Mese: febbraio 2016

Mr Pùntila si sbronza di realtà

Sfortunatamente le sbronze passano sempre!
Anche l’Uomo errabondo che va in cerca di sBloggo per strade notturne lo sa.
Gli occhi dell’ubriaco si aprono sul caos puntualmente generato da lui stesso; guai però a pensare che le imprevedibili mattine che ne conseguono siano sempre inesorabilmente tutte uguali tra loro.
Il nostro R. Rosenquist, per esempio, appena sveglio, usa sprofondare nel letto ma lentamente risorge.
Brecht s’immaginò tutt’altro destino per Mr. Pùntila, il più simpatico e il più farabutto tra tutti i suoi tanti personaggi. Questa definizione può sembrare forse contraddittoria, ed è esattamente così.

Non a caso Jan Knopf, direttore dell’istituto di studi sul testo Arbeitstelle Bertolt Brecht, definisce la poetica di quest’autore eine Ästhetik der Widersprüche, un’estetica della contraddizione che a partire dalla situazione agita sulla scena porti per associazione il pubblico a confrontarsi onestamente con la sua realtà, a scoprirne le architetture e le crepe. I vizi dei personaggi e i guasti del loro mondo non sono mai lontani da quelli delle persone che osservano la rappresentazione; al massimo, ne divergono per intensità in quanto sul palco il realismo e la sua inclemente razionalità sono portati fino alle estreme conseguenze, con effetti ora comici ora tragici. (altro…)

“Allestire è amare”. Nota breve su Harald Szeemann

La traiettoria di Harald Szeemann (1933-2005) è una di quelle che ha lasciato una traccia indelebile e ancora visibile al mondo dell’arte contemporanea. La sua carriera, costellata da circa duecento mostre allestite, ha assunto negli anni carattere di paradigma per intere generazioni di curatori. La centralità del suo operato all’interno del discorso sulla metodologia curatoriale appare ancora oggi ben chiara nonostante si sia giunti a condizioni storiche ed estetiche decisamente differenti rispetto agli anni in cui si è mosso. Direttore di museo a soli ventotto anni, primo curatore unico di Documenta, primo curatore di due Biennali veneziane consecutive, primo ad aver curato le due maggiori rassegne dell’arte contemporanea, Kassel e Venezia per l’appunto. image1Primo curatore indipendente. Indipendente nel senso di libero da vincoli istituzionali e quindi libero di spaziare, di viaggiare, di scovare arte e artisti dovunque, di essere decisivo nella scrittura di mostre ancora oggi totemiche. Direttore della Kunsthalle di Berna dal 1961 al 1969 – Berna, non proprio New York o Parigi – lavora intensamente alla realizzazione di un programma espositivo di un museo senza collezione permanente, che si caratterizza per dinamicità ed elasticità tematica e in poco tempo inizia a rivestire un’importanza non più marginale nella geografia dell’arte contemporanea europea.  Un’avventura quella di Berna che si conclude nel 1969 con When Attitudes Become Form: Works, Concepts, Processes, Situations, Information. Live in your head, la più grande frattura scomposta nella storia delle mostre d’arte contemporanea. Un evento che riunisce in un contesto sostanzialmente piccolo tutta la produzione artistica che già da qualche anno navigava nei mari mossi delle rivoluzioni culturali e sociali e che nel decennio successivo si sarebbe affermata energicamente nella sue molteplici proposte. Arte povera, arte concettuale, Land Art, Process Art e tanto altro affollano gli spazi della Kunsthalle e non solo prendendo forma in tempo reale durante l’allestimento. Uno sguardo alla lista dei sessantanove artisti presenti aiuterebbe oggi a identificare il curatore svizzero come responsabile di un assemblaggio epocale. Una delle novità del metodo szeemanniano di fare mostre consiste nella trasformazione dello spazio da luogo di mera esposizione a crogiolo di esperienze creative, momento in cui la processualità si svincola dal giogo della filosofia della pura creazione di oggetti, aspetto che in Attitudes raggiunge la sua massima concretizzazione. image2Le dimissioni dalla Kunsthalle sanciscono di fatto la nascita di una professione, il curatore indipendente, uno status di cui oggi ci si fregia con estrema facilità. Szeemann passa inoltre alla storia come “curatore indipendente senza casa”, e questa homeless condition gli permette di dare vita al Museo delle Ossessioni, un’istituzione mentale a cui lavora per tutta la sua vita, la cui estroflessione reale è rappresentata dalle mostre che concepisce in tutto il mondo. Happening & Fluxus nel 1970 alla Kunstverein di Colonia è un’autentica impresa, un bilancio di quelle esperienze riunite nel più coerente dei luoghi possibili. Il 1972 è l’anno di Documenta V, la prima ad aprirsi a una serie di manifestazioni della creatività umana ritenute non propriamente artistiche, affiancate alla sezione dell’arte cosiddetta alta, i cui interpreti (alcuni) insorgono proprio nei confronti del curatore svizzero, reo di essersi comportato da artista, di aver usato le loro opere come pennellate del suo quadro. Harald Szeemann, curatore o artista? Curatore, ovviamente. E al di là delle polemiche, Documenta V consegna al dibattito critico una preziosa possibilità di riflessione sul ruolo del curatore e sul tipo di autorialità che gli dovrebbe competere. Il 1975 è l’anno di Macchine Celibi, proposta in diverse sedi espositive tra cui il Magazzino del Sale alle Zattere a Venezia, una mostra che avrebbe dovuto essere la seconda di una trilogia formata da La Mamma e da Il Sole, entrambe mai realizzate, ma che in realtà è stata seguita da altre due mostre, Monte Verità (Ascona, 1978) e Der Hang zum Gesamtkunstwerk (Zurigo, 1983). Esposizioni queste che per temi trattati sottolineano quanto Szeemann abbia contribuito in maniera determinante non solo agli sviluppi dell’arte contemporanea, ma soprattutto allo sviluppo della storia della cultura del ventesimo secolo. image3Degli anni Sessanta e Settanta Szeemann è stato assoluto protagonista al fianco degli artisti e nel 1980 interviene sul format biennale ideando la sezione Aperto, in cui viene esposta l’arte considerata emergente, non in senso prettamente anagrafico. Si chieda per esempio ad Artschwager. Una sezione per cui il curatore svizzero ha lottato, minacciando addirittura le dimissioni, e che è stata mantenuta fino alla rinuncia di Jean Clair del 1995. Dal 1981 al 2000 ricopre il ruolo di “permanent indipendent collaborator” alla Kunsthaus di Zurigo, allestendo nel frattempo in giro per l’Europa una serie corposa di personali (Ensor, Polke, Jarry, Mario Merz, Fautrier, Twombly, Nauman, Beuys ecc.), e nel 1999 viene chiamato a guidare la Biennale di Venezia, incarico che gli viene rinnovato per l’edizione successiva (2001). dAPERTutto e Platea dell’Umanità rappresentano per certi versi la visualizzazione per opere del metodo szeemanniano, che non indietreggia dinanzi alle difficoltà di una mostra large-scale; due esposizioni che si caratterizzano per molteplicità, eterogeneità e rinuncia alla monotematicità: la questione dei sessi, la forte presenza cinese, la prevalenza dell’immagine in movimento, il corpo, l’interesse per l’architettura, lo scioglimento del concetto di oggetto, la sempre più evoluta site-specificity, la perdita dei canoni occidentali di bellezza. Le sue sono piattaforme del pensiero, spazi utopici di confronto in cui non esistono suddivisioni in base a criteri stilistici o tematici, la sua è una autentica storia dell’arte dell’intensità. Il rapporto di Szeemann con gli artisti è probabilmente il lascito più prezioso della sua parabola storica, una appassionata sinergia con quelle che egli stesso definiva mitologie individuali, di cui Joseph Beuys ha rappresentato l’apice più intenso. Harald Szeemann, curatore indipendente senza casa, intellettuale visionario, inventore di una professione.

Gianpaolo Cacciottolo

Tra i due litiganti il Beppe gode: l’autofagia della sinistra milanese

Nessun miracolo, niente rimonta, alla fine si è verificato quello che tutti si aspettavano da settimane.

Anche l’osservatore maggiormente distratto si era reso conto di ciò che sarebbe accaduto.

Persino quei sedicenni milanesi, ammessi precocemente al voto, avevano una qualche cognizione circa la curiosa strategia politica in atto.

Tutti, ma proprio tutti, senza esclusioni, avevano colto il punto.

Dopotutto sarebbe stata sufficiente una competenza elementare in materia di addizioni, e di numeri, quelli dei sondaggi.

Tutti tranne due: Pierfrancesco Majorino e Francesca Balzani.

Di certo non è facile trovare un accordo politico sui contenuti, è tutt’altro che agevole l’operazione comparativa di due programmi differenti al fine di trovare un progetto unico con priorità condivise, un compromesso in altre parole.

Compromesso è un sostantivo estremamente bistrattato, che suona quasi offensivo per alcuni, e che nel linguaggio corrente è comunemente inteso nell’accezione dello stesso al ribasso.

In realtà è un’arte di considerevole valore, specialmente in politica, quando riguarda le idee. Rinunciare ad un qualcosa di proprio per accogliere, nella medesima misura, un’ istanza altrui, e viceversa.

Questa nobile pratica non ha successo, non è possibile, solamente in un caso: quando nessuno dei compromettenti è disposto a rinunciare, a fare un passo indietro su una condizione, quella medesima di cui nemmeno l’altra parte è disposta a privarsi.

Questa irretrattabile circostanza, nel nostro caso, è inconfutabilmente la carica di Sindaco.

A conferma di ciò accorrono i motivi addotti dalle parti per giustificare il mancato sodalizio.

Lo stimato Pierfrancesco utilizza un argomento difficilmente contestabile, che senz’altro avrà sfoderato numerosissime volte in fila alle poste:

“C’ero prima io”.

La carissima Francesca invece, dopo una candidatura un tantino tardiva (è innegabile “c’era prima il Majo”), senza un preventivo accordo con il candidato già in corsa, snobbato per tutta la campagna, ad urne chiuse dichiara:

“La porta era aperta, volevo un percorso comune, ma non è stato possibile”.

Se davvero la realtà è come lei stessa l’ha descritta, a spoglio terminato, avrebbe potuto giocarsi un po’ meglio le proprie carte.

La Balzani almeno ha corso per vincere, convinta di potercela fare da sola, ma non ha destato l’impressione di voler sedurre a tutti i costi Majorino.

E’ pur vero che non si può darle torto quando, a caldo, ha qualche reminiscenza su come far di conto, sottintendendo come non spettasse a lei compiere un passo indietro:

“Mi sarebbe bastato meno di un terzo dei voti di Majorino per vincere, mentre a lui non sarebbero stati sufficienti la metà dei miei”.

D’altra parte il prode Pierfrancesco, sul quale gravano le maggiori responsabilità del mancato accordo, non è mai parso in sintonia con la candidata anzi, ad esclusione di qualche attacco nei confronti di Sala sui conti Expo, tutto l’arsenale a sua disposizione è stato rivolto verso la Balzani. E lo stesso ha fatto Francesca.

Majorino ha presentato un programma qualitativamente importante, non gli mancano ideali e passione, tuttavia tra i propri dardi non dispone di lungimiranza né di intelligenza politica.

A godersi il triste spettacolo di questa guerra tra poveri c’era Giuseppe Sala, detto Beppe. Questi, al di là di giurare che i conti erano ottimi e che la propria collocazione politica fosse nell’area del centrosinistra, poco ha dovuto fare.

E’ stato sufficiente rimanere ad osservare l’esito dell’assurda lotta fratricida che si stava consumando nell’altro angolo del ring.

Il risultato più evidente che queste Primarie ci consegnano si compendia in un numero: cinquantasette.

Gli elettori dei due contendenti a sinistra assommano il 57% dei voti, contro il 42% di Sala.

A Milano c’è stato un forte spostamento a sinistra del Partito Democratico, come ha osservato in modo tanto acuto quanto tardivo il Sindaco uscente Giuliano Pisapia.

E’ questo un dato da non sottovalutare assolutamente, poiché moltissimi di questi elettori si sentiranno non rappresentati alle comunali di giugno.

Il rischio è che Beppe Sala si riveli un profilo totalmente inadeguato a porsi come unificatore del centrosinistra, per un motivo immediatamente percepibile: il suo curriculum racconta tutt’altra storia.

Sarà sufficiente una mano di vernice arancione a convincere quest’elettorato apolide a convergere sul suo nome? (altro…)

La simmetria di Peter Pan

In matematica, un oggetto geometrico è chirale se è differente dalla sua immagine riflessa.
Più precisamente, per “differente” si intende che non è possibile sovrapporre l’immagine riflessa con l’oggetto originario tramite traslazioni e rotazioni.

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Il cast, da sinistra a destra: Chiara Leoncini (Tinker Bell), Alice Raffaelli (Peter), Linda Caridi (Wendy), Luciano Lanza (Peter)

Peter Pan guarda sotto le gonne – ultimo spettacolo della compagnia The Baby Walk e primo di un’annunciata Trilogia sulla transessualità ora in fase di crowdfunding su Indiegogo – si apre col primo piano di un pallone da calcio. Icosaedro troncato, solido semiregolare non chirale. Per quanto Peter se lo possa rigirare tra le mani o lo calci con forza e ostinazione, l’asse di simmetria non cambierà mai. Sono e saranno sempre venti esagoni bianchi cuciti strettamente a dodici pentagoni neri con uno spesso filo di cuoio. (altro…)

Francesco Vezzoli as Curator

Il Museion di Bolzano ha invitato l’artista Francesco Vezzoli (Brescia, 1971) a presentare un progetto espositivo come guest curator, tradizione che il museo d’arte contemporanea della provincia autonoma porta avanti da ormai quattro anni. Lo spazio, realizzato dallo studio KSW– Krueger, Schuberth, Vandreike di Berlino, coinvolge, infatti, ogni anno un curatore esterno a proporre una mostra tematica. Il 2012 è stato l’anno di Rein Wolfs, attuale direttore della Kunst- Und Ausstellungshalle della Repubblica Federale di Germania, poi Carol Yinghua Lu e Liu Ding, infine Pierre Bal-Blanc, già direttore del Contemporary Art Center di Bretigny e ora nel team curatoriale di documenta 14. Inoltre, il Museion ha invitato l’artista italiano ad esporre una prima retrospettiva della sua produzione scultorea, garantendo a Vezzoli un doppio incarico da affrontare.
Il risultato è la mostra Museo Museion, inaugurata il 30 febbraio e aperta fino al 16 maggio, nella quale Vezzoli sfrutta i primi piani dell’edificio per presentare una selezione di opere della collezione e l’ultimo per le proprie sculture. Il fil rouge che lega le due esposizioni è chiaro. Vezzoli si pone come presunto filologo e archeologo (o anti-filologo e anti-archeologo), che tenta di ricreare connessioni, dialoghi, rapporti parentali in primis tra le opere della collezione del Museion e capolavori della storia dell’arte (dal Rinascimento al Post-moderno), poi nel lavoro affrontato con le proprie opere scultoree. Tuttavia, come ben sappiamo, non ci troviamo davanti a un Salvatore Settis, la cui professione e precisione è stata recentemente osservata di nuovo nelle mostre Serial Classic e Portable Classic presso la Fondazione Prada di Milano e Venezia. Ma davanti ad un artista la cui poetica è da sempre basata sulla creazione di spiazzamenti percettivi, il cui obiettivo è “decostruire lo strumento della promozione” creando specchi dell’effimero mediatico, come in Comizi Di Non Amore, davanti all’artista più apprezzato dalle star hollywoodiane, che ha stigmatizzato aggiungendo ai loro ritratti la sua celebre lacrima ricamata. La post-produzione e il mixaggio divengono le chiavi d’intervento di Vezzoli che dedica incessantemente la sua attività alla commistione, sia che essa avvenga attraverso voli pindarici nell’antichità, sia tramite l’unione di trash televisivo e cinema alto. Il ritratto dell’artista che ha partecipato, tra le altre, alla Istanbul Biennal (1999), a tre Biennali di Venezia (2001, 2005 e 2007), alla Whitney Biennal (2006), alla Shanghai Biennal (2006), e che ha esposto personali dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di Torino (2002), alla Tate Modern di Londra (2006), al MoCa di Los Angeles (2014), al MoMa PS1 di New York (2014), si è, quindi, già delineato chiaramente, così come il suo intento.Francesco-Vezzoli-Museo-Museion-Museion-2016-foto-Luca-Meneghel-5
A Bolzano intorno ad ogni singola opera contemporanea selezionata dalla collezione del Museion è stata dipinta sul muro una cornice appartenente ad un altro quadro, proveniente dal XV al XX secolo. A lato dell’opera fornita ora di una doppia cornice, pendono fogli con l’immagine del quadro esposto, di quello storico abbinato, e una sintetica spiegazione dei loro autori.
Così un Achrome del 1961 di Piero Manzoni è circondato dalla cornice della Primavera di Giuseppe Arcimboldo, del 1573, il Blind Al (Mirror) di Douglas Gordon del 2002 dialoga con il Jean Cocteau del 1916 di Amedeo Modigliani, una serigrafia su plexiglass Senza Titolo di Emilio Vedova con il celeberrimo Ritratto di Baldassarre Castiglione, 1515-16, di Raffaello Sanzio, il Labirinto del 1957 di Carla Accardi con il Concerto campestre, 1510-11, di Tiziano Vecellio. Il legami che Vezzoli vede tra le opere accostate sono di diversi tipi: visivi, biografici, concettuali, ironici, ma anche inesistenti. Se Nan Goldin è accostato al Caravaggio per una sua sensibilità alla narrazione degli emarginati, prostitute, travestiti, drogati, del sesso e della miseria, Piotr Uklanski, con il suo Untitled (Black moon) del 2003, si accosta alla celebre Pietà databile 1455-1460 di Giovanni Bellini per un freddo richiamo alla morte, per quel cerchio lunare centrato nella fotografia del polacco che si ritrova nelle mani del Cristo, forate dai chiodi.
In altri momenti l’opera contemporanea è letta come un proseguimento ironico del passato, così avviene nel binomio fintamente maschilista Maria che cuce (la cucitrice), 1981, di Michelangelo Pistoletto, e Lo sposalizio della Vergine, 1504 di Raffaello Sanzio, dove la madre del Cristo, colta nel momento del matrimonio cede al giogo del sacramento e si dedica, nuda, a rattoppare un panno. O ancora, i segni della Accardi sono letti come profusione lirica scaturita dagli strumenti del Concerto campestre di Tiziano. Più ostico appare ad esempio il collegamento tra il gesto di Vedova e il ritratto di Baldassarre Castiglione di Raffaello, che potremmo intuire solo costringendo la nota sprezzatura, quella disinvoltura naturale nell’agire che qualificava il perfetto cortegiano nel trattato dell’intellettuale rinascimentale, all’interno della libera azione pittorica dell’informale veneziano.Francesco-Vezzoli-Museo-Museion-Museion-2016-foto-Luca-Meneghel
La prima parte della mostra di Vezzoli va quindi contestualizzata come un gioco attraverso la storia dell’arte, privato di una pesantezza che le avrebbe fornito una vera filologia o un’azione completamente concettuale: un leggero divertissement dalle sembianze pop. Tale esito nasce, ovviamente, a stretto contatto ed in coerenza con la piccola retrospettiva delle sculture di Vezzoli ospitata all’ultimo piano. Nella sua produzione scultorea Vezzoli interviene su opere storiche, applicando su di esse détournements e modifiche, accostamenti ironici, o, come nel caso più interessante e “consapevole”, riportandole alla loro originaria apparenza. Alcune opere presenti, ad esempio, già esposte alla mostra Teatro romano al MoMa PS1, sono busti in marmo risalenti ai primi secoli dopo Cristo ai quali l’artista, dopo averli acquistati all’asta, ha restituito la policromia, con la consulenza dell’archeologo della New York University Clemente Marconi. Quella che sembra immediatamente una resa pop del classico, in realtà nasconde un intervento estremamente filologico e archeologico, in contrasto con il grande fraintendimento storico artistico di una statuaria antica assolutamente acromatica.
L’artista come curatore si dimostra nuovamente capace di creare logiche e schemi che proiettino in mostra il proprio universo di pensiero e di analisi. Al Museion è avvenuto con quello di Vezzoli, ossessionato dall’ingresso nell’immaginario collettivo dell’immagine e da una sua lieve e a volte ingenua dissacrazione.

 

Bernardo Follini

courtesy: Museion
fotocredit: Alessandro Ciampi / Luca Meneghel

Sì le voglio, le unioni civili!

In questi giorni si parla molto del ddl Cirinnà sulle unioni civili e sulla possibilità della stepchild adoption per le coppie omosessuali. Tra manifestazioni arcobaleno, sentinelle e Family Day emergono diverse riflessioni di carattere etico e giuridico, ma soprattutto la domanda “è possibile che nel 2016 siamo ancora qua a parlarne?”.

Evidentemente sì, è possibile, infatti nell’Unione Europea l’Italia è uno dei pochi paesi, insieme a Bulgaria, Lettonia, Polonia, Lituania, Romania e Slovacchia, che non ha nessuna legge al riguardo. (altro…)

A cena con Majorino. Intervista al candidato sindaco.

Sono le 19.40 e mi accorgo che sono quasi in ritardo per la cena.

Un amico mi ha invitata a casa sua perché ha organizzato una cena con un po’ di giovani e un ospite particolare: Pierfrancesco Majorino, candidato sindaco alle primarie del centro-sinistra. Voglio intervistarlo. Pedalo come una forsennata e arrivo alle 20.10.

Majorino però non c’è, è ad un altro evento e si presenta verso le 21.

Ha poco tempo perché poi deve andare altrove, quindi iniziamo subito.

Ci sediamo dove troviamo posto e lui si presenta.

Subito mette in luce i punti cardine del suo programma politico ma soprattutto dei suoi ideali. In questi anni ha fatto l’assessore alle politiche sociali, si è occupato delle disabilità, degli interventi rivolti a situazioni nelle quali ci sono contesti familiari fragili, delle problematiche relative ai minori, del tema dell’accoglienza ai migranti. In sostanza è un uomo che ha lavorato molto nel sociale, si è preso cura della vita vera delle persone, e da qui nasce la sua decisione di candidarsi sindaco alle primarie. Ciò che ha più a cuore è il riscatto sociale dell’individuo, l’opportunità per tutti di costruire maggior benessere a partire dai diritti e dalle azioni antidiscriminatorie.

I punti cardine del suo programma politico sono: il riscatto sociale appunto, la rivoluzione ambientale, le politiche riguardanti gli interventi relativi a una trasformazione radicalissima su mobilità, trasporti, risparmio energetico, rigenerazione e riqualificazione dei grandi spazi pubblici o privati che sono vuoti e inutilizzati e il tema della cultura come grande leva di liberazione della creatività e vitalità.

Conclusa la presentazione vi è spazio per le domande, per non perdere l’occasione gli chiedo:

“I sondaggi mostrano un netto distacco tra Sala (in vantaggio) e lei e la Balzani (staccati con percentuali non dissimili); sapendo che il bacino d’utenza di voti Majorino-Balzani è quasi lo stesso, viene spontaneo pensare che se ci fosse solo un candidato, questi si giocherebbe la vittoria con Sala. Perché si è deciso di spaccare l’elettorato di sinistra, agevolando il cammino dell’ex commissario Expo? Esistono insanabili motivi di disaccordo politico oppure nessuno dei due vuole rinunciare alla poltrona di sindaco?”

“Questa è una domanda che mi fanno spesso. Secondo me c’è una prima questione: è frutto di una suggestione pensare che siamo i due di sinistra da una parte e Sala dall’altra, perché in realtà le carte sono molto più mescolate. Basti pensare al fatto che sette assessori della giunta Pisapia, di cui due di Sel, siano con Sala, oppure che la mia candidatura sia stata firmata da Massimo Recalcati che è uno degli intellettuali di riferimento di Renzi, oppure che la Balzani sicuramente goda di consensi nel centro-sinistra. Quindi che ci sia questa schematizzazione così dura io ho qualche dubbio, anche in relazione all’elettorato è vero che ci sono diversi incerti tra me e Francesca, ma ci sono anche indecisi tra me e Sala, altri tra Sala e Francesca. Io mi sono candidato a luglio e fino alla fine di novembre la Balzani spingeva per la mia candidatura, poi ha deciso legittimamente di fare questa scelta, che io rispetto. A gennaio ha detto testuali parole: “non mi riconosco nel programma elettorale di Majorino”. Mi dovrei ritirare per sostenere una candidata che dice che non si riconosce nelle mie proposte politiche? Sarebbe una pratica quantomeno originale. Io vado avanti, poi c’è chi periodicamente mi dice di farmi da parte. Però su questo mi sento molto americano, cioè se fai le primarie le porti avanti cogliendole come un’occasione di libertà, se no è meglio non farle affatto. Prevedere delle primarie col freno a mano tirato non è una cosa che mi piacerebbe.

Giusto ieri si è vista una forte differenza sui contenuti: la proposta Atm gratis non la supporto affatto, in ragione del fatto che credo che le persone benestanti debbano contribuire, semmai il tema è come il trasposto pubblico diventi più efficiente e di qualità, meno penalizzante rispetto ad alcuni quartieri popolari.

Io vorrei raggiungere nel 2030 l’obiettivo che Milano, come altre città europee, diventi una città che vuole lasciare l’auto privata a casa. Questo è parte integrante della rivoluzione ambientale che dobbiamo raggiungere. Per arrivare lì ho bisogno di un trasposto pubblico che funzioni. Personalmente sostengo la gratuità dei mezzi pubblici solo per i disoccupati. Mi chiedo anche perché Francesca, che è l’assessore al bilancio, abbia aumentato gli abbonamenti per i pensionati. Su questo tema si vede una grande differenza.”

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