Tra i due litiganti il Beppe gode: l’autofagia della sinistra milanese

Nessun miracolo, niente rimonta, alla fine si è verificato quello che tutti si aspettavano da settimane.

Anche l’osservatore maggiormente distratto si era reso conto di ciò che sarebbe accaduto.

Persino quei sedicenni milanesi, ammessi precocemente al voto, avevano una qualche cognizione circa la curiosa strategia politica in atto.

Tutti, ma proprio tutti, senza esclusioni, avevano colto il punto.

Dopotutto sarebbe stata sufficiente una competenza elementare in materia di addizioni, e di numeri, quelli dei sondaggi.

Tutti tranne due: Pierfrancesco Majorino e Francesca Balzani.

Di certo non è facile trovare un accordo politico sui contenuti, è tutt’altro che agevole l’operazione comparativa di due programmi differenti al fine di trovare un progetto unico con priorità condivise, un compromesso in altre parole.

Compromesso è un sostantivo estremamente bistrattato, che suona quasi offensivo per alcuni, e che nel linguaggio corrente è comunemente inteso nell’accezione dello stesso al ribasso.

In realtà è un’arte di considerevole valore, specialmente in politica, quando riguarda le idee. Rinunciare ad un qualcosa di proprio per accogliere, nella medesima misura, un’ istanza altrui, e viceversa.

Questa nobile pratica non ha successo, non è possibile, solamente in un caso: quando nessuno dei compromettenti è disposto a rinunciare, a fare un passo indietro su una condizione, quella medesima di cui nemmeno l’altra parte è disposta a privarsi.

Questa irretrattabile circostanza, nel nostro caso, è inconfutabilmente la carica di Sindaco.

A conferma di ciò accorrono i motivi addotti dalle parti per giustificare il mancato sodalizio.

Lo stimato Pierfrancesco utilizza un argomento difficilmente contestabile, che senz’altro avrà sfoderato numerosissime volte in fila alle poste:

“C’ero prima io”.

La carissima Francesca invece, dopo una candidatura un tantino tardiva (è innegabile “c’era prima il Majo”), senza un preventivo accordo con il candidato già in corsa, snobbato per tutta la campagna, ad urne chiuse dichiara:

“La porta era aperta, volevo un percorso comune, ma non è stato possibile”.

Se davvero la realtà è come lei stessa l’ha descritta, a spoglio terminato, avrebbe potuto giocarsi un po’ meglio le proprie carte.

La Balzani almeno ha corso per vincere, convinta di potercela fare da sola, ma non ha destato l’impressione di voler sedurre a tutti i costi Majorino.

E’ pur vero che non si può darle torto quando, a caldo, ha qualche reminiscenza su come far di conto, sottintendendo come non spettasse a lei compiere un passo indietro:

“Mi sarebbe bastato meno di un terzo dei voti di Majorino per vincere, mentre a lui non sarebbero stati sufficienti la metà dei miei”.

D’altra parte il prode Pierfrancesco, sul quale gravano le maggiori responsabilità del mancato accordo, non è mai parso in sintonia con la candidata anzi, ad esclusione di qualche attacco nei confronti di Sala sui conti Expo, tutto l’arsenale a sua disposizione è stato rivolto verso la Balzani. E lo stesso ha fatto Francesca.

Majorino ha presentato un programma qualitativamente importante, non gli mancano ideali e passione, tuttavia tra i propri dardi non dispone di lungimiranza né di intelligenza politica.

A godersi il triste spettacolo di questa guerra tra poveri c’era Giuseppe Sala, detto Beppe. Questi, al di là di giurare che i conti erano ottimi e che la propria collocazione politica fosse nell’area del centrosinistra, poco ha dovuto fare.

E’ stato sufficiente rimanere ad osservare l’esito dell’assurda lotta fratricida che si stava consumando nell’altro angolo del ring.

Il risultato più evidente che queste Primarie ci consegnano si compendia in un numero: cinquantasette.

Gli elettori dei due contendenti a sinistra assommano il 57% dei voti, contro il 42% di Sala.

A Milano c’è stato un forte spostamento a sinistra del Partito Democratico, come ha osservato in modo tanto acuto quanto tardivo il Sindaco uscente Giuliano Pisapia.

E’ questo un dato da non sottovalutare assolutamente, poiché moltissimi di questi elettori si sentiranno non rappresentati alle comunali di giugno.

Il rischio è che Beppe Sala si riveli un profilo totalmente inadeguato a porsi come unificatore del centrosinistra, per un motivo immediatamente percepibile: il suo curriculum racconta tutt’altra storia.

Sarà sufficiente una mano di vernice arancione a convincere quest’elettorato apolide a convergere sul suo nome?

E’ probabile, visti i risultati, che qualcuno stia già preparando una lista civica, magari con Sel, per non farsi sfuggire tante migliaia di voti.

Il successo di Beppe è molto pericoloso, non è rappresentativo della maggioranza del “popolo delle primarie” che è a forte rischio dispersione, e a giugno potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro.

L’analisi sarebbe corretta e abbastanza condivisibile, se non fosse che nello sconclusionato centrodestra regni il caos. Vi è di più: non è nemmeno sensato né giustificato assegnare una definizione accomunante ad una compagine di partitini incapace di rinnovarsi, agli antipodi sul piano nazionale, e chissà se in grado di accordarsi attorno ad una candidatura.

Sala non ha alcun bisogno dei voti dei sostenitori dei due litiganti, può comodamente pescarli sull’altra sponda del Naviglio, approfittando del perdurante vuoto politico.

Per Mr. Expo non rappresenta una minaccia nemmeno l’universo cinque-stelle che fino ad ora non è parso in grado di fornire un nome credibile e all’altezza, e che anche a livello nazionale ha perso smalto, palesando sempre più quei limiti intrinsechi all’idea stessa di un movimento privo d’ideali comuni.

Il vero vincitore nel luogo strategico più importante, il laboratorio politico di Milano, è stato il modello-Renzi, quello che da qualche tempo alcuni chiamano il Partito della Nazione.

Si incrinano inesorabili, le granitiche certezze del compianto Luigi Pintor, grande giornalista, partigiano e antifascista.

E’ dovere di tutti quelli che non si riconoscono in questo risultato, appropriarsi di quel suo celebre titolo, come stendardo della propria opposizione:

“Non moriremo democristiani”.

 

 

Niccolò Terracini

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