Walter Keane

Small eyes – Walter Keane e l’arte contemporanea

Margareth e Walter Keane dipingono nel loro atelier - 1957

Margareth e Walter Keane dipingono nel loro atelier – 1957

Ho appena finito di vedere Big Eyes, l’ultimo film di Tim Burton sulla pioniera del Pop Surrealism americano Margaret Keane; scruto con lo sguardo le altre persone in sala e cerco di intuire sui loro volti un sorriso o qualche altro segnale della seduzione del cinema. Al cinema le cose si capiscono sempre meglio.
Ho notato che noi tutti abbiamo gli occhi molto più piccoli di quel che potrebbero essere.

Non voglio parlare del Tim Burton regista e nemmeno dell’arte della Keane; di teoria e di critica nei loro confronti se ne trova già moltissima. – qui la recensione del film
Però voglio fare una precisazione. Io sono solo un giovane critico d’arte contemporanea e Big Eyes, nonostante le apparenze – oltre alla realtà storica e al delicato surrealismo con cui Burton la racconta – di sicuro ci vuole narrare qualcosa che accade ancora fortissimamente a tutt’oggi nel sistema dell’arte contemporanea.
Un sistema di cui è emblematico il personaggio del marito di Margaret, l’abile uomo d’affari ed eccellente comunicatore Walter Keane: egli riesce a impadronirsi non solo dei diritti del lavoro intimo e creativo della moglie ma addirittura ad impossessarsi di una merce ancora più preziosa, la sua identità umana. Del resto, bisogna considerare che probabilmente senza l’operato subdolo del marito noi oggi non conosceremmo l’artista Margaret; ma questo può giustificare l’operato di Walter?

E’ bene rendersi conto che l’immaginario comune riguardo l’artista non equivale quasi mai alla realtà dei fatti, soprattutto per quanto concerne l’arte moderna e contemporanea. Chi sono questi artisti contemporanei? Esseri timidi e sensibili? Dei ribelli dannati? O forse degli abili e intelligentissimi professionisti del settore che, invece di vendere pentole, si dichiarano artisti tutto d’un tratto, magari perché hanno letto due libri sull’argomento?
Certamente non è così facile stabilire chi e quanti, ma sono sicuro che la maggior parte degli artisti contemporanei riconosciuti hanno più tratti in comune con Walter che non con Margaret.
Oggi si può tranquillamente affidare il lavoro manuale e artigianale a un altro, senza più il bisogno di sfruttare la vena artistica della propria consorte. Questa pratica, riconosciuta come una “operazione concettuale”, è accettata, persino incoraggiata e studiata nelle accademie di belle arti. Artisti ventenni, freschi di laurea, sentendosi in grado d’installare un semplice oggetto o qualsiasi altra esposizione in una delle tante biennali in giro per il mondo, si giustificano attraverso due parole banali, un articolo di giornale, o addirittura spiegando che lo faceva pure il grande Duchamp – tanto per sfruttare un format già esistito, e tra l’altro, vecchio di cent’anni.

In fondo non conta più nemmeno chi ha avuto per primo l’idea. L’importante è avere il mondo dell’editoria e dell’arte dalla tua parte. Se ce l’hai in pugno, quel mondo, puoi far oscurare chi vuoi. Puoi far credere quel che vuoi.
Oggi è facile essere artisti: devi essere furbo e se sei bravo a parlare è molto meglio. E se non sai parlare, sei ancora più cool, prova a fare il tenebroso taciturno.
Le pubbliche relazioni sono importanti: vai alla festa di quella galleria, vai a letto col critico, fai amicizia coi giornalisti, le riviste. Comportati come una puttana! Non arrenderti mai! Mettici sempre la faccia! Provaci! Provale tutte! Vai Walter! Vai…

Adesso anche chi non conosce il sistema dell’arte contemporanea ufficiale, avrà notato subito che l’impegno che si mette nell’attività mondana non lascia quasi spazio alla creatività e alla ricerca. E’ questa la verità.
Tutti quegli artisti introspettivi e silenziosi, che lavorano sodo solo per il piacere di farlo e non per una ricompensa in denaro e successo, hanno difficoltà maggiori a venir fuori. Complice anche la timidezza, la paura, la troppa sensibilità. Forse non si vestono appropriatamente – vi assicuro che io stesso ho sentito spesso fare questi discorsi. Ma soprattutto: non sanno vendersi, né parlare bene del proprio lavoro.

Come fare allora per aiutare tutte le altre Margaret Keane?
La storia dell’arte degli ultimi anni è ricca anche di vicende straordinarie, non dobbiamo dimenticarlo. Tocca a noi critici e studiosi volgere lo sguardo al di là dello sguardo comune. Aiutare il vero artista, spronarlo e caricarlo.
Dargli una voce, un microfono. Difenderlo.
Il nostro impegno quotidiano dovrà essere quello di indignarci per coloro che approfittano di un sistema malato e vecchio, e d’altro canto, quello di ricercare coloro che fanno della poesia la loro passione, che si sporcano le mani di pensieri e di emozioni, colore, creta, ferro, legno.
Diamo noi il buon esempio. I nostri occhi devono tornare a essere grandi.

Gabriele Arcangelo Esposito

Big eyes – è pur sempre Tim Burton, eppure..

Che il tocco magico di Tim Burton sia davvero svanito, non sta a me dirlo.
Ma gli ultimi suoi film hanno perso qualcosa, questo penso l’abbiano notato tutti.
Con Sweeney Todd, il regista aveva lasciato l’animazione musicale per tuffarsi nel musical recitato, riuscendo a creare ancora una volta, una atmosfera fantastica.
Poi, con Alice in Wonderland, Dark Shadows, Frankenweenie (anche se, devo ammettere, la prima mezz’ora era stupenda), Burton ha perso quota insieme alla sua lucida visionarietà, che non riesce a recuperare nemmeno con la sua ultima opera, Big Eyes.

Big eyes

La locandina del film, al cinema dal 1 gennaio

L’ambientazione nel secondo dopoguerra americano non è nuova ed è molto cara al regista: quello che resta probabilmente il suo miglior film, Edward mani di forbice, è ambientato in un contesto simile – lo stesso vale per Ed Wood.
La cornice c’è, manca però il dipinto e poiché si parla di arte, non è un difetto da poco: è come se mancasse proprio la principale e più personale connotazione del surreale regista.
Le situazioni stranianti che Burton crea restano sempre divertenti; non c’è che dire, l’autore è sempre riuscito a farci sorridere col suo umorismo stravagante. Ma il suo più importante registro è sempre stato quello della sensibilità, senza cadere mai nel banale o nel melodrammatico.
Questo registro sembra disperso.
Big Eyes ricorda piuttosto una di quelle commedie o fiction che si vedevano un tempo la domenica pomeriggio su Rete 4.
Il film narra una vicenda senza dubbio interessante: il successo (immeritato) di Walter Keane, che si è in realtà appropriato delle opere della moglie Margareth sfruttando la sua insicurezza.
La pittrice impiegherà più di dieci anni per raccogliere il coraggio di emanciparsi dal brusco marito, riprendendosi ciò che a lei è più caro, la sua vita, oltre che la sua arte.

Protagonista indiscussa è una Amy Adams versione bionda, meglio inquadrata da Burton rispetto a quanto non abbia fatto David O’ Russel che qualche anno fa l’ha incoronata suo feticcio e musa. L’attrice non è più oggetto di una contemplazione registica adorante e assoluta come invece accade in film come American Hustle e The Fighter.
Invece Burton nasconde le imperfezioni della mezza età e ce la presenta nel modo a lei più confacente: una fatina dagli occhi blu (come l’avevamo vista in Come d’incanto, una delle sue prime apparizioni sul grande schermo), perfetta per il ruolo di donna timorata di Dio che non riesce a farsi spazio nella relazione con un uomo dall’ego molto più forte del suo.
La Adams è stata, per adesso, già premiata con il Golden Globe.
Ad affiancarla c’è Christoph Waltz, che, anche a detta della critica, risulta sotto tono nella recitazione.
A mio avviso sembra che invece sia fatto apposta per questa parte: rende benissimo il personaggio di Walter, squallido e fastidioso sin dal primo momento, tanto da non consentire allo spettatore di trovare in lui alcuna nota positiva. Riesce insomma ad essere odioso come già fu in Quella sporca dozzina di Tarantino.

Nel film, oltre alla figlia, ad aiutare la povera Margareth sono anche i Testimoni di Geova con cui la pittrice viene in contatto per caso, facendo entrare nella sua nuova residenza alle Hawaii due donne che stanno cercando proseliti – il porta a porta è un altro elemento ricorrente nei film di Burton, come per esempio in Edward mani di forbice.
Non è però chiaro quale ruolo il regista dia ai Testimoni di Geova: se si limiti solamente a narrare i fatti o se voglia, invece, mostrare come persone deboli e sole come Margaret possano essere risucchiate in ambienti e contesti, da cui poi non riescono ad uscire facilmente.

Alcuni grandi sognatori ed esteti del cinema col tempo hanno visto affievolire la propria vena creativa; è capitato ad Antonioni ed allo stesso Fellini, i quali, ad un certo punto della loro vicenda artistica, non hanno saputo rinnovarsi e hanno finito col produrre opere non più originali.
Lo stesso Wenders, forse accorgendosi che il suo tocco rischiava di non essere più lo stesso, è passato al documentario. A mio modo di vedere una scelta saggia.
Per quanto lo stile di Tim Burton sia ben diverso da quello degli autori appena citati (in realtà si tratta di uno stile effettivamente unico), l’impressione è che quel che il regista poteva e doveva dare all’arte cinematografica, lo abbia già dato.
E che ora rischi di inaridire la sua vena senza riuscire più a toccare più mete così alte come quelle dei suoi film degli anni ’90 e del primo decennio di questo secolo.
Ma sia chiaro: Edward mani di forbice è e resta uno dei più bei film di sempre!

Tommaso Frangini