Musica

Jefferson Airplane: il viaggio verso Surrealistic Pillow

Sesso, droga, rock n roll, libertà, arte, poesia, Haight Street: era il paradiso terrestre

Non c’è molto altro da aggiungere alle parole del compianto Paul Kantner – tornerà protagonista in seguito – per descrivere cosa realmente rappresentasse agli occhi di una generazione la San Francisco Bay di metà anni ’60.
Questo è il periodo storico che si frappone tra il movimento beat degli anni ’50 e il nascente movimento hippie di fine anni ’60; un periodo di transizione generazionale e culturale, nel quale i ragazzi che a loro tempo vissero direttamente l’esperienza della Beat Generation  cominciano a superare la quarantina,  mentre le centinaia di migliaia di ragazzi che prenderanno parte al movimento hippie sono ancora adolescenti. L’atmosfera che si respira nell’area di San Francisco durante questo interregno generazionale viene immortalata perfettamente dalla figura di Ken Kesey, scrittore – anche se definirlo tale è sminuente –  e autore del romanzo capolavoro “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1962).
È proprio su questo background di trait d’union culturale che la nostra storia può cominciare.

Ero troppo giovane per essere un beatnik, ma troppo vecchio per essere un hippie – Ken Kesey

ken_keseySe anche voi foste vissuti in questo periodo e anche voi foste stati, come Kesey, “troppo giovani beatnik, ma troppo vecchi hippie”, ci sarebbero stati solo tre luoghi negli Stati Uniti d’America dove avreste voluto stare giorno e notte: Cambridge (Boston), Greenwich Village (New York City) e Berkeley (San Francisco Bay). A metà anni ’60, questi sono i tre principali centri di musica folk americana, dove regolarmente si esibiscono band e artisti in uno scenario beat. Kesey, che per carattere tende a portare ogni situazione all’eccesso, proprio non riesce a farsi bastare uno soltanto di questi tre centri focali giovanili: li vuole vivere tutti. È così che, a partire dal 1964, insieme a un gruppo di amici – prenderanno il nome di Marry Pranksters – organizzano mensilmente viaggi in scuolabus da Berkeley a New York a Boston, vivendo comunitariamente. Durante la permanenza in ciascuno dei tre luoghi, organizzano dei festini, aperti al pubblico, chiamati “Acid Tests”, nel corso dei quali assistono a esibizioni di varie band locali sotto effetto di LSD. È proprio l’abituale consumo di sostanze stupefacenti che rappresenta il vero punto di rottura tra la cultura beat e quella hippie.

Non passa molto tempo prima che Kesey diventi un nome noto alla scena beat e “proto-hippie” di entrambe le “coast” e sono moltissime le persone che iniziano a imitarlo. Uno dei luoghi prescelti da Kesey per questi stravaganti festini è una famosa coffee house di Berkeley, sede di numerosissimi concerti folk e blues, la Cabale Creamery, il cui fondatore, Chandler A. Laughlin III – oggi noto come Travus T. Hipp –  diventa uno dei primi a rimanere ammaliato dalla figura di Kesey e in generale dallo stile di vita dei Marry Pranksters. Nel 1965 Laughlin, ispiratosi a Kesey, consegna alla storia quello che può essere tranquillamente considerato come il primo vero festival musicale a sfondo psichedelico di sempre, il “The Red Dog Experience”. Ospitato dal celebre Red Dog Saloon nella piccola e desolata Virginia City (Nevada), il festival attrae qualche centinaio di ragazzi da tutta la California e si svolge in maniera confusionaria, senza una vera distinzione tra pubblico e artisti, tra palco e dancefloor e, soprattutto, con un unico aspetto principale: il consumo di peyote americano. Come si può immaginare, il “The Red Dog Experience” non sarà tanto ricordato per la qualità della performance, quanto per i nomi degli artisti partecipanti, la gran parte dei quali, solo un paio di anni dopo, sarebbero diventati i nomi di punta della scena musicale californiana: Big Brother & The Holding Company, The Charlatans, Quicksilver Messenger Service, Grateful Dead e, infine, dei giovanissimi Jefferson Airplane.

I Jefferson Airplane, nel periodo del “The Red Dog Experience”, sono poco più di una neonata e sconosciuta band di San Francisco, ruotante attorno le figure di Marty Balin e Paul Kantner. Il primo è uno dei co-fondatori del “The Matrix”, nightclub dell’area di San Francisco; il secondo è un giovane e promettente musicista bazzicante per la California in cerca di fortuna: nel suo periodo da gavetta, Kantner suona con gli allora altrettanto sconosciuti Jerry Garcia, David Crosby, Janis Joplin e vive tra Los Angeles, San Francisco, Santa Clara e Berkeley.
L’incontro tra i due comporta la nascita di una band creata per essere la resident band del The Matrix e, dopo aver reclutato la cantante Signe Toly Anderson, cominciano a suonare regolarmente nel night club di Balin.
La prima vera svolta – ve ne saranno due nella carriera degli Airplane – avviene nella seconda metà del 1965. La band, ingaggiata per un paio di esibizioni all’interno della Santa Clara University, viene presentata da Kantner a una sua vecchia conoscenza: il chitarrista Jorma Kaukonen.

jormaSu Jorma Kaukonen si potrebbe aprire un capitolo a parte lungo pagine intere dato che, a 25 anni ancora da compiere, può vantare una vita che sarebbe ricca di esperienze persino agli occhi di un cinquantenne. Nato a Washington, D.C. da una famiglia di origini finlandesi e russe, a causa del lavoro del padre, cresce dapprima nella capitale, poi nelle Filippine, dove entra in contatto con la musica folcloristica locale e comincia a suonare la chitarra. Torna nella sua città natale a 14 anni, dove incontra colui che sarà suo partner musicale a vita: il bassista Jack Casady. Con Casady fonda la band blues-rock The Triumphs, con cui perfeziona la sua conoscenza del blues. A 18 anni si trasferisce in Ohio per frequentare l’Antioch College, periodo in cui viene iniziato dall’amico Ian Buchanan – da non confondere con l’omonimo attore di “General Hospital” – all’arte del finger-picking. Dopo 3 anni si sposta in California, a San Jose, dove insegna chitarra in una scuola di musica e si esibisce dal vivo saltuariamente, accompagnando una giovanissima Janis Joplin e facendo la conoscenza di numerosi aspiranti musicisti locali, tra cui il nostro Paul Kantner.
Quando però nell’autunno del ’65 viene invitato dallo stesso Kantner a partecipare a una jam session con i nascenti Jefferson Airplane alla Santa Clara University, a diretta domanda se voglia unirsi in pianta stabile alla band la risposta è decisa: “no”. Lui?! Un purista del blues in una psych-rock band? No, meglio di no! E sarebbe anche un rifiuto definitivo se Ken Kesey, lì presente, non tirasse fuori dal suo scuolabus un delay che utilizzava per i suoi “Acid Tests”. Una volta collegato alla chitarra, Jorma scopre un mondo nuovo, il mondo delle meraviglie musicali della California, di cui i Jefferson Airplane saranno tra i principali portabandiera per i 5 anni successivi.

Con l’ingresso di Kaukonen, che nel frattempo ha fatto pressione su Balin e Kantner per accogliere in gruppo anche il fedele Casady, gli Airplane non solo diventano una band completa, ma anche e soprattutto una band unica. L’aspetto del sound che li caratterizza è lo stesso aspetto che caratterizza tutte le altre band dell’area di San Francisco nello stesso periodo storico: la componente psichedelica. Ciò però che li differenzia dalle altre è il fatto che mentre band come i Grateful Dead, i Big Brother & The Holding Company o i Quicksilver Messenger Service utilizzano il blues come genere di riferimento per comunicare l’aspetto psichedelico (Acid Blues), gli Airplane scelgono il folk (Psychedelic Folk-Rock). Ovviamente non mancano anche in loro le fondamenta blues – non dimentichiamoci che la loro chitarra principale è quella di Jorma Kaukonen – ma, a differenza dei “colleghi” sopra citati, è un blues utilizzato per colorare gli arrangiamenti e non proprio per aiutarsi nel processo compositivo, che infatti avviene soprattutto per mano di Balin e Kantner, non di Kaukonen e Casady.
Nel giro di un anno dalla loro formazione, la gente comincia lentamente a rendersi conto che nessuno, ma proprio nessuno, ha il sound dei Jefferson Airplane. Se ne accorge anche Matthew Katz, il più lesto tra gli addetti ai lavori ad aggiudicarsi la firma di Balin su un contratto. Katz, divenuto ufficialmente manager della band, li porta in studio con il produttore Tommy Oliver, per registrare un album sotto la RCA Victor Records, un album che prenderà il nome di “Jefferson Airplane Takes Off”.

Pubblicato nel settembre del 1966, “Takes Off” è un LP che unisce alla perfezione il folk e il blues alla componente psichedelica, ovvero quel tipico sound che già da qualche mese spopola tra migliaia di ragazzi californiani. L’album riscuote un considerevole successo negli Stati Uniti: le 15 mila copie vendute nella prima settimana (di cui più della metà soltanto a San Francisco) spingono la RCA a riprendere con grande urgenza le stampe. Come andava di moda in quegli anni, l’etichetta decide di omettere dalle ristampe il brano “Runnin’ Round This World” a causa di un testo con espliciti riferimenti al consumo di acidi. Tutt’ora a San Francisco e dintorni potreste trovare una delle 15 mila copie originali dell’album, il problema è il prezzo: dai 3 mila dollari a salire.
Jefferson Airplane - Takes Off - FrontSi può dire che con “Takes Off” i Jefferson Airplane prendono effettivamente il volo. Eppure, la seconda vera e definitiva svolta, deve ancora compiersi.

Il 15 Ottobre 1966, a pochi giorni dalla pubblicazione del disco, Signe Anderson lascia la band per partorire la sua prima figlia. Così Balin prende la palla al balzo per allontanare anche il batterista Skip Spence, una cui vacanza in Messico non preannunciata durante le registrazioni di “Takes Off” non è mai andata giù al resto del gruppo. In quell’occasione Spence venne sostituito dal batterista “jazz-oriented” Spencer Dryden, amico di Jack Casady, e anche questa volta a Dryden viene chiesto di sostituire Spence, in via definitiva però. Per il ruolo di cantante gli Airplane optano per la già nota Grace Slick – fino ad allora cantante dei The Great Society – per non alterare la peculiarità vocale della band, fortemente basata sull’intreccio di voci maschili e femminili.
L’alchimia musicale che si crea tra i membri dei “nuovi” Jefferson Airplane è qualcosa destinato a entrare di prepotenza tra le pagine più importanti della musica americana del XX secolo. Al suo interno si possono identificare tre anime (o coppie, se preferite) ben distinte: il duo storico Balin/Kantner, che dimostrò già in “Takes Off” di avere tutte le carte in regola per confermarsi una delle coppie più prolifiche sotto il profilo della composizione del panorama californiano; in grado di unire melodie fresche e incalzanti a una base musicale tradizionalmente folk, i due presentano regolarmene ai restanti membri del gruppo canzoni tanto meravigliose, quanto perfette per essere arrangiate in chiave “Airplane”. L’accoppiata Casady/Dryden, bassista e batterista di elevato spessore tecnico, è il motore del gruppo: le complesse linee di basso del primo si intrecciano perfettamente con le ritmiche semplici, marcate, talvolta tribali del secondo. La terza anima del gruppo è quella dal mood più “bluesy” e psichedelico: la chitarra blues stravolta dal delay di Jorma Kaukonen si alterna alla incredibile voce di Grace Slick, il cui contributo compositivo sarà di vitale importanza. Questi Jefferson Airplane danno vita in breve tempo a un album destinato a rivoluzionare per sempre la scena musicale americana, a influenzare per i decenni seguenti intere generazioni di musicisti e, soprattutto, a ricoprire il ruolo di “colonna sonora” di uno dei bienni più movimentati della storia recente dell’umanità.

Nel Novembre del ’66 la band entra negli studi della RCA per registrare il suo capolavoro. Nel frattempo però, per le strade di San Francisco c’è la netta sensazione che stia per succedere qualcosa di importante. Siamo all’inizio del 1967 e la Guerra del Vietnam sta vivendo l’apice della sua drammaticità: le forze statunitensi raggiungono il numero di 500 mila unità e le perdite superano le 70 mila, senza tuttavia che vi sia l’impressione di ottenere veri e propri successi. Il malcontento in patria comincia a lievitare, soprattutto nella fascia di popolazione tra i 18 e i 30 anni. In California – centro nevralgico del fermento giovanile – migliaia di ragazzi organizzano quotidiane manifestazioni, occupazioni e proteste contro la politica interventista del governo americano. La controcultura hippie, che negli ultimi anni si è notevolmente espansa, si schiera fermamente contro la guerra, tanto da diventare nell’immaginario collettivo uno dei maggiori simboli anti-interventisti di quegli anni. A Gennaio del 1967 Michael Bowen organizza un gigantesco “Human Be-In” all’aperto per le strade di San Francisco: è questo l’evento che introduce il movimento hippie all’intera nazione e al mondo. Nei giorni successivi, infatti, un evento simile verrà poi organizzato anche per le strade di New York. Il consumo di marijuana e di LSD – divenuto illegale dal 1965 – entra prepotentemente nella cultura di migliaia di giovani, parte di una collettività sempre più in crescita. Nel giugno dello stesso anno San Francisco, e in particolare il quartiere di Haight-Ashbury, è nettamente la capitale culturale più all’avanguardia degli Stati Uniti e non solo. La reinterpretazione del grande classico “San Francisco” da parte di Scott McKenzie raggiunge la top 50 americana e si posiziona addirittura al primo posto in quella britannica, trasmettendo, in un’era senza internet, ulteriori messaggi oltreoceano sul periodo di grande fermento che stava attraversando la California intera: “If you’re going to San Francisco be sure to wear some flowers in your hair”.

240px-JeffersonAirplaneSurrealisticÈ immerso in questo contesto che viene pubblicato, nel Febbraio del ’67, il capolavoro dei Jefferson Airplane: Surrealistic Pillow – nome preso da una frase di Jerry Garcia il quale, ascoltando il mix definitivo del disco dei suoi amici, se ne uscì con: “It sounds good. It sounds like a surrealistic pillow.” Il disco è una fusione totale tra folk-rock e psichedelia, qualcosa che in passato non è mai stato sentito, né inciso, neppure immaginato. Il lato A è composto da cinque brani che potrebbero essere tutti tranquillamente da “top chart”. L’incalzante “She Has Funny Cars”, scritta da Balin con la supervisione di Jorma Kaukonen, è una canzone totale: al riff di Kaukonen si accompagna una marcia tribale di Dryden, con il sostegno di una linea di basso tanto complessa quanto non invadente. Le voci di Slick e Balin si intrecciano meravigliosamente e sono uno dei punti di forza del brano. “Somebody to Love”, uno dei due pezzi che Grace Slick si portò dietro dai The Great Society, è il singolo di lancio dell’album, nonché uno dei maggiori inni generazionali, con un testo esplicitamente riferito al clima che si respira in quel periodo in Haigh Street, dove cinque “Airplane” su sei hanno la residenza. “My Best Friend”, un’eredità lasciata da Skip Spence, è la prima ballata presente sul disco, con complessi e meravigliosi intrecci vocali tra Slick, Balin e Kantner. “Today” è a mio avviso uno dei due capolavori dell’album: frutto del lavoro di composizione di Balin e Kantner, è una ballata malinconica con atmosfere psichedeliche e un testo enigmatico. Il lato A si chiude con l’introspettiva “Comin’ Back To Me”, composta ed eseguita quasi totalmente dall’ispiratissimo Marty Balin, in solitaria. Il lato B è probabilmente meno incisivo ma con all’interno qualche variazione degna di nota, rispetto al lato A. “3/5 of a Mile in 10 Seconds” è una piccola “She Has Funny Cars”; “D.C.B.A. – 25” è una meravigliosa mezza ballata con un fantastico arrangiamento di chitarra, ad opera di Jorma Kaukonen. Scritta ed eseguita dallo stesso Kaukonen troviamo poi “Embryonic Journey”, un pezzo strumentale di 2 minuti scarsi, con una chitarra acustica effettata suonata in finger picking. “White Rabbit” è il secondo singolo estratto dall’album: scritto da Grace Slick, è un altro di quei pezzi risalenti al suo periodo con i The Great Society ed è una marcetta psichedelica con un testo dagli espliciti riferimenti all’altro aspetto della controcultura hippie: l’acido. Slick si immagina “Alice nel paese delle meraviglie”: “One pill makes you larger and one pill makes you small / and the one that mama gives you don’t do anything at all / go ask Alice when she’s 10 feet tall”. A chiudere l’album ci pensa il pezzo che, a mio modo di vedere, è il secondo capolavoro del disco: “Plastic Fantastic Lover”. Composta da Marty Balin, si basa su un accordo di settima martellante per tutta la strofa, con una melodia vocale incalzante, rapida, fresca, quasi parlata. A far da contorno spiccano i soliti arrangiamenti figli del genio di Kaukonen.
Con un album del genere appena pubblicato, trascinato commercialmente dai due singoli “Somebody to Love” e “White Rabbit” (rispettivamente quinto e ottavo nella “Billboard Pop Singles Chart”) i Jefferson Airplane si impongono sul panorama musicale occidentale come una delle band più in voga del momento, tanto da essere indiscutibilmente una delle attrazioni principali dell’imminente Monterey Pop Festival. Insieme ai The Mamas & The Papas, Ravi Shankar, Otis Redding, The Animals, Janis Joplin, The Jimi Hendrix Experience, The Grateful Dead e The Who, gli Airplane danno vita a uno dei festival musicali più memorabili del secolo. Oltre ad essere considerato il punto di apice del movimento hippie – più anche di Woodstock, durante cui si intravedono già i primi segni di declino – il festival di Monterey è importante soprattutto perché segna ufficialmente l’ingresso della musica nella cultura giovanile, tanto da diventare uno dei principali mezzi di espressione del libero pensiero e, conseguentemente, vittima di persecuzione alla pari degli organi di stampa (ci si documenti sul “caso Lennon” a riguardo)

Tornando ai Jefferson Airplane e a Surrealistic Pillow, si potrebbero iniziare decine di riflessioni. Si potrebbe dire che pochi album nella storia della musica possono vantare un legame tanto prorompente con l’ambiente circostante. Si potrebbe aggiungere che trattasi assolutamente di uno di quegli innumerevoli casi in cui arte, musica e cultura si sviluppano parallelamente agli eventi storici contemporanei. Si potrebbe quasi considerare Surrealistic Pillow come un vero e proprio documento storico, in grado di consegnare ai postumi un assaggio di una cultura che si è sviluppata velocemente ed è scomparsa al doppio della velocità. Il movimento hippie si è praticamente estinto, o comunque ha perso completamente ogni significato socio-politico, già nel 1971. Invece, per Surrealistic Pillow quello fu solo l’inizio del viaggio verso l’immortalità. Non è necessario citare i centinaia di artisti che nei decenni successivi si sono ispirati direttamente o indirettamente al disco dei Jefferson Airplane per averne conferma. È sufficiente trovare mezz’ora per ascoltarlo e prendere consapevolezza che quanto accaduto in quegli anni non ha portato solo utopia e illusione, ma ha dato vita anche a pietre miliari nella storia della musica, perché dove c’è fermento, c’è creatività.

Edoardo Grimaldi

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A day in the life. Un Grazie a David Bowie

Mi sveglio. Ieri ho fatto tardi; prendo il telefono per vedere l’ora. Messaggi su messaggi: non c’è più. Se ne è andato e non ritornerà più. David Bowie.
David Bowie. David Bowie.
Non capisco. David Bowie, è morto; resto incredulo, nel letto, ancora qualche minuto.

Ma come è possibile?
Mi guardo allo specchio; devo farmi la barba. Che cosa stanno dicendo?
Mentre passo il rasoio sulle mie guance rosse per l’acqua calda, mi rendo finalmente conto; David Bowie non c’è più, lo testimoniano i miei occhi lucidi mentre sono qui, in piedi, e fisso la mia immagine riflessa.
E adesso, che cosa faccio? Metto su della musica? Non voglio sentire niente di suo, mi renderebbe ancora più triste. Non posso farne a meno, però.
Sono un tipo maniacale, o tutto o niente. Come posso pensare di ascoltare l’intera discografia di un artista così produttivo nel poco tempo che ho a disposizione, prima di dover tornare alla vita reale? Un artista che a ventidue anni, la mia età, per intenderci, pubblicava “Space Oddity”.

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Gram Parsons: il Messia dell’alternative country

Nel bel mezzo del classico paesaggio desertico, che caratterizza buona parte dell’area geografica all’interno del triangolo Los Angeles – Phoenix – Las Vegas, spicca uno dei parchi nazionali più suggestivi degli Stati Uniti d’America, il Joshua Tree National Park.
Tanto per dare un’idea, lì il paesaggio non si discosta poi tanto dall’ambientazione animata di Willie il Coyote e Roadrunner: clima prevalentemente desertico, terreno roccioso e qualche pianta grassa qua e là. C’è una strada statale, la Route 10, che collega la California al Nevada proprio tagliando in due una parte di questo paesaggio. Immerso in tutto questo, a lato della Route 62, una succursale della Route 10, spicca un motel indelebilmente legato alla storia della musica americana, il Joshua Tree Inn, noto a migliaia di fan in tutto il mondo per essere la tomba spirituale di Cecil Ingram Connor III, in arte Gram Parsons.

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Sympathy for the Devil & One plus One di Godard

Una settimana fa la nostra pagina Fb è arrivata a 666 Mi Piace e noi ci siamo illuminati pensando alla storica Sympathy for the Devil della one band standing (tra le leggende del rock) The Rolling Stones. È una delle canzoni che ha segnato la storia del rock’n’roll, una delle più citate, una delle più controverse ed una delle più scandalistiche.

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Coming Home. Back to the roots with Leon Bridges

It was the early 1950s and a historical revolution was taking place in the United States at the time. People had been awakened by the words of great men such as Martin Luther King, giving birth to the civil rights era and an incredibly powerful political movement. Such movement was strongly bound to a musical expression which originated in the African-American community and expressed the stressful status they had been victims of for the past decades: Soul music. Through a colourful succession of catchy rhythms, heartfelt handclaps and tireless body movements, music came to know the power and attraction of one of the most popular and warming genres of that lively period. All over the country a new, glowing and shiny lighthouse was shedding brightness to give music it’s true meaning, the essence of raising awareness and bringing people together. (altro…)

Exile On Main Street: l’imperfetta sintesi del rock ‘n’ roll

La genesi

“Excusez-moi, où est la Villa Nellcôte?”

Uno scapigliato ragazzo di 22 anni sta rivolgendo questa domanda a chiunque, come un ossesso, nel pieno centro della deliziosa Villefranche sur Mer, a una manciata di miglia a est di Nizza.

Villa Nellcôte come appare oggi, seminascosta dagli alberi. In primo piano, l'autore dell'articolo (a sinistra) e il Bloggo

Villa Nellcôte come appare oggi, seminascosta dagli alberi. In primo piano a sinistra, l’autore; a destra, altra gente del Bloggo.

E’ Maggio del 1971 e il protagonista della storia si chiama Dominique Tarlé, ribelle fotografo francese. (altro…)

Band #8: Il Rumore della Tregua

Il rumore della tregua non scrive inni generazionali.
Il rumore della tregua non può morire giovane, perché è nato vecchio.
Il rumore della tregua compone brani in maggiore su commissione.
Il rumore della tregua forse suona come gli anni settanta negli anni novanta, ma non ci è chiaro.
Il rumore della tregua ripudia l’ukulele e il glockenspiel come strumenti di risoluzione ai problemi del cantautorato moderno.
Il rumore della tregua lucra senza ritegno sulle tue malinconie.
Il rumore della tregua non è pre, ma soprattutto non è post.

Vi state chiedendo che cosa sia quest’inno? Forse poesia di strada, rap, avant-garde? (altro…)

Band #7: Finistère

Atmosfere indie pop di matrice anglosassone, ma rigorosamente in italiano: questa è la summa del tipo di musica che fanno i Finèstere, ricreando, nella costruzione dei brani, dinamiche raffinate e trasognate alternate a passaggi più propriamente rock. (altro…)