Go Bernie!

Ho sempre provato una forte idiosincrasia verso il sistema politico americano e i suoi esponenti. Un modello rozzo e compromissorio capace di partorire candidati dal forte risalto mediatico ma spesso privi di reali contenuti e istanze politiche concrete.

Quest’anno però in corsa per le primarie del Partito Democratico c’è un personaggio che potrebbe farmi cambiare idea: l’attuale senatore del Vermont Bernard ‘Bernie’ Sanders.

Settantaquattrenne con un passato da attivista, da sempre impegnato nella lotta per i diritti civili delle minoranze (partecipò alla Marcia su Washington organizzata da Martin Luther King), Bernie è stato l’unico membro del Congresso dal dopoguerra in poi a definirsi “socialista”. E ciò che ha detto in campagna elettorale sembra effettivamente confermarlo.

Il suo programma si fonda sullo smantellamento del fallimentare Obamacare, per creare un sistema sanitario realmente gratuito per le fasce meno abbienti e sull’istituzione di un’università pubblica gratuita.

Queste due operazioni, paradigmatiche del progetto del Senatore del Vermont, sarebbero finanziate da una tassazione sulle operazioni borsistiche di Wall Street e da un aumento delle imposte sui patrimoni ereditari più consistenti. Altre tasse sono poi previste per scoraggiare l’emissione di co2 in favore delle energie rinnovabili.

Questo è uno dei tratti che allontana Bernie Sanders dalla figura classica di candidato alle presidenziali USA e lo rende più credibile: non teme di parlare di aumento delle tasse per il finanziamento dei propri progetti.

Non è però finita qui. Ulteriori punti del suo programma sono l’innalzamento del minimo salariale che verrebbe portato a 15 dollari l’ora (il doppio rispetto all’attuale), un’importante riforma carceraria (tema di fondamentale importanza negli Stati Uniti) e la legalizzazione della marijuana.

Queste posizioni, se non proprio socialiste, fortemente progressiste, gli hanno permesso di sottrarre una consistente fetta di elettorato, soprattutto tra i giovani e le minoranze, a Hillary Clinton, imbarazzante candidato sostenuto dall’establishment dem, che sarebbe la prosecutrice del centrismo moderato portato avanti da Obama nei suoi otto anni di presidenza, dal quale peraltro, una volta candidatasi, ha subito ricevuto un’endorsement di rilevante influenza sugli elettori democratici.

Quando Sanders ha annunciato la propria candidatura, partiva da uno svantaggio di quaranta punti percentuali dalla Clinton e i più l’avevano dato per spacciato in partenza, anche per la coerente scelta di non avvalersi dei cosiddetti superPAC: i finanziamenti di corporation e lobby, ulteriore elemento di rottura con la prassi dei candidati alla presidenza.

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Martin Luther King e Bernie Sanders durante la Marcia su Washington del 28 agosto 1963

Dopo una campagna elettorale in cui l’ex segretario di stato ha speso quasi 100 milioni di dollari (a fronte dei poco più di 40 di Sanders) questo vantaggio monstre si è sbriciolato. Dopo un sostanziale pareggio in Iowa è arrivata l’inattesa vittoria in New Hampshire.

Ieri sono usciti i risultati del cosiddetto Supertuesday, il turno elettorale nel quale una consistente fetta di stati esprime la propria preferenza, fondamentale da sempre per la corsa alla Casa Bianca, che fanno sembrare ormai certo il successo della Clinton, vincente in sette dei dodici stati che esprimevano la loro preferenza. Non tutto è però perduto, servirà un quasi miracolo ma Bernie ci ha già abituato ad eclatanti sorprese.

Se Sanders dovesse riuscire nell’impresa di vincere le primarie democratiche si troverebbe quasi certamente opposto a Donald Trump, il magnate newyorkese che sta portando avanti la propria allucinante campagna elettorale a colpi di populismo e xenofobia. Allora l’America si troverebbe davanti ad un bivio di cruciale importanza: perseverare ed anzi accentuare quella tendenza della propria politica ad affidarsi all’uomo solo al comando con i disastrosi risultati finora ottenuti (tralasciando, peraltro, la non irrilevante questione dell’impresentabilità di Trump in qualsiasi ruolo istituzionale) oppure cambiare radicalmente rotta, premiando quello che è, di sicuro, il personaggio più eccentrico ed estraneo alle logiche politiche statunitensi mai visto in corsa alle presidenziali e che rappresenta davvero un elemento di completa novità nel panorama americano.

Impossibile non auspicarsi la seconda delle ipotesi, soprattutto viste le inquietanti alternative tanto tra i repubblicani quanto nelle file democratiche: l’inadeguatezza della Clinton a ricoprire cariche di vertice all’interno del governo è già stata constatata in svariate occasioni (vedi lo scandalo delle mail riservate); per quanto riguarda Trump sembra superfluo anche solo spendere una parola sulla sua figura.

Ma anche chi non si riconosce appieno nelle politiche di Bernie Sanders non può non essere perlomeno incuriosito dalla possibilità di veder applicato un modello di stampo socialdemocratico in una nazione, come gli Stati Uniti, tradizionalmente ostile a tale sistema.

Sanders potrebbe rappresentare veramente un cambiamento che allo stato attuale appare necessario perché gli Stati Uniti, e con essi tutto l’Occidente, possano provare ad uscire dalla crisi sociale e culturale, ancor prima che economica, in cui sono sprofondati.

Se anche dunque i risultati sembrano ormai condannarlo alla sconfitta, spero che Bernie non smetta di lottare per la Presidenza e continui a sorprenderci come ha fatto sinora. Insomma, go Bernie!

Federico Arosio

 

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