Teatro Ringhiera

Noi, spettatori del Piccolo

Mentre mi scapicollo per cercare di raggiungere in tempo il Teatro Ringhiera, dove tra un quarto d’ora inizieranno le procedure di voto per decretare il vincitore di quest’edizione di Play Festival, penso a due cose.
La prima è che non mi ricordo se ho preso le chiavi di casa. Merda! Ah, no, eccole qui..
Il secondo pensiero, di gran lunga più profondo e importante – anche se rimanere chiuso fuori di casa sarebbe stata una seccatura non da poco – è che il teatro è impegnativo.
Ovviamente è un impegno, anzi un lavoro, per gli operatori che fanno il teatro, quello bello come quello brutto: attori, tecnici, scenografi, registi, assistenti, drammaturghi; collaborano tutti quanti alla nascita di un processo davvero complesso che a volte riesce e a volte non riesce. Non è certo una scienza esatta e questo è sempre bene ricordarlo quando si tratta di valutare uno spettacolo, ovvero incasellarlo in una griglia di giudizio che per forza di cose è soggettiva anche quando vorrebbe avere la pretesa dell’oggettività. Come giurati tra poco voteremo non lo spettacolo migliore, ma quello che ci è piaciuto di più, a nostro modesto giudizio, ciascuno secondo la propria sensibilità.
Ma il teatro è un’impegno anche per gli spettatori, un investimento di tempo e denaro che non viene certo incentivato dalla società.
“Stasera veni a bere / a ballare / a drogarti con noi?”
“No mi spiace, stasera vado a teatro..”
“Ma che palle, sempre a teatro sei!”
Insomma, è una vita difficile quella dello spettatore, considerato anche il fatto che chi va a teatro non ha quasi mai il controllo su quello che sta per vedere né sul sistema che ha prodotto quel risultato.
Per questo quando c’è la possibilità che il pubblico partecipi alla programmazione della stagione di un teatro stabile dell’importanza del Piccolo di Milano, non è concesso lasciarsela sfuggire.
Per questo io vado al Ringhiera. Per questo Play Festival è importante.
Per questo la prossima stagione è nostra!

#iovadoalringhieraperchè

In posa per ribadire il concetto

Giulio Bellotto

Due passi sono

Il Ringhiera diventa palco dell’esistenza di due piccoli esseri umani, interpretati con abilità e grazia dalla coppia Carullo-Minasi. Capaci di sfumare i contorni di questi enigmatici e sofferenti personaggi impegnati in un eterno dialogo filosofico sul senso del vivere, gli attori riescono a riempire l’intero spazio scenico pur utilizzandone una minuscola porzione. Un quadrato piastrellato di bianco e di nero rappresenta la stanza in cui il duo, tenero e goffo nel trascorrere una giornata di grottesca routine, si nasconde sempre più a fondo nel loro mistero di vita. Finché, pur ridotti in uno spazio sempre più stretto, dall’arredamento vistoso ma essenziale, decidono di uscire e compiere un metaforico “balzo” per uscire dalla loro caverna e vedere finalmente la luce del sole.

Platone è il riferimento costante dello spettacolo, la più evidente delle colte citazioni che punteggiano e puntellano un testo denso ma reso scorrevole sulla scena. Riflettendo sul Simposio le parole misurate e coinvolgenti di questa piéce riescono a rappresentare in modo spontaneo e poetico l’incanto di chi ha imparato ad amare la fame, la malattie e i limiti della propria condizione.

E proprio sul tema del Limite e del suo superamento in quanto condizione necessaria all’atto d’arte si concentra la ricerca teatrale di Giuseppe Carullo e Cristina Minasi, intenzionati ora a parlare tramite una parabola dei nostri tempi della consapevolezza dello stare e del generare il bello, come tutti noi facciamo ogni giorno senza neanche rendercene conto.
Questo tentativo può dirsi senza dubbio un successo che si sa destreggiare tra il dolce e lo stucchevole senza scadervi quasi mai – forse solo nel finale, quando la rappresentazione del matrimonio tra i due protagonisti prende una piega più sul patetico che sul catartico. In ogni caso il risultato complessivo, intenso, intimo ed emozionante, rende facile perdonare questa piccola svista.

Giulio Bellotto

Il Bloggo a Play Festival 2.0

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Play Festival è un’iniziativa nata un paio di anni fa dalla fucina dell’Atir Teatro Ringhiera, da vent’anni a questa parte laboratorio decentrato ma vitale del teatro milanese.
Noi del Bloggo siamo felici di collaborare come giuria critica alla realizzazione di questa settimana di spettacoli e riflessione sul ruolo del teatro a Milano. E siamo ancora più entusiasti di potervene parlare, tanto degli spettacoli quanto del clima di festa che in questi giorni si respira al Teatro Ringhiera, sperando di invogliarvi a venire per dare un’occhiata voi stessi.
Ma ripercorriamo brevemente la storia di questa manifestazione.

Si è trattato fin da subito di un progetto al tempo stesso stimolante e ambizioso, sia per il grande numero di compagnie candidatesi (quest’anno oltre 130, 12 le finaliste che metteranno in scena i loro lavori di fronte alla giuria scelta tra pubblico e operatori) sia per il premio messo in palio: nientemeno che il palco del Piccolo Studio Melato, che ospiterà lo spettacolo vincitore nella sua prossima stagione. Siamo dunque di fronte ad un contest che premia il talento nel modo migliore, permettendogli cioè di raggiungere il vasto pubblico dei teatri stabili che spesso le piccole produzioni si lasciano sfuggire per mancanza di mezzi e altre prosaiche ragioni.

Nonostante queste premesse e pur avendo una madrina d’eccezione, Serena Sinigaglia (qui intervistata alla viglia della prima edizione), o forse proprio per questo e per via dei numerosi impegni della compagnia dell’Associazione, la manifestazione nel 2014 è slittata da maggio a dicembre e si è aperta lunedì con due spettacoli dal tema politico, “In ogni caso nessun rimorso” della compagnia livornese Borgobonò e “Italia libre. Appunti per una moderna rivoluzione borghese” dei romani DCQ.
Martedì è stata la volta di “A tua immagine” di Odemà, riflessione tragicomica sul difficile rapporto tra umano e divino, e di “Falene” della compagnia Maledirezioni ispirata dal romanzo “Le onde”.
Mercoledì invece abbiamo assistito a due rappresentazioni della volontà di riscatto degli ultimi con il distopico “Harvest” di Teatro Ma (in collaborazione con Compagnia delle Furie) seguito dal teatro fisico di “Migrazioni” di Collectif Faim de Lup.
Giovedì sono andati in scena “Cantare all’amore” di La ballata dei Lenna e “R..esistere. 13 buoni motivi per non suicidarsi” di compagnia If Prana, accomunati dal tema delle difficoltà relazionali e del disagio dell’individuo nella società contemporanea.
Il programma di venerdì ha visto in primo piano i temi dell’amore e della coppia con il poetico “Due passi sono” di Carullo-Minasi e un convincente “L’amante” di Pinter messo in scena da Gli Artimanti.
Infine, per concludere, sabato sera si sono succeduti “Rimini ailoviù” di Piano in Bilico e la violenza di genere rappresentata dalle marionette di “Tomato soap” dei Manimotò.

La premiazione si è svolta il 7 dicembre presso il Teatro Ringhiera e ha visto premiati gli Odemà con lo spettacolo “A tua immagine”, che andrà quindi in scena per due repliche nella stagione 2014-2015 del Piccolo Teatro di Milano.

Arrivederci al prossimo Play Festival!

La Redazione del Bloggo

– per maggiori informazioni, consulta il sito di ATIR