spettatori

Il Derby dei poveri

Eccoci al terzo appuntamento con la rubrica “miti dello sport”. Questa settimana non parleremo proprio di miti, ma sfruttiamo la partita tra Inter e Milan di questa sera per parlare del penoso stato e fascino che la stracittadina milanese ha raggiunto. Questa sera a Milano andrà in scena il 214esimo derby ufficiale. Nonostante la stagione delle due squadre meneghine non abbia più molto da dire, il derby rappresenta sempre un palcoscenico interessante per entrambe le formazioni, ma l’atmosfera non sarà certo quella dei grandi derby del passato, dove una vittoria voleva dire scudetto, o passaggio in finale di Champions League. Questa sera una vittoria non conta (quasi) nulla a livello di classifica, ma conta per l’onore.

L’Inter arriva al derby dopo una stagione altalenante, un cambio di allenatore e un mercato di Gennaio che ha portato nuovi nomi e ha cambiato l’entusiasmo, ma che non ha portato in termini di risultato quel cambiamento che era stato auspicato.

Il Milan invece, che si trova 1 punto sopra l’Inter, ha vissuto per ora una stagione al di sotto delle aspettative, tanto che Filippo Inzaghi, l’allenatore, più volte è stato messo in discussione.

Lontano dai fasti degli anni ’60, 90’ e della decade 2000-2010, dove furono giocati grandi derby, è già da un paio di stagioni che le due formazioni arrivano alla stracittadina povere di risultati e, cosa grave, di obbiettivi. Senza nominare la parola scudetto, che non si vede a Milano dal 2011 (vinto dal Milan di Allegri, Ibra e Thiago Silva) e che non viene combattuto dal 2012 (ve lo ricordate il “gol-no gol di Muntari”? ), le due formazioni di Milano addirittura si sono allontanate dalla massima competizione europea, la Champions League, e, questa la cosa più triste, non si trovano in corsa per un posto oramai da circa metà stagione. L’ambiente dunque manca di entusiasmo non solo da parte del Milan ma anche dalla parte dell’Inter. Non è un caso che a Milano in questi anni sia tornato di moda il basket, con Olimpia Milano che invece è riuscita a vincere lo scudetto l’anno scorso, essere strafavorita quest’anno e fare un grande cammino europeo. Il forum di Assago, casa dell’Olimpia, molte volte ha raggiunto il tutto esaurito e di media, in Eurolega, la capienza coperta del palazzetto è stata superiore al 70% (8400 di media). I numeri sono inferiori perché comunque il movimento cestistico ha molta meno risonanza e seguito del movimento calcistico (ad esempio: il forum tiene 12000 spettatori, San Siro 80000), però a Milano in questi anni, se si vogliono vedere successi, belle partite, palcoscenici importanti e vittorie bisogna andare ad Assago, e non allo stadio Giuseppe Meazza.

Pensare che 10 anni fa, Inter e Milan in questo periodo si scontravano nei quarti di finale di Champions League, e il Milan poi sarebbe stato eliminato solo in finale a Istanbul, sembra una cosa assurda. Non c’è solo una differenza di palcoscenico, ma anche di tasso tecnico delle rispettive squadre. L’ultimo derby giocato, il 23 Novembre 2014, pareggiato 1 a 1, è stato forse il più brutto derby della storia recente dei derby, non tanto perché la partita giocata è stata tremenda, ma perché le squadre in campo hanno mostrato un tasso tecnico imbarazzante: azioni piene di errori, poche emozioni e poco gioco. Speriamo che la partita di questa sera ci possa regalare almeno delle emozioni, del risultato, penso, poco interessi a entrambe, perché la stagione è già compromessa.

Concludo, citando, Massimo Sconcerti che, in un editoriale sul Corriere, affermava di come una Milano calcistica povera non solo nuoce alla salute della città, ma addirittura alla salute del campionato italiano in generale. Oramai surclassato da molto tempo dal campionato tedesco, in molti in Europa equiparano il nostro campionato a quello francese o portoghese o, addirittura, turco. Solo la Juventus, oramai riesce a competere ad alti livelli. Un tempo, nel calcisticamente lontano 2003, 3 (Inter, Milan e Juve) delle 4 semifinaliste di Champions erano squadre italiane, e le formazioni italiane erano capaci di trattenere giocatori importanti, senza dover vendere all’arrivo della prima maxi offerta milionaria. Le ultime due squadre ad aver vinto quella competizione sono proprio Inter (2010) e Milan (2007), da quando queste non sono più competitive i risultati e il ranking piangono. Una Milano piccola e povera è un’Italia perdente e trascurata. Mi duole però dire, che stando cosi le situazioni societarie delle rispettive squadre, ancora per alcuni anni non vedremo una Milano importante a livello calcistico. Senza stare a pensare ai palcoscenici europei, anche in Italia le cose vanno male. Peccato. L’anno prossimo poi, il 28 maggio 2016, la finale di Champions si disputerà proprio a Milano, peccato che né Inter né Milan prenderanno parte alla competizione. Tanto oramai ci siamo abituati a fare da spettatori.

Sebastiano Totta

Noi, spettatori del Piccolo

Mentre mi scapicollo per cercare di raggiungere in tempo il Teatro Ringhiera, dove tra un quarto d’ora inizieranno le procedure di voto per decretare il vincitore di quest’edizione di Play Festival, penso a due cose.
La prima è che non mi ricordo se ho preso le chiavi di casa. Merda! Ah, no, eccole qui..
Il secondo pensiero, di gran lunga più profondo e importante – anche se rimanere chiuso fuori di casa sarebbe stata una seccatura non da poco – è che il teatro è impegnativo.
Ovviamente è un impegno, anzi un lavoro, per gli operatori che fanno il teatro, quello bello come quello brutto: attori, tecnici, scenografi, registi, assistenti, drammaturghi; collaborano tutti quanti alla nascita di un processo davvero complesso che a volte riesce e a volte non riesce. Non è certo una scienza esatta e questo è sempre bene ricordarlo quando si tratta di valutare uno spettacolo, ovvero incasellarlo in una griglia di giudizio che per forza di cose è soggettiva anche quando vorrebbe avere la pretesa dell’oggettività. Come giurati tra poco voteremo non lo spettacolo migliore, ma quello che ci è piaciuto di più, a nostro modesto giudizio, ciascuno secondo la propria sensibilità.
Ma il teatro è un’impegno anche per gli spettatori, un investimento di tempo e denaro che non viene certo incentivato dalla società.
“Stasera veni a bere / a ballare / a drogarti con noi?”
“No mi spiace, stasera vado a teatro..”
“Ma che palle, sempre a teatro sei!”
Insomma, è una vita difficile quella dello spettatore, considerato anche il fatto che chi va a teatro non ha quasi mai il controllo su quello che sta per vedere né sul sistema che ha prodotto quel risultato.
Per questo quando c’è la possibilità che il pubblico partecipi alla programmazione della stagione di un teatro stabile dell’importanza del Piccolo di Milano, non è concesso lasciarsela sfuggire.
Per questo io vado al Ringhiera. Per questo Play Festival è importante.
Per questo la prossima stagione è nostra!

#iovadoalringhieraperchè

In posa per ribadire il concetto

Giulio Bellotto