e poco gioco. Speriamo che la partita di questa sera ci possa regalare almeno delle emozioni, del risultato, penso, poco interessi a entrambe, perché la stagione è già compromessa.

Concludo, citando, Massimo Sconcerti che, in un editoriale sul Corriere, affermava di come una Milano calcistica povera non solo nuoce alla salute della città, ma addirittura alla salute del campionato italiano in generale. Oramai surclassato da molto tempo dal campionato tedesco, in molti in Europa equiparano il nostro campionato a quello francese o portoghese o, addirittura, turco. Solo la Juventus, oramai riesce a competere ad alti livelli. Un tempo, nel calcisticamente lontano 2003, 3 (Inter, Milan e Juve) delle 4 semifinaliste di Champions erano squadre italiane, e le formazioni italiane erano capaci di trattenere giocatori importanti, senza dover vendere all’arrivo della prima maxi offerta milionaria. Le ultime due squadre ad aver vinto quella competizione sono proprio Inter (2010) e Milan (2007), da quando queste non sono più competitive i risultati e il ranking piangono. Una Milano piccola e povera è un’Italia perdente e trascurata. Mi duole però dire, che stando cosi le situazioni societarie delle rispettive squadre, ancora per alcuni anni non vedremo una Milano importante a livello calcistico. Senza stare a pensare ai palcoscenici europei, anche in Italia le cose vanno male. Peccato. L’anno prossimo poi, il 28 maggio 2016, la finale di Champions si disputerà proprio a Milano, peccato che né Inter né Milan prenderanno parte alla competizione. Tanto oramai ci siamo abituati a fare da spettatori.

Sebastiano Totta

Miti dello Sport #2: Johan e Franz, gli anni ’70

Con oggi, cari lettori, voglio scostarmi momentaneamente dal cinema di cui abitualmente scrivo per raccontarvi altre vicende a me care e di cui son sempre stato appassionato.

Son stato cresciuto da mio padre nel mito di O Rey e Maradona, più che, come la maggior parte dei miei coetanei, nel mito del grande Ronaldo.
Il calcio di oggi è ovviamente diverso: si segnano più goal, si gioca un calcio più veloce e spettacolare, ma certe personalità che il passato ha visto non le si trovano più.
In ogni era calcistica c’è stato un campione che è riuscito adessere simbolo dei suoi anni; se pensiamo agli anni’ 50, pensiamo a Puskas, se pensiamo anni ’60 a Pelè (e a metà tra gli anni’50 e ’60, a Di Stefano), se pensiamo agli anni ’80 a Maradona, in mezzo (ma sopra) a Platini, Zico, Van Basten, e così via.
Tuttavia ci son stati momenti, come quello che stiamo vivendo in questi anni, in cui non vi è un personaggio che si eleva così decisamente sugli altri, ma si creano rivalità tra personalità diverse, spesso anzi contrapposte.

Tra queste, una delle più accese, è senza dubbio stata quella tra il “Kaiser” Franz Beckenbauer, capitano del Bayern Monaco e della nazionale di calcio della Germania dell’Ovest, e Johan Cruijff –  “Pelè Bianco”, “Olandese Volante” o, come in un documentario di Sandro Ciotti, “Il Profeta del Gol” – capitano dei Lancieri di Amsterdam e degli Orange del calcio totale.

Questo scontro vede il suo culmine nel 1974, quando i due campioni si scontrano nella finale dei mondiali di calcio, a Monaco, in casa dei tedeschi, nell’Olympiastadion, costruito due anni prima per le tristemente famose Olimpiadi dell’attentato terroristico contro gli atleti israeliani.

Cruijff (a sinistra) e Beckenbauer (a destra) quando giocavano nei New York Cosmos

Cruijff (a sinistra) e Beckenbauer (a destra) quando giocavano nei New York Cosmos

Franz Beckenbauer è stato, assieme a davvero pochi nella storia, uno dei casi rari di difensori a vincere il pallone d’oro, nel 1972 e nel 1976; la sua carriera calcistica è una delle più vincenti ed avvincenti nella storia: ha già disputato la finale del ’66, persa contro l’Inghilterra, ed è stato uno dei protagonisti della la semifinale del mondiale di Messico ’70 – la “Partita del Secolo” – contro l’Italia (dove lo ricordiamo, eroico, con un braccio fasciato per via di una lussazione alla spalla procuratasi in uno scontro con Cera).
La sfortuna sembra sin lì aver perseguitato i poveri tedeschi, che però hanno appena vinto, quasi con la stessa formazione del mondiale messicano, il campionato d’Europa del 1972 e, come campioni continentali, affrontano il mondiale in casa.
Beckenbauer, ha vinto anche, oltre agli svariati campionati tedeschi, anche 3 coppe dei campioni di fila, dal ’74 al ’76, ed è stato l’allenatore della Germania vincitrice del Mondiale in Italia nel ’90.
Chapeau insomma!
Possiamo tranquillamente dire che Franz non abbia alcun rimpianto.

Cruijff invece è ritenuto, dopo Pelè e Maradona, uno dei più grandi talenti mai visti nella storia del calcio, forse il più grande, sicuramente uno dei più temuti.
Figlio di una inserviente della lavanderia dell’Ajax, il giovane Johan si fa notare dal grande calcio internazionale per la prima volta nel ’69, arrivando con i Lancieri in finale contro il Milan di Rocco, che vincerà 4 a 1 e vedrà il proprio regista, il grande Gianni Rivera, vincere il pallone d’oro.
L’Ajax probabilmente era ancora troppo giovane; non passerà però molto tempo prima che si affermi come forza europea incontrastata, vincendo dal ’71 al’73 tre Coppe dei Campioni di fila, una contro il Panathenaicos, allenati dal mitico Ferenc Puskas, una contro l’Inter, e l’ultima contro la Juventus (povere italiane!).
Dopo tutti questi trofei, proprio nel 1974 il campione Olandese si trasferisce a Barcellona, e la sua uscita dalla squadra si nota: persa la sua chiave di volta, l’Ajax non riesce più a ripetere i grandi successi, passando il testimone proprio al Bayern di Beckenbauer.

I due campioni non si sono quasi mai incontrati.
È forse un caso che ciò avvenga proprio nella finale dei mondiali di quell’anno?
Io non penso … La storia – anche quella calcistica – ha disegni che a noi sembrano imperscrutabili, ma che rispondono invece a logiche ineluttabili.

La nazionale Olandese è alla prima apparizione al campionato mondiale e si presenta come diretta contendente al titolo, con, in panchina, Rinus Michels.
Ha condotto l’Ajax alla vittoria nella Coppa dei Campioni nel ’71 e poi condurrà gli olandesi a conquistare l’Europeo, con Van Basten al centro dell’attacco, nell’88.
Michels è ritenuto l’allenatore del secolo, uno dei più grandi promotori del cosiddetto calcio totale.
È un innovatore, un visionario, insomma, un rivoluzionario.

Cruijff ai Mondiali '74

Cruijff ai Mondiali ’74 con la mitica maglia #14

L’Olanda, in Germania, insomma non solo porta un calcio nuovo e spettacolare, dove la squadra si muove a zona e non si marca a  uomo, dove si corre di più e si attacca e si difende tutti insieme (un calcio molto simile a quello odierno), ma scardina anche molte delle tradizioni nazionali, ad esempio quella dei numeri di maglia.
Cruijff, che infatti non indossa, come tutti i grandi campioni del suo ruolo, il mitico 10, ma ha il 14 (che da lì in poi diventa anche un simbolo), è l’interprete perfetto di tale concezione di calcio: un Di Stefano 15 anni dopo, che corre, ancora più veloce, spaziando su tutto il fronte centrale e d’attacco!

Ma l’Olanda è una novellina al mondiale, dove, come si sa, contano moltissimo tradizione ed esperienza … e l’Olanda non ne ha.
La Germania invece, allenata da Helmut Schön, è costruita sul blocco del Bayern Monaco, che ha appena vinto la Coppa dei Campioni, contro l’Atletico Madrid, succedendo proprio alla squadra di Cruijff: ha già sulla maglia una stella, vinta nel ’54 contro i grandi magiari di Puskas, e ha ormai moltissima esperienza internazionale, visti anche i risultati raggiunti negli ultimi due mondiali (finale e semifinale).

Non è dunque un semplice scontro tra i due più grandi campioni degli anni’70 (dal ’71 al ‘76 i due si spartirono 5 palloni d’oro, quando ancora l’assegnazione avveniva sulla base del merito, 3 all’olandese e, come già detto, 2 al tedesco), ma è un confronto ideologico tra due filosofie calcistiche; quella del calcio totale, che era ritenuto quasi infallibile e che sino alla semifinale aveva incantato tutti e messo tutti in difficoltà (compreso il Brasile, campione del Mondo in carica, pressoché umiliato in semifinale, assai più di quanto il 2 a 0 finale a favore degli Olandesi non dica) e quella di un calcio più tradizionale, che invece si rivelò vincente.

La finale inizia “col botto”.
Dopo appena un minuto di gioco Cruijff, che ha scartato praticamente mezza formazione tedesca, viene atterrato in area di rigore.
È il gol più veloce del mondiale: il rigore è tirato da Neeskens e, dopo appena due minuti, l’Olanda è già avanti.
Forse questo gol è arrivato troppo presto; gli Olandesi, nella sicurezza di poter controllare la partita, perdono il propulsore dei motori e, alla fine, perdono 2 a 1.
Mai sottovalutare la Germania!

Beckenbauer solleva al cielo la Coppa del Mondo 1974 dopo aver sconfitto l'Olanda di Cruijff

Beckenbauer solleva al cielo la Coppa del Mondo 1974 dopo aver sconfitto l’Olanda di Cruijff

Sia nel ’54 che nel ’74, le squadre più forti, che hanno entrambe caratterizzato le loro epoche e portato innovazioni fondamentali (l’Ungheria di Puskas introdusse, ricordiamolo, il centravanti di manovra), hanno perso in finale, entrambe contro la Germania … ed anche questo non penso sia un caso.
Lineker, il centravanti dell’Inghilterra della seconda metà degli anni ’80, nel ’90, disse: “cos’è il calcio? 22 uomini corrono dietro ad un pallone e poi … vince la Germania”.
Penso che questo sia stato il pensiero di Cruijff dopo la finale, vedendo il suo sogno, quello della Coppa del Mondo, svanire.

Nonostante la vittoria della Coppa dei Campioni e del Mondiale, Beckenbauer non si aggiudicò quell’anno il pallone d’oro, che fu dato ancora Cruijff, soprattutto per essere stato l’uomo del mondiale (i canoni di assegnazione del premio, ahimè, sono totalmente cambiai).
Entrambi hanno continuato brillantemente la loro carriera da allenatori e tutt’ora sono presidenti onorari uno del Bayern, l’altro di Ajax e Barcellona.

La loro influenza sul calcio mondiale non si esaurirà mai e rimarranno sempre due icone immortali, non solo per le loro doti tecniche, ma anche per la loro capacità di trascinare le proprie squadre, qualità che non deve mai mancare in un vero Campione.
Li ricorderemo sempre: Franz col braccio fasciato che cerca di arginare “Rombo di Tuono” all’Azteca il 17 giugno 1970; Johan col braccio alzato ad indicare dove arriverà il pallone che sta per lanciare!

Tommaso Frangini

Miti dello Sport. Episodio 1: Alonzo Mourning

Da oggi inizia sul vostro web blog preferito una rubrica tutta nuova. Scriviamo di lettere, teatri, festival, cinema e quant’altro ma non ci sentiamo abbastanza soddisfatti del nostro repertorio. Da oggi dunque sul Bloggo inizia un appuntamento settimanale che abbiamo deciso intitolare Miti dello Sport. Sebastiano, Tommaso e collaboratori d’occasione si occuperanno di questa rubrica cercando di non proporvi mai nulla di banale ma sopratutto cercando di regalarvi un’emozione, ogni settimana.Miti dello Sport spazierà dalle Olimpiadi al calcio, al Basket NBA alla pallacanestro nostrana, dal tennis al Football americano. Olimpiadi del 1936, Cruijff, Schiacciate e Mazzola questi alcuni dei primi titoli che vi presenteremo. Oggi si incomincia, in collaborazione con i nostri amici di GM Impazziti ed in particolare Filippo, storicista della pallacanestro d’oltre oceano e esperto di basket europeo, con una storia dai tratti mitici quanto incredibili: Alonzo “Zo” Mourning.

Il migliore tra i fiori è il Sakura, il migliore tra gli uomini… il Guerriero.
Famoso detto dell’arte Samurai e emblematico per spiegarne la sua complessa filosofia, questa citazione riguardante il Sakura, fiore giapponese che sboccia dai ciliegi, ci può fornire un assist, migliore anche di quelli partenti dal Muto, sua maestà John Stockton. Assist per cosa, vi chiederete voi… Introdurre un recente All-of-Hamer, signori e signori: Alonzo Mourning. Il Guerriero.

Probabilmente Il centro uscente da Georgetown University non ha parenti o avi samurai ma, il suo atteggiamento, che definire guerriero è quanto di più minimo si può fare, lo rende subito dominante fin dall’esordio (1992) nel massimo campionato cestistico al mondo: la NBA.

Le stagioni da rookie a Charlotte sono veneranda arte per gli amanti dei veri centri “Killing guard’s lay-up”. Con il passaggio a Miami le statistiche decollano, ma non sono quelle a far rabbrividere… Quello che più “spaventa” del signor Mourning è la faccia ogni volta che scende sul parquet: ogni partita è una finale, una battaglia, per rimanere in tema Samurai. SEMPRE.
Nel 2000, quando ormai 30enne domina sotto i tabelloni in competizione nel suo ruolo solo con gente come l’ammiraglio Robinson, centro storico di San Antonio, e Shaq Diesel, gli viene diagnosticata la Glomerulosclerosi Segmentaria: malattia ai reni che porterà, dopo continui blocchi e successivi benestare dei medici, al definitivo trapianto.
Il ritiro sembra inevitabile. L’età avanzata, le ginocchia non più giovani ed atletiche, il trapianto dei reni, l’avvenire di nuovi campioni fanno davvero pensare che per Alonzo Mourning la carriera finirà senza il tanto desiderato “anello”, ovvero il titolo di campione. Nel 2005 dunque arriva la decisione : il ritiro. Ma se pensate che ho scritto un articolo su un giocatore che si è ritirato dopo una grave malattia, e di casi nella storia ne abbiamo tanti purtroppo, allora pensate male. Alonzo Mourning, che diventerà poi un idolo a Miami, non è un giocatore qualunque, lui è un guerriero. Dopo il trapianto torna in campo e lotta con le casacche dei Nets e degli Heat per continuare a dimostrare la sua vera forza, e che senza “anello” non se ne vuole andare.

Pat Riley, manager incredibile della storia NBA, vincitore di 8 anelli, 1 da giocatore (Lakers 1972) 5 da allenatore e 2 da General Manager, lo chiama a Miami, che si è appena assicurata Dwyane Wade e Shaq O’Neil. “Vieni Alonzo, torna a Miami”. Tale scelta, come molte del general di Rome, New York, risulterà azzeccata. Miami quell’anno, il 2006, disputa una stagione incredibile. E finalmente arrivano le Finals NBA, le prime della storia degli Heat. La storia è già scritta. Nelle Finals 2006 in finale contro Dallas, Miami vince il titolo, con uno strepitoso Wade che verrà eletto MVP delle Finale. Seppur come rincalzo di Shaq O’Neil, si l’uomo che abbatteva i canestri, Alonzo Mourning gioca e vince. Il titolo è anche suo ora.
Ok, anche Shawn Elliott degli Spurs vinse un anello senza un rene, ma la storia di AM33 non termina qui: quando si prova la droga della vittoria è difficile farne a meno, per questo decide di difendere il titolo la stagione successiva.
Ma il 19 Dicembre, a 4 anni dal trapianto, si spacca il tendine rotuleo del ginocchio contro gli Atlanta Hawks: entra in campo la barella, ma non serve a nulla….
“Andate via. Non mi serve questa cosa. Io esco sulle mie gambe”
Col sostegno per alzarsi dei compagni finisce l’eterna battaglia di Alonzo: un Samurai appunto abituato a pensare alla “morte” in battaglia non come un fatto negativo ma come l’unica maniera onorevole di andarsene. La sua maglia, la 33, è ancora oggi una delle più vendute a South Beach, Florida.
I Miami Heat, sotto ordine dell’ormai presidente Pat Riley, nel 2009 ritirano la sua maglia numero 33, primo giocatore nella storia della franchigia a ricevere tale onore. Un giocatore, un guerriero e un mito dello sport.

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Filippo Totta