Politica

L’Unione (europea) chiude bottega

Venerdì 18 marzo si è concluso a Bruxelles il vertice europeo tra i ventotto stati membri e la Turchia, e alla fine è arrivato l’accordo per gestire l’emergenza migratoria.

Le misure dovrebbero essere eseguite già da oggi, e prevedono diverse violazioni del diritto internazionale e di quello europeo, oltreché un evidente tradimento dei valori fondanti della stessa Unione.

Per chi ancora nutre qualche dubbio, o qualche speranza, che questo nostro processo d’integrazione europea non si sia risolto solamente nella rinuncia dei rispettivi interessi nazionali a vantaggio del potere finanziario continentale e mondiale; per chi ancora crede che non si tratti solo dello strangolamento economico perpetrato ai danni dei paesi del sud Europa in nome di una stabilità dei prezzi fine a se stessa, che perseguita con miope convinzione impedisce la piena occupazione della popolazione, nonché la spesa pubblica necessaria al sostentamento dello Stato sociale, se parlar di esso è ancora lecito; per chi ancora tenta di convincersi che questa Unione ponga le proprie radici e agisca seguendo la stella polare dei valori costituzionali e democratici, peraltro sanciti in vari Preamboli dei propri trattati istitutivi, quali: la dignità umana, la libertà, l’uguaglianza, lo stato di diritto, il pluralismo, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà, la non discriminazione e soprattutto il rispetto dei diritti umani; per tutti questi individui colmi di ingenue speranze è arrivata la doccia gelata, un clamoroso tradimento di tutti quei valori da sempre sbandierati con fiero orgoglio, sui quali si è costruito quell’illusorio senso di superiorità della cultura giuridica e della società europea, culla dei diritti fondamentali dell’uomo, solido baluardo che ne impone il rispetto e vigila attentamente su di esso. (altro…)

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Museo del fascismo: un grave errore in questi tempi bui

La notizia di un certo progetto aleggia da diverse settimane. Si tratta di una pensata di Giorgio Frassinetti, sindaco (Pd) nientemeno che del comune di Predappio. L’idea è di creare, all’interno di una ristrutturata Casa del Fascio, un Centro di documentazione sul ventennio fascista. A Predappio.

Secondo le rosee aspettative del sindaco il museo aprirebbe nel 2019, con un costo complessivo di 5 milioni di euro, 4,5 dei quali stanziati con fondi pubblici tra Comune, Regione e Governo.

Tra le voci che sono circolate vi era anche quella di una supervisione dell’A.N.P.I. Nulla di vero tuttavia, l’Associazione nazionale partigiani italiani ha subito smentito, in una nota, di avvallarlo.

Chi scrive ha certamente la convinzione che la cultura sia una tra le armi più efficaci; sicuramente è necessario fare i conti con quel disgraziato periodo, è sacrosanto e doveroso spiegare i motivi storici, politici e sociali per i quali si sia scivolati negli abissi del totalitarismo. A guardare i nostri vicini tedeschi lì un gran lavoro sulla memoria e sulle atrocità del nazismo è stato fatto, per tutto il paese, da Berlino, a Monaco. La figura storica di Adolf Hitler pesa come un insostenibile fardello sulla pubblica coscienza di tutta la nazione.

Già, ma qui non siamo in Germania. (altro…)

Go Bernie!

Ho sempre provato una forte idiosincrasia verso il sistema politico americano e i suoi esponenti. Un modello rozzo e compromissorio capace di partorire candidati dal forte risalto mediatico ma spesso privi di reali contenuti e istanze politiche concrete.

Quest’anno però in corsa per le primarie del Partito Democratico c’è un personaggio che potrebbe farmi cambiare idea: l’attuale senatore del Vermont Bernard ‘Bernie’ Sanders.

Settantaquattrenne con un passato da attivista, da sempre impegnato nella lotta per i diritti civili delle minoranze (partecipò alla Marcia su Washington organizzata da Martin Luther King), Bernie è stato l’unico membro del Congresso dal dopoguerra in poi a definirsi “socialista”. E ciò che ha detto in campagna elettorale sembra effettivamente confermarlo.

Il suo programma si fonda sullo smantellamento del fallimentare Obamacare, per creare un sistema sanitario realmente gratuito per le fasce meno abbienti e sull’istituzione di un’università pubblica gratuita. (altro…)

Tra i due litiganti il Beppe gode: l’autofagia della sinistra milanese

Nessun miracolo, niente rimonta, alla fine si è verificato quello che tutti si aspettavano da settimane.

Anche l’osservatore maggiormente distratto si era reso conto di ciò che sarebbe accaduto.

Persino quei sedicenni milanesi, ammessi precocemente al voto, avevano una qualche cognizione circa la curiosa strategia politica in atto.

Tutti, ma proprio tutti, senza esclusioni, avevano colto il punto.

Dopotutto sarebbe stata sufficiente una competenza elementare in materia di addizioni, e di numeri, quelli dei sondaggi.

Tutti tranne due: Pierfrancesco Majorino e Francesca Balzani.

Di certo non è facile trovare un accordo politico sui contenuti, è tutt’altro che agevole l’operazione comparativa di due programmi differenti al fine di trovare un progetto unico con priorità condivise, un compromesso in altre parole.

Compromesso è un sostantivo estremamente bistrattato, che suona quasi offensivo per alcuni, e che nel linguaggio corrente è comunemente inteso nell’accezione dello stesso al ribasso.

In realtà è un’arte di considerevole valore, specialmente in politica, quando riguarda le idee. Rinunciare ad un qualcosa di proprio per accogliere, nella medesima misura, un’ istanza altrui, e viceversa.

Questa nobile pratica non ha successo, non è possibile, solamente in un caso: quando nessuno dei compromettenti è disposto a rinunciare, a fare un passo indietro su una condizione, quella medesima di cui nemmeno l’altra parte è disposta a privarsi.

Questa irretrattabile circostanza, nel nostro caso, è inconfutabilmente la carica di Sindaco.

A conferma di ciò accorrono i motivi addotti dalle parti per giustificare il mancato sodalizio.

Lo stimato Pierfrancesco utilizza un argomento difficilmente contestabile, che senz’altro avrà sfoderato numerosissime volte in fila alle poste:

“C’ero prima io”.

La carissima Francesca invece, dopo una candidatura un tantino tardiva (è innegabile “c’era prima il Majo”), senza un preventivo accordo con il candidato già in corsa, snobbato per tutta la campagna, ad urne chiuse dichiara:

“La porta era aperta, volevo un percorso comune, ma non è stato possibile”.

Se davvero la realtà è come lei stessa l’ha descritta, a spoglio terminato, avrebbe potuto giocarsi un po’ meglio le proprie carte.

La Balzani almeno ha corso per vincere, convinta di potercela fare da sola, ma non ha destato l’impressione di voler sedurre a tutti i costi Majorino.

E’ pur vero che non si può darle torto quando, a caldo, ha qualche reminiscenza su come far di conto, sottintendendo come non spettasse a lei compiere un passo indietro:

“Mi sarebbe bastato meno di un terzo dei voti di Majorino per vincere, mentre a lui non sarebbero stati sufficienti la metà dei miei”.

D’altra parte il prode Pierfrancesco, sul quale gravano le maggiori responsabilità del mancato accordo, non è mai parso in sintonia con la candidata anzi, ad esclusione di qualche attacco nei confronti di Sala sui conti Expo, tutto l’arsenale a sua disposizione è stato rivolto verso la Balzani. E lo stesso ha fatto Francesca.

Majorino ha presentato un programma qualitativamente importante, non gli mancano ideali e passione, tuttavia tra i propri dardi non dispone di lungimiranza né di intelligenza politica.

A godersi il triste spettacolo di questa guerra tra poveri c’era Giuseppe Sala, detto Beppe. Questi, al di là di giurare che i conti erano ottimi e che la propria collocazione politica fosse nell’area del centrosinistra, poco ha dovuto fare.

E’ stato sufficiente rimanere ad osservare l’esito dell’assurda lotta fratricida che si stava consumando nell’altro angolo del ring.

Il risultato più evidente che queste Primarie ci consegnano si compendia in un numero: cinquantasette.

Gli elettori dei due contendenti a sinistra assommano il 57% dei voti, contro il 42% di Sala.

A Milano c’è stato un forte spostamento a sinistra del Partito Democratico, come ha osservato in modo tanto acuto quanto tardivo il Sindaco uscente Giuliano Pisapia.

E’ questo un dato da non sottovalutare assolutamente, poiché moltissimi di questi elettori si sentiranno non rappresentati alle comunali di giugno.

Il rischio è che Beppe Sala si riveli un profilo totalmente inadeguato a porsi come unificatore del centrosinistra, per un motivo immediatamente percepibile: il suo curriculum racconta tutt’altra storia.

Sarà sufficiente una mano di vernice arancione a convincere quest’elettorato apolide a convergere sul suo nome? (altro…)

A cena con Majorino. Intervista al candidato sindaco.

Sono le 19.40 e mi accorgo che sono quasi in ritardo per la cena.

Un amico mi ha invitata a casa sua perché ha organizzato una cena con un po’ di giovani e un ospite particolare: Pierfrancesco Majorino, candidato sindaco alle primarie del centro-sinistra. Voglio intervistarlo. Pedalo come una forsennata e arrivo alle 20.10.

Majorino però non c’è, è ad un altro evento e si presenta verso le 21.

Ha poco tempo perché poi deve andare altrove, quindi iniziamo subito.

Ci sediamo dove troviamo posto e lui si presenta.

Subito mette in luce i punti cardine del suo programma politico ma soprattutto dei suoi ideali. In questi anni ha fatto l’assessore alle politiche sociali, si è occupato delle disabilità, degli interventi rivolti a situazioni nelle quali ci sono contesti familiari fragili, delle problematiche relative ai minori, del tema dell’accoglienza ai migranti. In sostanza è un uomo che ha lavorato molto nel sociale, si è preso cura della vita vera delle persone, e da qui nasce la sua decisione di candidarsi sindaco alle primarie. Ciò che ha più a cuore è il riscatto sociale dell’individuo, l’opportunità per tutti di costruire maggior benessere a partire dai diritti e dalle azioni antidiscriminatorie.

I punti cardine del suo programma politico sono: il riscatto sociale appunto, la rivoluzione ambientale, le politiche riguardanti gli interventi relativi a una trasformazione radicalissima su mobilità, trasporti, risparmio energetico, rigenerazione e riqualificazione dei grandi spazi pubblici o privati che sono vuoti e inutilizzati e il tema della cultura come grande leva di liberazione della creatività e vitalità.

Conclusa la presentazione vi è spazio per le domande, per non perdere l’occasione gli chiedo:

“I sondaggi mostrano un netto distacco tra Sala (in vantaggio) e lei e la Balzani (staccati con percentuali non dissimili); sapendo che il bacino d’utenza di voti Majorino-Balzani è quasi lo stesso, viene spontaneo pensare che se ci fosse solo un candidato, questi si giocherebbe la vittoria con Sala. Perché si è deciso di spaccare l’elettorato di sinistra, agevolando il cammino dell’ex commissario Expo? Esistono insanabili motivi di disaccordo politico oppure nessuno dei due vuole rinunciare alla poltrona di sindaco?”

“Questa è una domanda che mi fanno spesso. Secondo me c’è una prima questione: è frutto di una suggestione pensare che siamo i due di sinistra da una parte e Sala dall’altra, perché in realtà le carte sono molto più mescolate. Basti pensare al fatto che sette assessori della giunta Pisapia, di cui due di Sel, siano con Sala, oppure che la mia candidatura sia stata firmata da Massimo Recalcati che è uno degli intellettuali di riferimento di Renzi, oppure che la Balzani sicuramente goda di consensi nel centro-sinistra. Quindi che ci sia questa schematizzazione così dura io ho qualche dubbio, anche in relazione all’elettorato è vero che ci sono diversi incerti tra me e Francesca, ma ci sono anche indecisi tra me e Sala, altri tra Sala e Francesca. Io mi sono candidato a luglio e fino alla fine di novembre la Balzani spingeva per la mia candidatura, poi ha deciso legittimamente di fare questa scelta, che io rispetto. A gennaio ha detto testuali parole: “non mi riconosco nel programma elettorale di Majorino”. Mi dovrei ritirare per sostenere una candidata che dice che non si riconosce nelle mie proposte politiche? Sarebbe una pratica quantomeno originale. Io vado avanti, poi c’è chi periodicamente mi dice di farmi da parte. Però su questo mi sento molto americano, cioè se fai le primarie le porti avanti cogliendole come un’occasione di libertà, se no è meglio non farle affatto. Prevedere delle primarie col freno a mano tirato non è una cosa che mi piacerebbe.

Giusto ieri si è vista una forte differenza sui contenuti: la proposta Atm gratis non la supporto affatto, in ragione del fatto che credo che le persone benestanti debbano contribuire, semmai il tema è come il trasposto pubblico diventi più efficiente e di qualità, meno penalizzante rispetto ad alcuni quartieri popolari.

Io vorrei raggiungere nel 2030 l’obiettivo che Milano, come altre città europee, diventi una città che vuole lasciare l’auto privata a casa. Questo è parte integrante della rivoluzione ambientale che dobbiamo raggiungere. Per arrivare lì ho bisogno di un trasposto pubblico che funzioni. Personalmente sostengo la gratuità dei mezzi pubblici solo per i disoccupati. Mi chiedo anche perché Francesca, che è l’assessore al bilancio, abbia aumentato gli abbonamenti per i pensionati. Su questo tema si vede una grande differenza.”

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E l’arcobaleno sorgerà ancora

Si chiuderà presto una stagione davvero importante per Milano, cinque anni sono scivolati via rapidamente da quel primo di Giugno in Piazza del Duomo, dove migliaia di cittadini, colorati di arancione, si riunirono in festa a celebrare la “Milano liberata”. Qualche giorno prima di quella data, sempre nella stessa piazza, si stava svolgendo una manifestazione a sostegno dell’allora candidato sindaco Giuliano Pisapia, alla vigilia del ballottaggio con quello uscente Letizia Moratti. Era una serata bagnata quel ventotto Maggio 2011, poi all’improvviso una schiarita, e il cielo di nuovo azzurro, ed ecco un doppio arcobaleno squarciare il cielo della città, sfiorando le guglie della cattedrale; è un segno dissero allora i più sensibili agli auspici, e lo fu davvero. Dopo diciotto anni di Sindaci e giunte di Destra, a Palazzo Marino tornò a sedersi un amministratore dalle idee progressiste, desideroso di una città finalmente più aperta, libera e giusta.

Se abbia portato a termine la “Rivoluzione Arancione”, che tutti i suoi elettori si auguravano, non è un fatto pacifico, almeno non per tutti. Noi ci limitiamo ad osservare che da quel giorno si respira un’aria diversa, inizialmente solo carica di speranza, poi qualche certezza, pur tra l’impopolarità di alcune misure, ha incominciato ad annidarsi dentro di noi, quella possibilità che Milano potesse essere un traino, un esempio per tutto il Paese, si è fatta largo con sempre maggior convinzione.

A dimostrarlo sono i fatti: l’attenzione ad una mobilità sostenibile e condivisa con lo sviluppo del (già esistente) servizio del bike sharing, cui si è aggiunto il car e lo scooter sharing; la pedonalizzazione dell’area del Castello; l’inaugurazione della linea metropolitana M5; la realizzazione dell’Area C; la revoca del Piano di Governo del Territorio voluto dalla precedente giunta, che ha comportato una minor cementificazione; l’apertura di nuove aree verdi e il salvataggio del Parco Sud dalla longa manus edilizia del gruppo di Salvatore Ligresti; l’attenzione per i diritti civili di tutti con il varo del Registro delle Unioni Civili; l’accoglienza di una città pronta e solidale durante l’emergenza profughi, si ricorda la Stazione Centrale, in realtà solo una goccia nel mare dei moltissimi progetti sostenuti; e poi le scelte simboliche: “I Giardini Camilla Cederna” in onore della scrittrice e giornalista italiana, vergognosamente accusata di essere mandante morale dell’omicidio Calabresi; “I giardini Fausto e Iaio” dedicati ai due ragazzi uccisi nel ’78 dai neofascisti del NAR; l’esistenza di una “Piazza Berlinguer” intitolata al divinizzato Segretario del PCI; solo inutile propaganda di Sinistra, da cui non si giudica il governo di una città, obbietterà qualche detrattore, ma in realtà si tratta di scelte cariche di significato con una reale importanza: basti pensare che Letizia Moratti tentò di far approvare “Piazza Craxi”. Infine come ultimo lascito, quasi un testamento politico, l’introduzione del Bilancio Partecipativo, con l’intento di aprire le porte della gestione della città ai suoi stessi abitanti, progetto ambizioso e stimolante, cartina tornasole delle idee di una persona che si è posta sempre come sintesi di tanti individui e di tante idee, confutando la falsa ideologia dell’uomo solo al comando propugnata da alcuni.
Si tratta solo di una piccola visione, ristretta e parziale, rispetto ai tanti altri provvedimenti che conducono inevitabilmente a considerare storico il quinquennio che sta volgendo al termine. (altro…)

Roberto Saviano e la necessità dell’intellettuale engagé

Qualche giorno fa lo scrittore Roberto Saviano ha criticato apertamente il Ministro della Repubblica Boschi, richiedendone le dimissioni per motivi di opportunità politica.
Il suo ragionamento è ineccepibile:

Delle due l’una, o il Governo non agisce in alcun modo per evitare il fallimento di Banca Etruria, oppure ne prevede il salvataggio chiedendo però, previamente, un passo indietro al Ministro.

La vicenda è divenuta arcinota dopo il suicidio del pensionato Luigino D’Angelo, evento che ha aperto una discussione pubblica sulla necessità del decreto salva-banche, sulle sue modalità, ed infine sul confitto di interessi, evidentissimo, del Ministro.

Nel nostro paese siamo ormai assuefatti al conflitto d’interessi di un esponente del governo, ci abbiamo convissuto per un ventennio. Anche se è ovviamente pur vero che le dimensioni delle due situazioni sono molto diverse, si sta in ogni caso discutendo del medesimo tema.
Ed è proprio in relazione alla trattazione pubblica di esso, che aumenta, forte, la preoccupazione, poiché il nuovo governo, instauratosi peraltro con coup de théâtre da Prima Repubblica, aveva promesso un serio giro di vite in materia. Si trattava, come ovvio, di false promesse, fumo negli occhi degli smemorati elettori. Ciò che più infastidisce però è in realtà la memoria corta di certa stampa e certe opposizioni, finché l’argomento era caldo sarebbe stato necessario battere il ferro di una proposta di legge, e invece nulla, tabula rasa.
Sedata ogni voce contraria, grazie anche alla inadeguatezza delle alternative rappresentate dal consent-hunter Salvini e dal non chiaro, e ancora troppo confusionario, universo cinquestelle, si attacca chi discute le scelte dell’esecutivo dipingendolo come un deprecabile sostenitore delle due inidonee alternative. La critica ormai pare non essere più contemplata dal potere: è un’insopportabile e fastidioso grattacapo, e ne viene indirettamente negata la legittimità stessa.

 Tutto ciò si evince anche dalle rabbiose reazioni alle parole di Saviano, che chiedeva chiarimenti in merito ad una vicenda troppo oscura. Una tra le più scomposte è giunta dal deputato di Scelta Civica (ammesso che esista ancora) Gianfranco Librandi: “Le dichiarazioni di Saviano servono più a una sua personale campagna promozionale, per vendere più libri e guadagnare, che a raccontare la realtà. Il suo attacco è fango puro, buttato addosso al Ministro per alimentare odio, sospetti e istinti giustizialisti.” (altro…)

Moriremo tutti (di caldo)

E’ il 1992 siamo a Rio de Janeiro, Brasile, in questo luogo 154 paesi aderiscono ad un trattato appena stipulato, si tratta della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. I Capi di Stato di tutto il mondo hanno preso coscienza della drammatica gravità della situazione, hanno aperto gli occhi e compreso la minaccia che il surriscaldamento globale, causato dalle crescenti emissioni di gas serra, rappresenta per la sopravvivenza dell’uomo e di tutte le altre specie animali. Lo strumento giuridico in questione, il cui scopo programmatico è ovviamente la riduzione di quei gas responsabili del riscaldamento del pianeta, ha un solo difettuccio di fabbricazione, non è vincolante.

Al fine di ovviare al piccolo inconveniente, quegli stessi governanti si riuniscono in Giappone nel 1997 e stipulano il celebre Protocollo di Kyoto. Nei cinque anni trascorsi, i medesimi mirabilissimi statisti si rendono conto che purtroppo non è possibile curare un cancro con l’aspirina, e dunque prevedono l’obbligatorietà dell’accordo. Il testo ufficiale impone che i paesi industrializzati riducano, entro l’anno 2012, l’emissione di gas del 5,2%, rispetto ai livelli misurati nel 1990. Il meccanismo che sanziona l’eventuale inadempimento è molto semplice: una multa salata. Le Nazioni aderenti sono divise in Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo; i primi hanno vincoli stringenti, in quanto maggiormente responsabili del vertiginoso aumento delle emissioni, i secondi non li hanno poiché non sono stati causa del problema, e comunque inquinano poco in ragione del loro scarso consumo energetico. La logica adottata sembra filare liscia: “quanto più la tua economia è avanzata tanto più genera inquinamento, dunque devi adoperarti con più impegno per ridurlo”. Finalmente un testo adeguato, efficace e coerente: eureka!    Nulla di più falso, purtroppo la stesura finale prevede anche i “meccanismi flessibili per l’acquisizione di crediti di emissione”. Attraverso tre modalità diverse è possibile guadagnarsi il diritto ad inquinare. Tali strumenti sono:

  1. Il Clean Development Mechanism (CDM): i Paesi industrializzati possono acquisire crediti di emissione sviluppando “progetti che producono benefici ambientali” nei Paesi in via di sviluppo (L’illuminata ratio di tale previsione si può compendiare nel seguente scioglilingua: “chi inquina di più aiuta ad inquinare di meno chi inquina di meno per poter inquinare di più”).
  2. Il Joint Implementation: se due o più Paesi industrializzati realizzano congiuntamente “progetti per la riduzione dei gas serra” guadagnano crediti di emissione da spendere congiuntamente (Forse, chi ha ideato il JI, nel mentre stava realizzando tutt’altro joint, visto che anche in questo caso la logica appare un tantino contorta: “due inquinatori uniscono le forze per inquinare meno così da poter continuare ad inquinare”)
  3. L’Emissions Trading (ET): se un Paese è particolarmente responsabile e riduce le proprie emissioni in misura maggiore di quanto previsto dal Protocollo, può vendere tali eccedenze ad un altro Paese che potrà produrre gas serra in misura corrispondente (Giusto in fin dei conti cautelarsi da un’eventuale diminuzione globale di questa specie di ambrosia, non sia mai).

Dunque l’Accordo di Kyoto è una grandissima truffa, una presa per i fondelli piena di scappatoie. O forse, può darsi che i redattori del Protocollo fossero grandi ammiratori di Walt Whitman e volessero realizzare una rappresentazione giuridica dei suoi versi:

“Forse che mi contraddico?

Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico,

(Sono vasto, contengo moltitudini.)” (altro…)

Salvini, Bologna e la nuova strategia della tensione

Oggi mi sarebbe piaciuto parlarvi della magnifica coreografia che Simona Bertozzi è stata in grado di creare per l’atto conclusivo del suo dittico dedicato a Prometeo, un quadro d’azione intitolato “Il Dono” e performato l’altro ieri sera all’Oratorio di S. Filippo Neri a Bologna.

Ma essendo rimasto nella dotta città per tutto il week end non posso esimermi dal compito assai più ingrato di scrivere invece di quanto ho visto e sentito ieri, proprio durante la manifestazione della Lega Nord. (altro…)

Che cosa sta succedendo a Milano?

È difficile dire se la classica frase del classico turista: “C’è proprio poco da vedere a Milano, contribuisca di più a mettere in ridicolo chi la pronuncia o a rendere onore alla gloria dell’Italia. […] Milano può sembrare poco interessante in confronto ad altre città italiane solo un’osservazione affrettata.

Parola di Edith Wharton, scrittrice americana che nel 1905 visita Milano realizzando all’ombra della Madonnina che un viaggio alla scoperta di una città che non passa solo attraverso la visita dei tanti monumenti “ma è piuttosto negli intervalli tra questo sistematico studio del passato, nella parentesi del viaggio, che il viaggiatore cattura quegli sguardi più profondi che lo aiutano a comporre l’immagine di ogni città e a preservarne la personalità nella sua mente.

Quel che è certo è che il fascino discreto di questa città non è sfuggito solo ai viaggiatori che l’hanno visitata nel tempo. E’ un dato di fatto che sia sfuggito, e continui a sfuggire, a molti di coloro che la abitano. Le viuzze medievali, i trivi che sembrano intersecarsi con il precipuo scopo di smarrire ogni viandante, le chiese e i cortili dei palazzi signorili del centro, le coorti dei navigli, i giardini pensili incassati nei quartieri nuovi; tutto ciò Milano non lo concede facilmente.
Ammirare il Duomo, simbolo per eccellenza di Milano, può colpire l’occhio.
Mark Twain arrivò a dirne: “E’ la prima cosa che cerchi quando ti alzi al mattino e l’ultima su cui lo sguardo si posa la sera. E ancora dicono che il duomo di Milano venga solo dopo San Pietro a Roma. Non riesco a capire come possa essere secondo a qualsiasi altra opera eseguita dalla mano dell’uomo”.
Percy Bysshe Shelley la descrisse romanticamente come “fatta di marmo bianco tagliata a pinnacoli di immensa altezza lavorati con la massima delicatezza e carica di sculture. Il suo effetto, quando si staglia con le sue guglia abbaglianti sulla serena profondità del cielo italiano o alla luce lunare, quando le stelle sembrano raccogliersi tra quelle sagome è superiore a qualsiasi altra opera che io credevo possibile produrre in architettura”.

Eppure è ben più interessante osservare il lavorio, sommesso e quasi segreto, che si svolge quotidianamente sotto l’ombra della Madonnina scandito dalla canzone che Giovanni D’Anzi compose nel 1934. In pieno boom economico lo spirito d’iniziativa meneghino, così profondamente italiano eppure quasi rivolto al protestantesimo dei “pitocchi” olandesi, innalzava un’altra opera avveniristica: la Torre Velasca, che ancora oggi infiamma gli animi di esteti del calibro di Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi – per il primo si tratta di un assoluto capolavoro, il secondo la giudica “il paradigma della civiltà dell’orrore”. Come la Torre, anche Milano può piacere o non piacere, ma come ci ricorda il giornalista Beppe Severgnini “non bisogna credere che il capoluogo lombardo voglia gareggiare con altre città d’Italia in bellezze rinascimentali. Invece è orgoglioso dei suoi angoli strambi, dei suoi portoni, dei suoi cortili irregolari, dei suoi palazzi dove qualche incosciente vorrebbe sostituire il portiere con un citofono.”

Skyline SITO EPAM_0

In ogni caso è certo che sotto questa skyline così composita di storia e innovazione, di Duomo e Pirellone e Isozaki e Branca e Cesar Pelli e Bosco verticale,  qualcosa sta succedendo. Al di là dell’Expo e dei suoi ritardi, delle classifiche che lasciano il tempo che trovano, del turismo in crisi, proprio ieri sono arrivate due notizie che giudicherei piuttosto importanti per Milano e per i milanesi.

La prima riguarda la vivibilità della città, che tradotto significa mobilità cittadina. ATM, dunque, e sono quasi spaventato nel dirlo dal momento che questa sigla evoca in tutti noi spaventosi echi di ritardi, scioperi e affannose corse contro il tempo per raggiungere la pensilina prima dell’irrevocabile sentenza: le porte dell’autobus si sono chiuse e tocca aspettare il prossimo.
Ebbene, il quotidiano principe di ogni linea metropolitana (compresa la M4 in prossima apertura) ci annuncia con orgoglio che da oggi il biglietto dei mezzi pubblici di Milano – checché se ne dica, tra i meno cari d’Europa – si potrà acquistare anche tramite sms. Evento rivoluzionario, almeno a sentire i commenti entusiasti degli utenti. Però di rivoluzione se n’era già parlato quando Pisapia aveva innalzato di mezzo euro il costo di ogni corsa: allora tutti hanno scelto di continuare a viaggiare senza, chissà ora se la rivoluzione è più vicina.

Ma passiamo ad altro: la seconda notizia di ieri, di ben diversa portata, riguarda proprio il sindaco arancione. Nel 2016 Pisapia non si ricandiderà.
Annuncio inatteso e composto, fatto con grande stile e questo bisogna riconoscerlo. Jeans e maglione color tortora, voce come al solito pacata, nulla a che spartire con i modi ed i tailleur del precedente sindaco . Questa novità rischia però di avere gravi conseguenze negli equilibri di potere locali: c’è chi si è già candidato, con un anno di anticipo e l’assurda pretesa di andare subito al voto. Ma parliamo di Salvini, quindi nessuna sorpresa.
Ciò che invece è sorprendente è la lucidità del discorso di Pisapia – che non ha detto addio alla politica, sia chiaro, ma ha coerentemente esposto una dichiarazioni di intenti. Pensate un po’, sono gli stessi intenti della campagna elettorale del 2011!
Accorgermi che questo fatto sconvolgente nel panorama politico italiano è in realtà alla base della democrazia mi ha fatto girare la testa.
“Ho sempre detto che avrei fatto un solo mandato – ha detto Pisapia – anche perché volevo che a Milano crescesse una classe dirigente di sinistra capace di governare la città” e la comunicazione ufficiale è venuta oggi “proprio per dare il tempo perché ci si ricompatti”. Un candidato che espone ai cittadini un progetto ideologico e politico ed eletto lo realizza con azioni e parole è praticamente una chimera.
O meglio una scrofa semilanuta, l’animale mitico da cui proviene il nome latino di Milano, Mediolanum.
Ed è bello che proprio dalla moderna Mediolanum venga lanciato all’Urbe ed ai suoi palazzi questo importante monito: “La politica è un servizio e deve essere un modo per mettersi a disposizione”.
Dunque, concittadini, preparatevi alle elezioni del 2016: questa preziosa eredità non può certo andare perduta!

Giulio Bellotto