je suis Charlie

L’editoriale di Kim Jong-un

Come abbiamo già sottolineato, l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio scorso ha scatenato su scala mondiale un’isteria che in genere viene riservata solo alle più gravi pandemie. Meno fiera e mascolina di quella americana al 9/11, la reazione dell’opinione pubblica francese (e di riflesso europea) alla tragedia occorsale è molto simile a quella di un malato cui abbiano diagnosticato un male terminale. Lamenti, paranoie cospirazioniste e alcuni occasionali ed ispirati momenti di stoico coraggio: che vengano pure avanti, i giannizzieri quaedisti le cui ombre ci piace immaginare nei nostri giardini, affronteremo le loro scimitarre armati di una bella matita temperata di fresco. Secondo questa logica, l’omeopatia potrebbe curare il cancro a un’ipocondriaco.
“La libertà è sotto attacco” sembra essere il nuovo irrazionale mantra che serpeggia dovunque. Dovunque ci si preoccupa dello stato di salute della libertà, tranne che nei palazzi del potere; dal panettiere, dal parrucchiere ma sopratutto dal giornalaio discorsi del genere sono ormai venuti a noia.
Al solito, solo il web sa regalarci ancora delle vere emozioni. Ad esempio questo editoriale attribuito al leader coreano Kim Jong-un da Le Gorafi.fr, un sito d’informazione satirica ispirato allo statunitense The Onion la cui particolarità è quella di pubblicare notizie assurde. Un’equivalente d’oltralpe al nostro Lercio.it, insomma.
E stavolta il risultato è davvero spassoso.

Per comodità dei nostri affezionati lettori, traduciamo questo divertente articolo in italiano:

Un ritratto di Kim Jong-un all’epoca di The interview. La raffinatezza della vignetta ci conferma che è opera di Charlie Hebdo

Sono venuto a conoscenza delle cose terribili che stanno succedendo nel vostro Paese, la Francia.
Ho saputo che si mettono dei ragazzi in prigione, che li si interroga, che li si maltratta e tutto questo per niente più che delle parole. Quel che mi sconvolge è che la Francia si è sempre presentata come il Paese della libertà e dell’uguaglianza. Ci tengo a far sapere la mia inquietudine riguardo al declino della libertà nel vostro Paese. Infatti un tale declino in atto costituisce un grave precedente e obbligherà il resto del mondo a rivedere il concetto di libertà di espressione, a cominciare dal mio Paese.
Voi certo non ignorate che il nostro Paese, la Repubblica popolare democratica di Corea, è molto legata ai valori della libertà di espressione e di coscienza e che tutte le violazioni di queste ultime sono per noi gravissime e drammatiche. Ma io e il mio Paese abbiamo scelto la via onorabile della non ingerenza negli affari di una Nazione estera. Ci contenteremo di farvi presente, amichevolmente, che questo stato di cose non è bene.
Infatti da sempre, ad un certo momento della sua storia, ogni popolo si è rivolto alla Francia, ai suoi ideali e a ciò che essi rappresentano per trovare una definizione di quel che la libertà di stampa veramente significa. E oggi tutto a un tratto voi cambiate questa stessa definizione, senza preavviso. Capirete che è difficile per noi stabilire la nostra definizione della libertà d’espressione se voi stravolgete totalmente e arbitrariamente la vostra.
Ci tengo anzi a testimoniare alle persone che nelle ultime settimane hanno subito questi maltrattamenti la nostra piena amicizia e il nostro affetto più profondo. Il nostro consolato è pronto a prendere le vostre lamentele, rimostranze che verranno trasmesse alle Nazioni Unite.

Kim Jong-un
Guida Suprema della Repubblica popolare democratica di Corea

Non sarebbe assurdo se qualcuno avesse scritto seriamente una cosa del genere?

Oggi molti ritengono di essere sotto attacco e che la loro libertà dipenda da un fattore esterno piuttosto che da loro stessi e dall’atteggiamento che assumono verso la società. Secondo me è questa la cosa più assurda di tutte.

Giulio Bellotto

Noi non siamo il Corriere della Sera

La famigerata febbre di Charlie Hebdo, di cui vi abbiamo parlato ieri, colpisce ancora.
E stavolta non affligge solo caotiche folle indistinte e indistinguibili di lettori ben decisi a difendere la libertà di stampa e il loro diritto di esprimersi liberamente.
Il contagio stavolta serpeggia per Milano, s’insinua fino in via S. Marco, entra al numero 21 per il portone principale e infine si spande per tutta la redazione del Corriere della Sera. Lì infatti il 14 gennaio, a sette giorni esatti dalla strage di Charlie Hebdo, Paolo Rastelli, evidentemente colpito in forma grave dal nuovo terribile virus, firmava un articolo in cui si annunciava che il “gesto concreto” del Corriere in favore della rivista satirica sarebbe stata la pubblicazione di molte delle vignette prodotte dagli illustratori europei – le cosiddette libere matite – in un volume il cui ricavato sarebbe andato alla decimata redazione francese.
Nessun dettaglio su come sarebbero state selezionate le opere che avrebbero dovuto riempire le oltre 300 pagine della speciale edizione benefica; veniva solo specificato che sarebbero state scelte tra quelle circolate in rete negli ultimi giorni.
Bene, bravi! E’ bello sapere che una delle maggiori testate italiane non si limita a osservare e riportare passivamente le notizie ma si fa anche veicolo di approfondimento e contestualizzazione culturale, oltre che strumento benefico. Bisogna essere felici che il Fatto non sia lasciato solo nella difficile operazione di far comprendere al pubblico cisalpino quale sia la concezione, l’importanza, e il gusto della satira in Francia. Dopo la proposta indecente (e per di più totalmente improvvisata sul momento, direi quasi campata su Twitter) di Daniela Santanchè, chiunque si proponga di contribuire alla causa sia il benvenuto!

E invece purtroppo no.
L’articolo infatti taceva due informazioni piuttosto rilevanti: innanzitutto la bassa risoluzione delle stampe, di scarsa quando non scarsissima qualità – ma in fondo, siccome quello che conta di questa iniziativa sono in primo luogo i contenuti, l’appagamento coloristico dei pixel può essere messo in secondo piano, sopratutto con poco tempo a disposizione per la stampa e la raccolta dei materiali.. Già, la raccolta dei materiali.
Il secondo argomento taciuto da Rastelli era proprio questo. Nessuno aveva avvertito i lettori che le vignette sarebbero state utilizzate senza il consenso degli autori; a farlo presente con le loro lettere aperte al giornale milanese sono stati gli stessi artisti, tra cui Giacomo Bevilacqua e Roberto Recchioni.
Se potevamo ben aspettarci una simile mancanza di rispetto da parte di Visibilia, la casa editrice della Santanchè, è sconcertante constatare che anche un’azienda “seria” e quotata come RCS MediaGroup, la holding del Corriere, manifesti apertamente lo stesso pressappochista disinteresse per la dignità del lavoro artistico e per i diritti di chi lo crea. In un’occasione che, per di più, aveva tutte le premesse per essere un interessante momento di confronto tra web e editoria sul tema così sensibile della libertà d’espressione.

A quanto pare però l’unica cosa che interessa è ancora una volta il guadagno e la visibilità, per la quale non si esita a sfruttare in maniera strumentale e orrendamente cinica una tragedia come la strage di Charlie Hebdo.
Ma d’altronde che il Corriere fosse sordo alla voce della rete e completamente assorbito dal suo anacronistico mondo di carta stampata, lo si era già capito quando Severgnini operava su quelle pagine la pretestuosa distinzione tra libertà maiuscole e libertà minuscole, nel puerile tentativo di giustificare l’odiosa scelta di censurare i commenti sul proprio sito web. Dov’era allora la libertà d’espressione di cui adesso questi signori si fanno paladini e si sciacquano ben bene la bocca? D’altronde, armati delle vignette altrui siamo buoni tutti.

Ma sperando ancora ingenuamente che dietro a questa bieca operazione di marketing camuffato da solidarietà e senso civico ci sia qualche residuo di moralità superstite, faccio una breve ricerca su internet.
Ora, in calce all’articolo di Rastelli, si legge:

Post Scriptum (dopo le polemiche): Il ricavato di questa operazione, è bene ribadirlo, sarà devoluto interamente a favore delle vittime della strage e del giornale Charlie Hebdo. Aspettare di avere l’assenso formale di tutti gli autori, a nostro giudizio, avrebbe rallentato in maniera sensibile l’operazione. Comunque sul libro, in quarta pagina, c’è scritto con chiarezza che «l’editore dichiara la propria disponibilità verso gli aventi diritto che non fosse riuscito a reperire»

E ancora sotto:
© RIPRODUZIONE RISERVATA

E’ proprio il caso di dirlo, forte e chiaro:

NonSonoIlCorSera

disegno di Leo Ortolani

Giulio Bellotto

Ci siamo presi la febbre di Charlie Hebdo!

Ieri ci è andata buca, ma oggi ci siamo riusciti! – grazie anche alla collaborazione di un sollecito edicolante che alle otto in punto di stamattina mi scriveva: “Buongiorno, qui edicola. Il fatto con Charlie allegato è disponibile, venga presto”.
Non esattamente il buongiorno ideale ma comunque mi affretto: “Mi scusi sa, è che me lo chiedono tutti, insieme al volume del Corriere.. I Charlie Hebdo saranno anche esauriti, ma anche noi edicolanti siamo lì lì…”

E’ la febbre di Charlie, quella che ha contagiato l’Italia. Potrei dire che è uno strascico di provincialismo, se non fosse che anche in Francia, e immagino in ogni cantuccio d’Europa – le scene che si ripetono sono esattamente le stesse. Manifestazioni, dibattiti, professioni di solidarietà, shopping. Renzi si commuove in tivvù (ma non si esime dal lanciare una frecciatina al Fatto, comunisti!), i selfie con vignetta dominano il net, addirittura su eBay si vendono i vecchi numeri per cifre a tre zeri – anche il famoso n.1178 con il Maometto piangente, disponibile poche ore prima nelle edicole ma andato esaurito quasi subito.

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Eppure erano tre milioni di copie, più altri due di ristampe; passare da una tiratura media di 45.000 copie a 3 milioni significa stamparne sei volte tanto, un bel business . Se fossi un contabile particolarmente cinico, osserverei calcolatrice alla mano che ogni vittima dell’attentato ha fatto vendere 246.250 copie in più, solo in Francia. Pare che i problemi finanziari della rivista siano acqua passata.

Ma neppure la matematica ci aiuta a capire davvero perché siamo tutti impazziti per Charlie e i suoi “gadget”; forse dovremmo affidarci invece ad una scienza meno esatta, magari alla psicologia delle folle tratteggiata da Le Bon, che tra francesi ci si intende.
Senza contare, la cosa più incredibile: nell’epoca dei social media, in difesa di un diritto che in quanto tale è intangibile e etereo, ci ritroviamo a sfogliare delle pagine di carta stampata e ad entusiasmarci per ciò che ci dicono – e ci parlano in una lingua straniera, tra l’altro!

E in tanto marasma, ci può ancora capitare di imbatterci in parole sensate, provocatorie e davvero libere. Ne è un esempio l’editoriale del nuovo direttore di Charlie Hebdo, Gérard Biard, con cui vogliamo concludere il nostro intervento, in favore di chi non si è ancora lasciato contagiare dalla febbre da Charlie Hebdo (o più banalmente non è riuscito a trovare una copia del giornale).

Giulio Bellotto

Da una settimana, Charlie, giornale ateo, fa più miracoli di tutti i santi e i profeti messi insieme. Ciò di cui siamo più orgogliosi è che fra le mani avete il giornale che abbiamo sempre fatto, in compagnia di quelli che l’hanno sempre fatto. Ciò che ci ha fatto più ridere è che le campane di Notre-Dame hanno suonato in nostro onore… Da una settimana, Charlie solleva, da un capo all’altro del mondo, ben più che delle semplici montagne. Da una settimana, come nella magnifica vignetta di Willem, Charlie ha un sacco di nuovi amici. Perfetti sconosciuti e celebrità planetarie, umili e benestanti, miscredenti e dignitari religiosi, sinceri e gesuiti, gente che terremo con noi per tutta la vita e altri che saranno soltanto di passaggio. Oggi ce li prendiamo tutti, non abbiamo tempo né cuore di scegliere. Ma non per questo ci caschiamo. Ringraziamo di cuore quelli che, a milioni – semplici cittadini o rappresentanti delle istituzioni–ci sono veramente vicini; quelli che, sinceramente e profondamente, “sono Charlie”, e che si riconosceranno. E fanculo agli altri, che tanto se ne fregano…

Però c’è una domanda che ci assilla: riusciremo finalmente a far sparire dal lessico politico e intellettuale quel brutto epiteto di “laicista integralista”? La finiremo una buona volta di inventare dotte circonlocuzioni semantiche per definire allo stesso modo gli assassini e le loro vittime? In questi anni ci siamo sentiti un po’ soli nel tentativo di respingere a colpi di matita gli insulti e le sottigliezze pseudo-intellettuali scagliate contro di noi e contro i nostri amici che difendevano la laicità: islamofobi, cristianofobi, provocatori, irresponsabili, attizzatori di fiamme, ve-la-siete-cercata… Sì, condanniamo il terrorismo, ma. Sì, minacciare di morte dei vignettisti non va bene, ma. Sì, dare fuoco a un giornale è brutto, ma. Ne abbiamo sentite di tutti i colori. Spesso abbiamo cercato di riderci su,visto che è la cosa che ci riesce meglio. Adesso però ci piacerebbe molto ridere di altro. Perché stanno già ricominciando. Il sangue di Cabu, di Charb, di Honoré, di Tignous, di Wolinski, di Elsa Cayat, di Bernard Maris, di Mustapha Ourrad, di Michel Renaud, di Franck Brinsolaro, di Frédéric Boisseau, di Ahmed Merabet, di Clarissa Jean-Philippe, di Philippe Braham, di Yohan Cohen, di Yoav Hattab, di François-Michel Saada era ancora fresco, e già Thierry Meyssan spiegava ai suoi follower su Facebook che si trattava chiaramente di un complotto giudaico-americano-occidentale. E già si sentivano gli schizzinosi che storcevano il naso davanti al corteo unitario di domenica scorsa, borbottando le solite battute che miravano a giustificare, apertamente o velatamente, il terrorismo e il fascismo religioso, e si indignavano perché fra gli altri si celebravano i poliziotti=SS. No: in questo massacro non ci sono morti meno ingiuste delle altre. Franck, che è morto nella sede di Charlie, e tutti i suoi colleghi abbattuti nel corso di questa settimana di barbarie, sono morti per difendere delle idee che forse non condividevano. Cercheremo lo stesso di essere ottimisti, anche se non è il momento. Speriamo che, a partire da questo 7 gennaio 2015, la difesa ferma della laicità sia un dato acquisito per tutti, che si smetterà finalmente di legittimare o anche solo di tollerare – per atteggiamento politico, per calcolo elettoralistico o per vigliaccheria – il comunitarismo e il relativismo culturale che aprono la strada a una cosa sola: il totalitarismo religioso. Sì, il conflitto israelo-palestinese è una realtà, sì, la geopolitica internazionale è una serie di manovre e di tranelli, sì, la situazione sociale degli abitanti, come si dice, “di origini musulmane” in Francia è profondamente ingiusta, sì, il razzismo e le discriminazioni vanno combattuti senza tregua.

Per fortuna esistono strumenti per tentare di risolvere questi gravi problemi, ma restano inefficaci se ne manca uno: la laicità. Non la laicità positiva, non la laicità inclusiva, non la laicità-non-so-che, ma la laicità punto e basta. Questa sola, sostenendo l’universalismo dei diritti, permette l’esercizio della legalità, della libertà, della fratellanza, della sorellanza. Questa sola permette la piena libertà di coscienza, negata – più o meno apertamente, secondo il loro posizionamento di marketing – da tutte le religioni dal momento in cui escono dalla sfera più stretta dell’intimità per scendere sul terreno della politica. È un’ironia, ma questa laicità punto e basta è la sola che consenta ai credenti e agli altri di vivere in pace. Tutti coloro che pretendono di difendere i musulmani accettando il discorso totalitario religioso in realtà difendono i loro stessi carnefici. Le prime vittime del fascismo islamico sono i musulmani. I milioni di persone anonime, tutte le istituzioni, tutti i capi di Stato e di governo, tutte le personalità politiche, intellettuali e mediatiche, tutti i dignitari religiosi che questa settimana hanno proclamato: “Io sono Charlie”, devono sapere che ciò significa anche: “Io sono la laicità”. Siamo convinti che per la maggioranza di chi ci appoggia sia un fatto acquisito. E gli altri si arrangiassero.

Un’ultima cosa, importante. Vorremmo inviare un messaggio a Papa Francesco, che anche lui, questa settimana, “è Charlie”: accettiamo che le campane di Notre-Dame rintocchino in nostro onore solo quando sono le Femen a suonarle.