ironia

Un Certo Lucas, un gioco senza regole

Un Certo Lucas è una scatola gialla, è un gioco di carta che infrange le classiche regole del libro. Per come è concepito potrebbe- perché no- far parte dell’opera presentata alla Biennale di Venezia 2015Games whose rules I ignore (giochi di cui ignoro le regole) del francese Boris Achour. Non dobbiamo dimenticare che lo scrittore argentino Julio Cortázar è autore di Rayuela e di Storie di cronopios e di famas, testi caratterizzati da immensa fantasia e sperimentazione letteraria.

Non c’è un inizio né una fine, non c’è trama e anche Lucas non è un vero e proprio personaggio, più un alter ego di Cortàzar; i vari brani sono storie, frammenti e micronarrazioni caratterizzati da una prosa ricca di aggettivi e periodi lunghi che li unifica in un unico flusso di pensiero, un’unica personalità. Lucas critica, riflette e fa considerazioni sulla realtà con uno sguardo ironico e allegorico, eppure non vi è giudizio, solo il tentativo di liberare la mente e il pensiero dalle costrizioni materiali. Il flusso di parole si libera dalla carta e viaggia su un piano astratto e a tratti surreale e che sfiora il grottesco. Ad esempio Legami di famiglia parla della zia Angustias i cui famigliari approfittano perfino delle vacanze per farle sapere quanto la odiano, mandandole cartoline oscene che lei conserva “gelosamente” in un album, spillandole- guarda caso- proprio sulle firme. Un altro esempio è Lucas, i suoi pudori e il dramma dell’andare in bagno a casa d’altri.

Negli appartamenti di adesso, si sa, l’ospite va in bagno e gli altri continuano a parlare del Biafra e di Michel Foucault, ma c’è qualcosa nell’aria, è come se tutti volessero dimenticare di avere le orecchie e al tempo stesso le orecchie si orientassero verso il luogo sacro che naturalmente nella nostra società ristretta è ad appena tre metri dal posto dove si svolgono queste conversazioni di alto livello, ed è certo che malgrado gli sforzi che farà l’ospite assente per non tradire le sue attività, e quelle dei commensali per aumentare il volume del disagio, a un certo punto risuonerà uno di quei rumori sordi che si fanno sentire nelle circostanze meno indicate, o nei migliori dei casi, lo strappo patetico di un pezzo di carta igienica scadente quando si stacca dal rotolo rosa o verde.

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Andreotti e Berlinguer secondo Giorgio Gaber

Oggi cade un anniversario molto importante per me e per chi come me apprezza la buona musica della tradizione cantautorale nostrana: se non  ci avesse lasciato il primo gennaio del 2003, oggi sarebbe il 76esimo compleanno di Giorgio Gaberscik!
Chi è? Ma è il signor G. ovviamente!

Gaber

Attore e regista teatrale, primo interprete del rock’n’roll italiano, iniziatore del Teatro Canzone, il nome di Gaber – così Gaberscik si fece chiamare quando niziò a suonare con Enzo Iannacci ne I due corsari – non ha bisogno di presentazioni.
La sua carriera nel panorama della musica leggera italiana parla da sé: capace di interpretare gli umori e i malumori del popolo della Prima Repubblica, senza esimersi dal difficile compito di svelarne le ipocrisie e le piccolezze, più che parlare ad un periodo storico, il signor G. si appella al nostro lato più umano e quotidiano, più vero e mistificato.
Nel suo stare in equilibrio tra canzone popolare ed espressione artistica, non si può negare che Giorgio Gaber – o meglio il personaggio che lui interpretava, l’uomo comune dalla spiccata coscienza politica, un outsider così simile e così diverso dal villagiano Fantozzi Rag. Ugo – abbia rappresentato appieno la vera essenza dell’Italia nei suoi travagliati anni di piroette e repentini voltafaccia, dal dopoguerra agli ’90 del primo berlusconismo.

Tempi, dunque, di perbenismo diffuso in cui l’arma per vincere quella che significativamente (e con un delizioso lessico antiquato) era definita l’ipocrisia borghese era una sola: l’ironia – quella vera e sana, che probabilmente oggi in molti dovrebbero studiare e prendere ad esempio.
E si trattava davvero di uno strumento che nelle mani del Nostro diventava pura poesia: per darvene un’esempio, a tema con l’ultimo articolo del Bloggo, ecco un video che speriamo possa allietare la vostra domenica e portarvi un po’ del vento che spirava verso “il sol dell’Avvenir”. Ovviamente visto sorgere con il caustico, scanzonato, enigmatico sorriso degno del solo Signor G.
Buon ascolto a tutti!

Giulio Bellotto

A tua immagine

“.. e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato”

Tre personaggi dal peso non indifferente tengono la scena: Dio, suo figlio, il Diavolo. A loro disposizione solo un telo bianco, due sedie, una trave di legno ed una chitarra.

Dio, una donna, spietata, intenta a convincere suo figlio, il nostro terzo personaggio, ad accettare il suo destino e con esso il destino dell’intera umanità . Le citazioni si sprecano: da Michelangelo a De Andrè , è sempre Il diavolo, musicista ed artista dell’opera a dirigerle, con la complicità di un Dio nel frattempo impegnato a costruire i suoi progetti.

La compagnia Odemà osa così il tentativo di dipingere l’uomo e la sua più alta creazione, in un originale gioco di immagini ed evocazioni . E da uomini non possono che mettere in un suggestivo calderone ,fatto di entusiasmanti soluzioni sceniche , un miscuglio d’ingredienti che ci fanno assaporare stralci della storia del cristianesimo, luoghi comuni e dogmi conditi con un’ampia dose d’Ironia.

Eliana Cianci