romanzo

Per vivere, noi…

Esiste un pozzo, una voragine buia e accogliente, una caverna vasta che sarebbe il sogno di qualsiasi lettore: la biblioteca dei libri dimenticati.
E’ incredibile come nel corso della storia, grandi e piccoli libri, di dimensione e di importanza, siano scomparsi, lasciando la loro traccia come palinsesti, o ridotti all’osso in una qualche collana di una rivista, o ancora semplicemente negli occhi e nel corpo di un uomo che siede sulla sua poltrona e guarda fuori dalla finestra.
Una banalità in apparenza che prende un altro significato quando si entra nell’universo specifico di alcuni di questi libri.

Recentemente mi sono imbattuta, tra le pile di vecchi libri accatastati a casa dei miei nonni, in un piccolo e leggero fascicolo, privo della rilegatura: due graffette, una quarantina di pagine e il titolo Cosa fa vivere gli uomini. (altro…)

Le figlie della crisi: Il Gruppo di Mary McCarthy

L’anno scorso sotto Natale è uscito un film su Hannah Arendt, ambientato nel periodo in cui la filosofa, suggestionata dal processo Eichmann ha scritto “La banalità del male”. Anche nel caso vi foste persi questa pellicola ben riuscita di Marghareth Von Trotta (titolo: Hannah Arendt, quindi davvero non ci si può sbagliare), bazzicando per le librerie delle case editrici più famose è impossibile non notare che le ristampe de “La banalità del male” sono immancabilmente addobbate da fascette promozionali del film.
Ma la Arendt non è l’unica protagonista della pellicola: un altro personaggio che mi ha incuriosita quando sono andata al cinema, tanto da cercare poi su Wikipedia appena tornata a casa, è l’amica americana di Hannah, Mary McCarthy. Nel film viene descritta come una donna emancipata e brillante, rinomata nel settore del giornalismo e dell’editoria.

La copertina della III ristampa del libro (Oscar Mondadori, 1976)

La copertina della III ristampa del libro (Oscar Mondadori, 1976)

Solo qualche mese dopo mi imbatto casualmente nel suo romanzo di maggior successo: Il gruppo.
In copertina, subito sotto il titolo, si legge “Otto ragazze americane ingenue, spudorate, frivole, introverse, escono dal Vassar College per affrontare la vita”. In condizioni normali probabilmente non avrei comprato un libro con queste premesse. Il romanzo tutto sommato è piacevole ed interessante sotto diversi punti di vista. In primo luogo non è solo la vita di queste ragazze neolaureate del ’33, ma una panoramica della società americana del dopo 29. Proprio il periodo in cui è ambientato credo possa destare interesse anche in un giovane lettore di oggi: donne ventenni di buona famiglia, da sempre vissute senza preoccupazioni, si trovano a dover affrontare le difficoltà dell’indipendenza in un periodo di crisi e cambiamento. Per quanto dalla trama possa apparire un romanzo attuale, bisogna specificare che “Il Gruppo” è assolutamente inserito nel suo tempo, quindi sotto certi aspetti riesce difficile fare dei veri e propri parallelismi con la situazione di oggi. Infatti, le stringenti regole sociali che influenzano le loro vite, la concezione del matrimonio e del sesso, il rapporto con i genitori e la discussione politica riflettono perfettamente la mentalità dell’America di Roosvelt. Si può dire che sia più un romanzo di stampo storico che non una storia dai caratteri lungimiranti e profetici. Alcuni passaggi sono interessanti soprattutto perché mostrano – seppur in parte questi temi vengano trattati con leggerezza – la comparsa e diffusione delle idee psicanalitiche, la paura e fascinazione per le ideali socialiste e il peso dell’eredità proveniente dalle suffragette della generazione precedente; tutte tematiche che arricchiscono il contesto storico in cui si muovono i personaggi.

Le protagoniste sono ben caratterizzate, ma rinchiuse nei contorni disegnati dalla McCarthy, che sembra aver allestito un palcoscenico in cui ognuno dei suoi personaggi recita una parte costruita ed influenzata dal “contratto sociale”. Questa rigidità dei personaggi lascia percepire una sottile ironia da parte dell’autrice che le mette alla ricerca di un’indipendenza che non riusciranno mai a raggiungere nel corso della storia. Ogni capitolo si concentra su una delle ragazze in momenti diversi della loro vita in cui devono affrontare diverse situazioni critiche. Del gruppo, però, sono due le figure che più si distinguono: una è Kay, la quale meglio incarna il desiderio di realizzazione deluso, la cui morte è circondata da un alone di mistero e disperazione, mentre la seconda è l’enigmatica Lakey, nessun capitolo le viene dedicato, non viene seguito il suo percorso finito il college e solo alla fine si riesce ad intuire la sua importanza e perché fosse così idealizzata agli occhi delle altre.

Anche se nessuna delle donne si possa definire un’eroina, gli uomini di certo non sono dipinti in modo lusinghiero. Le poche volte che McCarthy lascia a loro un po’ di spazio, questi si contraddistinguono per essere apatici, per lo più presuntuosi, arroganti e meschini, e come se non bastasse accaniti bevitori. Non penso che Mary McCarthy nutrisse un odio per il genere maschile, nonostante tutti i suoi divorzi, piuttosto che non abbia voluto dotare le sue fanciulle di un raffinato gusto in quanto a scelta del partner.

In conclusione l’insieme è assolutamente godibile da tutti – ne hanno anche tratto un film! – per quanto ritengo che tutti questi estrogeni possano un po’ annoiare un lettore maschile, che spero non riesca ad identificarsi in nessuno degli uomini del libro. Riesce ad appassionare senza eccessivi sentimentalismi grazie al suo realismo, come best seller meriterebbe più visibilità e di essere letto oggi da altri ragazzi dei tempi delle crisi, almeno per apprezzarne le differenze.

Valentina Villa