Biennale di Venezia

Un Certo Lucas, un gioco senza regole

Un Certo Lucas è una scatola gialla, è un gioco di carta che infrange le classiche regole del libro. Per come è concepito potrebbe- perché no- far parte dell’opera presentata alla Biennale di Venezia 2015Games whose rules I ignore (giochi di cui ignoro le regole) del francese Boris Achour. Non dobbiamo dimenticare che lo scrittore argentino Julio Cortázar è autore di Rayuela e di Storie di cronopios e di famas, testi caratterizzati da immensa fantasia e sperimentazione letteraria.

Non c’è un inizio né una fine, non c’è trama e anche Lucas non è un vero e proprio personaggio, più un alter ego di Cortàzar; i vari brani sono storie, frammenti e micronarrazioni caratterizzati da una prosa ricca di aggettivi e periodi lunghi che li unifica in un unico flusso di pensiero, un’unica personalità. Lucas critica, riflette e fa considerazioni sulla realtà con uno sguardo ironico e allegorico, eppure non vi è giudizio, solo il tentativo di liberare la mente e il pensiero dalle costrizioni materiali. Il flusso di parole si libera dalla carta e viaggia su un piano astratto e a tratti surreale e che sfiora il grottesco. Ad esempio Legami di famiglia parla della zia Angustias i cui famigliari approfittano perfino delle vacanze per farle sapere quanto la odiano, mandandole cartoline oscene che lei conserva “gelosamente” in un album, spillandole- guarda caso- proprio sulle firme. Un altro esempio è Lucas, i suoi pudori e il dramma dell’andare in bagno a casa d’altri.

Negli appartamenti di adesso, si sa, l’ospite va in bagno e gli altri continuano a parlare del Biafra e di Michel Foucault, ma c’è qualcosa nell’aria, è come se tutti volessero dimenticare di avere le orecchie e al tempo stesso le orecchie si orientassero verso il luogo sacro che naturalmente nella nostra società ristretta è ad appena tre metri dal posto dove si svolgono queste conversazioni di alto livello, ed è certo che malgrado gli sforzi che farà l’ospite assente per non tradire le sue attività, e quelle dei commensali per aumentare il volume del disagio, a un certo punto risuonerà uno di quei rumori sordi che si fanno sentire nelle circostanze meno indicate, o nei migliori dei casi, lo strappo patetico di un pezzo di carta igienica scadente quando si stacca dal rotolo rosa o verde.

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Sulla Biennale di Venezia, Parte 3: I Padiglioni Nazionali.

Come singole identità i Padiglioni nazionali si interrogano sui futuri del mondo ricreando nei loro spazi simboli, situazioni, scambi che rappresentano la loro previsione.
Se molti di essi destano estremo interesse come il Sudafrica, l’Olanda, il Nordico, la Gran Bretagna con la già immortale Sarah Lucas, la Serbia delle nazioni smembrate e il Giappone delle chiavi del mondo, quattro Padiglioni valgono da soli l’intero costo del biglietto: Francia, Israele, Singapore e Tuvalu. (altro…)

Sulla Biennale di Venezia, Parte 2: Il Padiglione Centrale. Il Détournement dell’Autorità

Nel proseguire della ricerca sulla contemporaneità e sui futuri del mondo, il Padiglione Centrale presso i Giardini assume un tono estremamente più istituzionale. Qui il rischio e la presa di posizione che si respirava nelle Corderie viene meno o, meglio, si edulcora nella selezione di grandi artisti, definiti dai più critici l’ “usato sicuro”. (altro…)

Sulla Biennale di Venezia, Parte 1: Le Corderie. La Combustione Latente dei mondi

Avventurarsi all’interno dei meandri delle Corderie nell’Arsenale, ogni due anni, è un’esperienza estremamente intima. L’uomo avanza sicuro, attraverso le molteplici stanze, osservando e impregnandosi di quella che è la sua contemporaneità.
Colui che entra nella Biennale vuole conoscere il mondo del suo tempo, per conoscere se stesso. Quest’uomo, varcando la porta della 56a esposizione, ha un’ulteriore pretesa, quella di scoprire i futuri del mondo nella visione del curatore, Okwui Enwezor. (altro…)