Wes Anderson

Oscar 2015, all’insegna della mediocrità

Si è conclusa alle 6 di stamattina la tanto attesa notte delle stelle, la cerimonia degli Oscar che ha visto come vincitore indiscusso il regista messicano Inarritu per Birdman.
È il secondo anno di fila in cui il premio per la miglior regia viene assegnato ad un regista messicano: l’anno scorso il premio andò a Gravity di Alfonso Cuaron, un caro amico di Inarritu.

Neil Harris, prima di spogliarsi, posa per lo spot dell'Acedemy accanto alla celebre statuetta

Neil Harris, prima di spogliarsi, posa per lo spot dell’Academy accanto alla celebre statuetta

Decisamente sottotono, quasi dimessa, la presentazione affidata quest’anno a Neil Patrick Harris.
Stavolta Barney Stinson, il personaggio di How I Met Your Mother interpretato da Harris, non convince: dopo un iniziale balletto fa poco o niente, se non parodiare Birdman apparendo in mutande davanti al pubblico del Kodak Theatre.
Unico spunto brillante della serata è stato Jack Black nei primi 3 minuti. Poi, 3 ore e mezza di mare piatto e bonaccia.
È complessivamente la serata della mediocrità, dalla quale si è salvato solo qualche opera come Grand Budapest Hotel, che però nella sua particolarità non poteva certo vincere un premio come l’Oscar al miglior film (anche se molti l’hanno sperato). Wes Anderson deve accontentarsi di premi tecnici, come quelli riservate alle categorie di contorno di trucco, costumi e scenografia. Ma d’altronde era prevedibile.

Oscar della mediocrità dunque, e infatti come attori non protagonisti vincono J.K. Simmons, per la sua interpretazione del violento professore di musica in Whiplash, e Patricia Arquette, per Boyhood, entrambi attori validi ma da sempre secondari e più realizzati sul piccolo schermo che al cinema (vi ricordate Oz?).
Eddy Readmayne per la sua interpretazione di Stephen Hawking e per Still Alice la sempre bellissima Julianne Moore (passano gli anni ma è sempre più radiosa), si sono invece aggiudicati come da pronostico i premi come migliori attori protagonisti. Anche qui nessuna sorpresa.
Passiamo invece a Birdman, che si è rivelato un grande film dal punto di vista tecnico e merita davvero i premi per la fotografia e per la regia. Al tempo stesso però mi è sembrata una pellicola totalmente irrisolta, a tratti banale nella trama e nei dialoghi, tanto che sono rimasto sorpreso nel vederla così nettamente trionfante in questa serata. Birdman critica Hollywood ma poi fa man bassa agli Oscar, che paradosso!
Forse non è un caso che il film vincitore parli proprio di mediocrità e banalità e dell’imprevedibile virtù dell’ignoranza.

Insomma, mi sembra che questa edizione confermi una convinzione che vado maturando da qualche tempo: l’Oscar, a parte forse quelli riservati gli attori, non ha ormai un valore che non sia meramente pubblicitario.
La serata è uno show con battute poco spontanee (peraltro scarse e poco divertenti, almeno quest’anno) e in più quest’anno ci siamo dovuti pure sorbire le lacrime tremende, finte è dir poco, per la canzone Glory che poi ha pure vinto l’Oscar come miglior brano originale, tratto da Selma. Un tributo obbligato al film sulle vicende di M. L. King e alla sua produttrice, la notissima e influente ex-conduttrice Oprah Winfrey. La quale sembra che si sia messa in testa di comparire in un film (brutto) all’anno, come testimonia il terribile The Butler del 2013.
Considerando anche l’esclusione di Interstellar a cui non hanno nemmeno conferito il premio per la migliore colonna sonora (che è senza dubbio una delle più belle mai composte), non è stato un grande anno.
Nonostante il gran numero di bravi attori, grandi performance premiate, e discorsi interessanti come quelli di Readmayne e della Arquette, il solo momento toccante della serata è stato il discorso del giovane Graham Moore, trentatreenne premiato con The Imitation Game per la miglior sceneggiatura non originale.
Uno scrittore è l’eroe della serata, commuove il pubblico con un discorso molto intimo sulla diversità e sul continuare ad essere sé stessi; un tempo erano gli attori ad emozionare gli spettatori degli Oscar, se non è più così mi pare che ci sia un problema.

La notte degli Oscar 2015 è la fotografia perfetta del cinema americano di questi anni, pronto a cantarsela e suonarsela da solo ma mai realmente pronto ad aprirsi ad un cinema come arte innovativa: l’ultimo film vincitore e fuori dagli schemi tradizionali/hollywoodiani che mi ricordi è The Hurt Locker che infatti fu una gran sorpresa per tutti.
Increscioso e anche imbarazzante qualsiasi mancato accenno alla scomparsa di un maestro come Francesco Rosi nella sezione “In Memoriam”, dedicata ai grandi del cinema scomparsi durante l’anno; un fatto davvero inaccettabile per un regista importante come Rosi, che conferma la predisposizione di Hollywood a guardare fisso il proprio ombelico.

Unica nota che ho trovato davvero positiva è l’Oscar a Ida del polcacco Pawlikowski, ennesima dimostrazione di superiorità artistica per quanto riguarda i film stranieri, che vengono sempre premiati frettolosamente e invece per la loro evidentequalità dovrebbero essere messi di fianco al miglior film, non a inizio serata dopo il miglior trucco.
Che dire, io sono ormai otto anni che resto sveglio la notte per guardarmi le notti degli Oscar e posso dire di averne viste di davvero belle. Eppure non ci penso due volte nel dire che la notte scorsa avrei sicuramente preferito andare a dormire.

Tommaso Frangini

Cantare all’amore

La compagnia la Ballata dei Lenna, formatasi di recente presso l’Accademia Nico Pepe di Udine, presenta a Play Festival una riflessione sul tema dell’amore moderno, analizzato con occhio cinico e senza troppe pretese di profondità.  In scena due tipi di affettività: da una parte il matrimonio della sorella bella con un non meglio specificato politico si poggia sull’avvenenza e sull’arrivismo che giustifica ogni comportamento in ragione di un mondo spietato in cui si sopravvive solo grazie all’aspetto fisico. Dall’altra invece l’amore della sorella brutta “senza speranze” per il sarto fallito “che ha perso ogni speranza” vuole essere senza tempo e senza contesto, ma viene minato dal cinismo della sorella bella.

I dialoghi non particolarmente ricercati e intensi utilizzano volutamente luoghi comuni che raccontino la superficialità delle relazioni e della società: il matrimonio di convenienza, la suocera stronza, le canzoni di Ramazzotti e Baglioni, il calcio e l’amore cieco.
Al di là della trama la caratterizzazione dei personaggi è piuttosto interessante, seppur nella loro stereotipizzazione, la loro comicità tragica e il loro cinismo disperato – a tratti esasperato – è convincente e coinvolge.

La scenografia risulta efficace sopratutto per quanto riguarda le luci che delimitano lo spazio di vita dove agiscono i personaggi; l’ambientazione viene così a ricordare vagamente l’atmosfera di un film di Wes Anderson, naif e agrodolce.

Valentina Villa