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Dove è finito il Trono?

È giunta al termine la quinta stagione della serie record di incassi dell’ HBO, Trono di Spade.

Siamo sinceri… questa stagione è stata alquanto deludente ed analoga delusione mi è sembrato di percepire anche da parte di molti altri appassionati che, come me, seguono assiduamente la saga sin dalla prima stagione.
Tirando le fila delle ultime vicende narrate, dove per altro i produttori hanno voluto drasticamente scostarsi dal romanzo, non è successo nulla di rilevante… (altro…)

Dvd, pan di stelle e istituzioni: l’Italia come vorrei che fosse

Nel nostro Paese c’è una strana comunanza di questi tre elementi, i film in dvd, i pan di stelle e lo Stato; il loro accostamento si basa su un ragionamento che voglio proporvi nella maniera più limpida possibile.

Fatevi innanzitutto questa semplice domanda: perché mai si dovrebbe comprare o noleggiare un film in DVD – o scaricarlo a pagamento – invece che guardarselo in streaming?
La risposta è altrettanto semplice, a ben pensarci: per rispetto nei confronti di chi ha lavorato per portare a termine un’opera mastodontica qual è quella della creazione di un lungometraggio, ad esempio. Per non rubare il suo lavoro e al tempo stesso, per riconoscerne la dignità.
Che l’apprezzamento ad un’opera d’arte si misuri in denaro, è una dura ma ineluttabile realtà. Finché qualcuno non si inventa un altro sistema economico, quello vigente è basato sul denaro. Si paga per tutto, perché non si dovrebbe pagare per guardare un film?

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Se non vi sta bene, issate la Jolly Rogers e cercate pure di emulare Johnny Depp

C’è da dire che alcune pellicole su SKY e su iTunes non ci sono e che le più datate non si trovano neanche nei pochi videonoleggi sopravvissuti (a Milano mi viene in mente solo Videobrera); ma la maggior parte dei film sono disponibili a pagamento.
Questo è però un tema piuttosto complesso che tira in causa molte variabili come il progresso tecnologico, il momento di crisi dell’industria cinematografica internazionale, la mentalità delle nuove generazioni e il loro rapportarsi al cinema, ecc. Ma non è questo il mio punto.
Quello che più mi preme affermare in questa sede è che si può decidere di comprare/noleggiare film e di andare al cinema anche se per molti nostri conoscenti polentoni è più comodo scaricarseli e guardarseli a casa. Sono loro che si perdono qualcosa. In realtà, purtroppo, in Italia anche i cinefili si perdono qualcosa, in attesa che arrivi Netflix…

E perché mai uno dovrebbe comprare i Pan di Stelle originali quando la loro imitazione prodotta dalle grandi catene di distribuzione costa dieci centesimi in meno?
Beh, in primo luogo, perché sono più buoni. Vuoi mettere le stelline glassate della Mulino Bianco con quegli squallidi agglomerati informi di zucchero e dolcificanti vari che assomigliano più ad un asteroide che ad una stella?
In secondo luogo, perché bisogna essere in grado di guardare oltre al risparmio di pochi centesimi per ogni articolo alimentare che mamma Esselunga, mamma Lidl e tante altre hanno copiato per noi riponendolo accuratamente nello scaffale ad altezza testa (quello che vende di più, per intenderci).
Purtroppo in questo momento molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese; questo triste dato di realtà però non rende meno validi tali spunti di riflessione.

Potremmo anzi estendere la metafora dei supermercati e dei DVD anche ad altri ambiti della nostra quotidianità, alla politica e, più in generale, alla nostra vita.
Siamo rimasti avviluppati tra le spire della crisi economica e fatichiamo a liberarcene, questo è vero, ma non sarà sicuramente la filosofia della “cura del proprio orticello” a tirarcene fuori. Occorre tener presente che esiste trade-off tra ciò che è bene per sé e ciò che è bene per la comunità e che quindi, qualche volta, bisogna fare dei piccoli sacrifici personali per il bene degli altri.
In ultima istanza, infatti, che cos’è il bene di tutti se non un insieme che include anche il nostro?

Il mio intento non è celebrare un inno al masochismo né una mera pippa mentale sull’auspicio della venuta di un utopistico mondo perfetto. Sono però convinto che la somma dei comportamenti utilitaristici (talvolta semplicemente dettati dalla comodità) moltiplicati per 60 milioni di italiani e per quasi 70 anni di Repubblica abbiano concorso fortemente a produrre la voragine economica e istituzionale in cui siamo sprofondati.
Di sicuro anche la corruzione, le mafie, e il malgoverno c’hanno messo del loro; sono questioni di vitale importanza per capire fino in fondo come stanno davvero le cose.
Nella terra dei terremoti dell’Aquila e dell’Emilia ormai bastano le parole “Stato” e “istituzioni” a farci tremare. Un po’, è vero, per l’acclarata cattiva gestione nella ricostruzione che ha seguitoquesti disastri ambientali, ma anche perché ci siamo dimenticatiche “lo Stato siamo noi”.
La nausea che il dibattitto politico ci arreca e la sua sovraespozione mediatica non devono farci dimenticare che anche noi, nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa per cambiare le cose. Bisogna combattere il malgoverno, ma bisogna anche fidarsi delle istituzioni e stare in prima linea nel tentativo di innovarle. Non è un caso che in Europa le nazioni che vanno meglio in termini economici siano anche quelle dove è riscontrato il maggior grado di fiducia nelle istituzioni (paesi scandinavi, Germania e altri).

Cambiare non significa fare ostruzionismo ed essere qualunquisti, significa attivarsi, pensare con la propria testa.
Se non siete ancora convinti di poter cambiare qualcosa guardatevi Pay It Forward (“Un Sogno Per Domani” in italiano), con l’immenso Kevin Spacey, Helen Hunt e Haley Joel Osment (il bambino de “Il Sesto Senso” per intenderci). Apparentemente potrebbe sembrare un film che gioca con sentimenti facili, come spesso fanno i film che puntano ad una Nomination all’Oscar, ma se cercherete di introitarne il messaggio più profondo alla fine vi sentirete “cambiati”.

Pietro Jellinek

Il 2014 al cinema

Eccoci alla fine dell’anno, che ci vede come sempre impegnatissimi prima a comprare poi a scartare infine a sistemare regali e biglietti di auguri. Tuttavia speriamo – per voi – che abbiate anche qualche minuto libero tra i lauti pranzi, e le discussioni coi parenti tra un brindisi e l’altro che, se ci pensate bene, rendono la nostra esistenza natalizia piuttosto simile a quella di una gallina all’ingrasso. Buffa immagine no?

Ma a parte questo – su cui probabilmente dovrò lavorare in terapia, spero che il mio analista non legga il Bloggo… – veniamo a noi!
Perché invece spero che voi ci leggiate e così, ispirato dalla moltitudini di liste I migliori film dell’anno appena trascorso (quel genere di cose che genera sempre un gran dibattito tra gli amici, vuoi per le scelte effettuate vuoi perché “questo è uscito nel 2013, ne sono sicuro!“), ho riunito tutti in redazione e ho raccolto qualche parere.
Ecco 5 film che dovete vedere finché siamo ancora nel 2014!

Interstellar, di Christopher Nolan: è l’ignoto ciò che avvolgeva questo film prima della sua uscita, lo stesso che avvolge nel film la navetta spaziale.
Nonostante la critica si sia spaccata e per molto tempo abbia sentito cattive recensioni a riguardo, penso che questo sia uno dei film più belli degli ultimi dieci anni.
Il paragone era alto, ci si andava a scontare con un gigante quale 2001 odissea nello spazio di Kubrick, e Nolan ha tenuto il colpo, c’è tutto; in molte parti ci si sente toccati nel profondo della propria anima da un film che ci racconta come l’uomo possa essere autore del proprio destino. Immenso.

Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson: i colori pastello e le atmosfere rosate tipiche del regista illuminano una storia che ha il sapore del lungo XIX secolo e di quel periodo restituisce il respiro ed il sentimento pur senza soffermarsi su alcuna vicenda storica. Ralph Fiennes interpreta con misura e buon gusto il concierge M. Gustave tratteggiando con originalità i connotati molto moderni di un dandy metrosexual dell’età asburgica, personaggio riconoscibile e simpatico ma anche molto incisivo. Ingiustamente accusato, imprigionato, evaso, rappresenta l’uomo che perde il controllo del suo destino e fortunosamente riesce a riappropriarsene e per questo diventa modello delle generazioni seguenti, tanto da divenire l’inconsapevole protagonista di un romanzo di successo.
Una bella storia hipster della buonanotte che racchiude interessanti riflessioni su cui vale la pena di soffermarsi, ogni tanto.

Locke, di Steven Knight: esistono degli snodi fondamentali in ogni esistenza, momenti particolari senza i quali tutto sarebbe andato in modo diverso. Locke è proprio questo: un uomo, in macchina, solo con se stesso eppure attorniato dai suoi sbagli e dai suoi successi. Il regista ha confessato che girare questo film è stato un piacere; per noi lo è stato guardarlo. Girato in real time, Locke è una novità: lo sguardo penetrante di Tom Hardy domina lo schermo mentre la macchina da presa non stacca mai, ottenendo con poco sforzo e nessun trucco l’effetto di un ritmo narrativo coinvolgente e magnetico.

Come to my voice, di Hüseyin Karabey: presentato al Milano film Festival, ha vinto il premio del pubblico.
Ci viene raccontata la storia di una ragazzina che, per salvare il padre arrestato ingiustamente dall’esercito turco, intraprende un viaggio assieme alla nonna in cerca di una pistola, unico modo per scagionare il padre.
La realtà cruda della situazione curda ci viene raccontata con sapienza in una cornice fiabesca, un viaggio di formazione attraverso le montagne, attraverso le ingiustizie del mondo. Da vedere!

Guardiani della galassia di James Gunn: eccolo, il film farlocco della classifica. La pellicola, ispirata ad una sezione tutto sommato poco nota dello sterminato universo Marvel, si iscrive dunque al filone ben rodato e sinceramente anche un po’ muffito del film eroico delle origini (tutta colpa dei troppi X-men, insomma) ma lo declina in modo decisamente intelligente. Le solite emozioni forti si sposano però ad un umorismo graffiante quanto gli artigli di un procione e ad uno stile eclettico tra cult e pop che un mucchio di effetti speciali decisamente esagerati in parte oscura – cosa comunque di gran lunga migliore che se ne fossero l’unica ossatura. Molti critici hanno parlato di un film “col cuore”, qualche fumettista l’ha definito “il miglior film di supereroi” ma noi preferiamo non sbilanciarci troppo, assicurandovi però che è la miglior pellicola che la Marvel potesse produrre.

Li riconoscete tutti?

Ma, non contento di questa lista e prendendoci anche un po’ di gusto – finalmente ho capito perché l’Oltreuomo fa solo quelle: è molto più comodo! – ho deciso di proporvi anche i 5 più brutti film dell’anno passato.
Beh, forse c’entra anche il fatto che tendo al sadismo.. Accidenti, spero proprio che il mio terapeuta non legga questo articolo!
Comunque, ecco a voi cinque film che vi faranno venir voglia che il 2014 finisca il più in fretta possibile:

Maps to the stars, di David Cronemberg: il body horror lo conosciamo tutti, vero? L’inquietante e sottile stile di Cronemberg affascina perché si basa sul raffinato ma elementare contrappunto tra mente e corpo: la corruzione del pensiero va di pari passo con l’infezione della carne, in modo che i due elementi si accompagnino e diano forza l’uno all’altro. L’horror cronembergiano senza l’elemento psicologico sarebbe solo un b-movie. Con Maps to the stars scopriamo l’altro lato della medaglia: che effetto fa una follia noir del genere nel bel mezzo di una verosimile Hollywood? Nonostante la buona interpretazione di Julianne Moore – se fossimo più maliziosi, potremmo dire “per colpa di Mia Wasikowska e Robert Pattinson”, anche se personaggi come i loro sono veramente ostici da rendere credibili – il film presenta una drammaticità finta, costruita ed infine un po’ ridicola, che inquieta forse un momento. Ma ben prima dei titoli di coda, il Babau è già smascherato.

Non buttiamoci giù, di Pascal Chaumeil: probabilmente Nick Hornby meritava di più. Banale trasposizione di un romanzo del quale non riesce assolutamente né a cogliere il guizzo creativo né a rendere la prontezza di spirito. Tutto ciò che rimane è il pretesto dell’incontro tra suicidi (due parole: già visto), una buona base ma troppo esile per rendere interessante un lungometraggio. Tuttavia il problema non sta tanto nell’annacquamento dei ritmi del romanzo, più che altro nello sdilinquirsi generale tra buoni sentimenti e noia.

Pasolini, di Abel Ferrara: un percorso a ritroso attraverso l’ultima giornata di vita di Pierpaolo Pasolini che culmina nella cruda rappresentazione dell’omicidio; assolutamente inaccettabile.
Concentrarsi sugli scandali biografici dell’uomo invece che sull’opera dell’artista o sul pensiero dell’intellettuale dimostra che Pasolini è ben lontano dall’essere capito, da Ferrara come da molti altri. Il tono del film, che tace il Bello per puntare il dito sull’Osceno, rivela la sua natura di pura operazione commerciale in previsione del 40ennale della morte del poeta.
Ah, tecnicamente è un gran bel film e Dafoe è bravo come al solito; ma stiamo parlando del nulla più totale e la voce profonda del doppiaggio di Gifuni purtroppo non riesce a mascherarlo.

Lo hobbit – la battaglia delle cinque armate, di Peter Jackson: Peter Jackson chiude male la trilogia, chiude male la saga. Per gli amanti del romanzo già col secondo capitolo il regista neozelandese aveva esagerato, storpiando totalmente la storia; qui, nell’ultimo capitolo, non c’è storia: morto frettolosamente Smaug, si assiste a due ore di battaglia e poco altro, Peter Jackson si dimentica del pathos (fattore portante del Signore degli anelli) e predilige i combattimenti; il risultato è pessimo, una vera delusione.

20.000 days on earth, di Iain Forsyth e Jane Pollard: ma perché diavolo Nick Cave deve fare un film su se’ stesso, affidandosi a due improbabili visual artist che nel ’98 lavorarono con Bowie? Siamo di fronte all’equivalente cinematografico del monumento funebre a Trimalcione, cioè costruito in vita, esteticamente soddisfacente sulla carta e pacchiano nella realizzazione. La giornata del musicista diventa una gita alla fiera delle inutili banalità e sembra davvero non finire mai, grazie ad un’irritante serie di finti finali e citazioni for dummies. L’abissale distanza tra i testi misteriosi ed esoterici del frontman dei Bad Seeds e la compiaciuta aura di autocelebrazione che pervade il film riesce  a rovinare persino le belle riprese della registrazione di Push the sky away, di cui viene raccontata la genesi. Più che un nuovo Quadrophenia (una cui edizione restaurata è uscita da poco), il film sembra la patetica storia di un Llewyn Davis più vecchio e meno divertente.. Ma insomma, stiamo parlando di Nick Cave!

A questo punto, l’unica incognita di quest’anno resta il famigerato The interview. Ci dicono non sia troppo molesto, quindi se non avete programmi per capodanno, potete sempre provare a capire che cosa ci sia in James Franco che fa sempre incazzare tutti quanti. Bel mistero.
Buone Feste e buon 2015!

Giulio Bellotto, Tommaso Frangini, Valentina Villa

Rimini ailoviù. Racconti dalla provincia

Un racconto a episodi che sa di inconcluso svapora la provincia, nello specifico la cittadina di Rimini, in buoni sentimenti e retorica assortita.

I quadri filmici di una vita fittizia costruita attraverso immagini, stereotipi e monologhi poco incisivi non riescono a dare l’immagine di una terra madre ma piuttosto dipingono un paesaggio, è il caso di dirlo, tipicamente adriatico in cui un mare di parole dal colore e dal significato incerto fluiscono confondendo il pubblico.

I due filoni su cui prosegue lo spettacolo, gli inserti video e l’interpretazione delle pur brave Tamara Balducci e Linda Gennari, non dialogano e ciò pesa sulla riuscita di un’operazione di “recupero della memoria cittadina, di una minima epopea umana fatta di ritratti, tenerezza, esistenze comuni e sensibilità”. Non si vede quasi nulla di quanto annunciato dalle note di regia di cui vi abbiamo proposti un breve passo; piuttosto sembra che né la drammaturgia né tanto mento la sua messa in scena siano in grado di superare una superficialità ed un gusto retrò-naif che sono piuttosto la cifra di una certa modernità televisiva.

Giulio Bellotto