La connaturale tristezza dell’amore

Ogni qualvolta leggo un libro ambientato a Milano nella mia mente la curiosità per il contesto cresce infinitamente. La mia immaginazione non mi basta più e ogni dettaglio che estrapolo dalle pagine del romanzo serve per disegnare la mappa della città. Cerco su internet le strade e i parchi descritti e sono piena di soddisfazione quando non ne ho bisogno perché “io quel posto lo conosco!”. Il Fabbricone (1961), il primo vero romanzo di Giovanni Testori, è profondamente legato al contesto cittadino milanese tanto che sembra di guardare quelle vecchie foto di Milano ingiallite, quando era tutta campagna. Il romanzo, non a caso, insieme ai racconti Il Dio di Roserio (1954), Il Ponte della Ghisolfa (1958) e La Gilda del Mac Mahon (1959) e ai testi teatrali La Maria Brasca (1960) e L’Arialda (1962), conclude il ciclo de I Segreti di Milano.

Il Fabbricone era una delle prime case popolari della periferia nord-ovest Milanese degli anni ‘50, che dopo la guerra era sprofondata in uno stato di sempre maggior degrado tanto da essere definita dai preti della zona come “refugium peccatorum”; così come le tubature della casa anche i suoi abitanti sono andati sempre più a consumarsi e ad essere dimenticati.
I protagonisti sono gli inquilini stessi ed essi si raccontano sempre in relazione ai muri fatiscenti del Fabbricone, il quale rimane l’elemento, talvolta l’unico, che li accomuna e li fa interagire. Le finestre del palazzo sono come bocche immense dalle quali escono e si intrecciano le storie delle diverse famiglie.
Nonostante il pluralismo di voci e di personaggi, Testori si concentra sull’amore del Carlo Villa e della Rina Oliva. I giovani amanti provengono da due famiglie in contrasto tra di loro, i Villa sono militanti comunisti, mentre gli Oliva supportano la Democrazia Cristiana, e soprattutto il nonno Oliva e la sorella Villa, accecati dall’ideologia, non riescono accettare l’amore dei due ragazzi.
La Rina e Il Carlo ricordano un’altra famosa coppia lombarda: Renzo e Lucia. Testori, però, si allontana dalla tradizione manzoniana e regala ai suoi personaggi una forte sensualità e desiderio, che nulla toglie alla loro purezza di giovani amanti, anzi li eleva sopra il degrado del Fabbricone. In particolare è interessante la caratterizzazione della Rina, che incarna non solo l’ideale di carità cristiana e lealtà, ma anche di corporeità legata all’amore: è una ragazza intraprendente, piena di passione sessuale, disposta a concedersi per ottenere l’amore del Carlo senza cui non può vivere.

testori-2c-20pugili-202

Dal ciclo pittorico I pugilatori di Giovanni Testori

Eppure il Fabbricone non può sfuggire alla sua povertà e se gli amanti si incontrano dietro alla stazione in Bovisa, il Sandrino, primogenito di sette figli, e il Luciano, il bello del rione, prendono ogni sera il tram da via Aldini per andare al parco a vendere il loro corpo; come dice Il Luciano nell’ultima pagina del romanzo, la cui drammaticità cala un velo di amarezza sull’intera storia del Fabbricone, non è più padrone di niente, neanche della sua carne.
La prostituzione omosessuale è rappresentata da Testori come la massima umiliazione e resa alla disperazione, a differenza di Rina che si abbandona all’amore, i ragazzi del parco si concedono per soldi, unica via per fuggire dalla povertà della periferia.
La sessualità tormentata e morbosa è uno dei temi centrali nelle opere dello scrittore e drammaturgo lombardo ed essa non può essere analizzata senza riferirsi alla biografia di Testori, omosessuale e fervente cattolico.
La chiave per interpretare la tematica del sesso nei sui scritti ce la dà Testori stesso in un’intervista di Luca Doninelli proprio sul rapporto tra religione cattolica e sessualità.

Testori: Quello che posso dire è che sento questo dramma, che lo vivo, e che, peccando – o, comunque, sbagliando – , cresce in me il bisogno di essere perdonato da un lato e, dall’altro, di trasformare questo stesso rapporto in un altro rapporto: di paternità, o, meglio, di paterna fraternità. […] Comunque non dico queste cose per giustificarmi: innanzitutto perché quella che ho detto è una cosa dura da realizzare, e in secondo luogo perché la mia prima necessità è quella di essere accolto e amato.

Quest’aspetto del pensiero di Testori è ben rappresentato dal tormento della Rina a cui viene negato il perdono della Chiesa per aver perso la verginità prima del matrimonio e soprattutto per averla persa con “quell’anticristo”. Sempre nella stessa intervista Testori rivela anche un’altra sfaccettatura dell’amore, la sua connaturale tristezza. Le promesse dell’amore sono illusorie, così come l’amore della Rina e del Carlo non riesce a far dimenticare il puzzo delle tubature rotte che infesta il Fabbricone. L’amore è capace di dirci qualcosa solo nel momento in cui diventa dramma e per questo Testori è così affascinato dal proletariato e dagli irreparabili, che diventano nel suo immaginario l’unica classe sociale in grado di ritrovare da sola i grandi temi tragici.

Il Fabbricone non è l’opera più incisiva di Testori dal momento che non rende giustizia alla sperimentazione linguistica e alla tragicità tipiche del suo teatro, ma mette in luce la profondità e sensibilità di un autore spesso lasciato in secondo piano.

Valentina Villa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...