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Breve storia (polemica) del copyright

Qualche giorno fa vi abbiamo presentato un inedito bootleg dei Nirvana, ed eravamo davvero contenti che dopo 25 anni fosse disponibile per tutti su YouTube un concerto svoltosi quando ancora noi non eravamo nati, quello del Portland’s Satyricon del 25 gennaio 1990 in cui Kurt Cobain conobbe Courtney Love.
Ma per godersi questo pezzo di storia dell’alternative rock nel tipico sound casereccio di una vecchia registrazione, era necessario fare presto. Già il giorno dopo infatti, chiunque provasse a riprodurre ilo video si sarebbe trovato a leggere questo avviso:

"Questo video non è più disponibile a causa di un reclamo di violazione del copyright da parte di Kobalt Music Publishing"

“Questo video non è più disponibile a causa di un reclamo di violazione del copyright da parte di Kobalt Music Publishing”

Per quanto si senta dire spesso che il web è impossibile da controllare e che la rete rappresenta l’inarrestabile forza superiore dei nostri tempi, in poche ore YouTube aveva già censurato il video e ristabilito l’esclusivo diritto della Kobalt – casa discografica che rappresenta tra gli altri Kelly Clarkson, Dr. Luke, Nick Cave and the Bad Seeds, Gwen Stefani e Ryan Tedder – di usufruire del prodotto intellettuale di un’icona degli anni ’90 come Kurt Cobain.
L’influenza che la sua opera ha avuto sul mondo attuale è innegabile: tra fan, detrattori, simpatizzanti, il frontman dei Nirvana ha aiutato a definire l’identità dei post-baby boomers, la cosiddetta Generazione X degli anni ’60-’80, e ha lasciato una forte impronta sull’immaginario collettivo tanto da rideclinare la figura dell’artista maledetto e da entrare nel tristemente famoso Club 27 (espressione giornalistica per indicare quei musicisti morti in circostanze poco chiare all’età di 27 anni, a cui più recentemente si è aggiunta anche Amy Winehouse).

Ma allora per qual motivo io non dovrei poter disporre liberamente di ciò che crea ed è parte fondante della mia identità culturale e identifica me o i miei gusti artistici ed estetici? Perché non posso riprodurre, citare, plagiare, ispirarmi, riferirmi a ciò che mi piace e che trovo interessante?
La ragione sta tutta in questo simbolo, ©, e nelle sue implicazioni legali e culturali.
Vediamo allora qual’è l’origine del famigerato copyright, la cui violazione rappresenta in Italia la quinta ragione di condanna più frequente.

La prima regolamentazione sul diritto di copia risale a Enrico VIII d’Inghilterra, intenzionato a limitare la libera circolazione di idee potenzialmente sovversive diffuse dalla nuova tecnologia di stampa a caratteri mobili: si istituiva così una corporazione privata di censori, la London Company of Stationers i cui profitti sarebbero dipesi da quanto fosse stato efficace il loro lavoro di censura filo-governativa. Già alla nascita del copyright quindi alla volontà censoria che imponeva ad ogni editore di bruciare i volumi considerati sediziosi si affiancava l’interesse economico e politico, in quanto la corporazione degli editori esercitava a tutti gli effetti funzioni di una polizia privata.
Questo istituto legale sancì ben presto un monopolio da cui in origine l’autore non ricavava alcun guadagno – tentativi di ricreare questa condizione si sono visti anche in tempi moderni, come ricorda il caso della class action del 2008 contro le major discografiche.

In seguito, con le nuove idee liberali del Secolo dei Lumi, nel 1710 venne emanata la prima norma moderna sul copyright, lo Statuto della Regina Anna, che riconosceva agli autori che detenessero i diritti su di un’opera di bloccarne la diffusione e come contropartita permetteva agli editori di trasferire questi diritti da una all’altra persona fisica.
La sempre maggiore importanza che queste norme assunsero sulla fruizione culturale determinò poi la fine di altre forme di sostentamento intellettuale come il patronato privato o la sovvenzione pubblica. In pratica, il guadagno dell’autore dipendeva ora esclusivamente dal profitto dell’editore.
Nel corso dei successivi due secoli il modello inglese si estese anche agli altri paesi europei finché il 9 settembre 1886 fu costituita l’Unione internazionale di Berna, ancora oggi operante con il preciso scopo di uniformare le legislazioni in proposito.
Infine terminiamo questo breve excursus con l’avvento dell’era digitale, che ha abbattuto i costi per la riproduzione e la diffusione delle opere e ha costretto ad un ripensamento del concetto di copyright, ora inteso sopratutto come protezione della proprietà intellettuale; un principio di difficile applicazione, tanto da essere o salvaguardato con un’intransigenza puntigliosa ed eccessiva oppure violato nei modi più marchiani.
La complessità dello status quo è ben rappresentata in questo video realizzato dai ragazzi di LILiK, collettivo della facoltà di ingeneria dell’Università di Firenze:

Tuttavia è vero che si sono aperti molti spazi di autonomia nella pubblicazione di contenuti liberi da copyright: un caso con eco internazionale è stato Napster, il primo sistema di condivisione gratuita di file musicali, la cui chiusura nel 2002 non ha scoraggiato la nascita di nuovi programmi per il file sharing gratuito e dell’ancora poco regolamentato peer-to-peer.
Da questo fenomeno, ormai comune anche per quanto riguarda l’editoria libraria che ha trovato un temibile concorrete nei pdf ed ebook scaricabili in rete, deriva una costante diminuzione delle vendite di supporti tradizionali, libri o cd. La questione ancora controversa è piuttosto se a questa fruizione apparentemente più democratica dei contenuti corrisponda una de-professionalizzazione del settore e quindi una minore qualità del prodotto. Se si guarda però al mondo dei software open source, questo timore appare infondato: la partecipazione del pubblico al processo editoriale sembra funzionare alla grande, esattamente come aveva teorizzato Richard Stallman nel 1984 coniando lo spiritoso neologismo polemico copyleft, ideale antitesi del copyright.
Personalmente credo che sia più che altro una questione di equilibrio e che con una maggiore flessibilità da parte delle majors le due forme di editoria, professionale da una parte e partecipata dall’altra, possano convivere.

Un esempio di questa benevola flessibilità che tutti ci auguriamo è  il concetto di fair use previsto dalle normative di common law, secondo il quale di qualsiasi opera è permessa la riproduzione a scopo didattico o scientifico: in Italia quest’eventualità è ancora preclusa dalla scoraggiante istituzione nostrana della Siae, anche se l’argomento è stato oggetto di alcuni dibattiti in Parlamento.

Ma, sarete contenti di saperlo, anche in questo incerto e mutevole panorama c’è una nota positiva, che noi del Bloggo vogliamo assolutamente condividere con voi: dal primo gennaio di quest’anno il lavoro di undici celebri artisti, letterati e scienziati non è più soggetto a copyright – evviva!
Le loro opere sono diventate di pubblico dominio nei Paesi in cui la durata del copyright è fissata a 50 anni, come in Canada e Nuova Zelanda; invece laddove il limite del copyright è fissato per legge a 70, cioè qui in Europa (e in Brasile, Israele, Nigeria, Russia e Turchia), è possibile riprodurre, copiare e citare liberamente solo otto tra loro.
Per festeggiarli degnamente il Bloggo vi proporrà periodicamente alcuni loro pensieri, disegni, formule o teorie. Preparatevi dunque a fare la conoscenza di questi grandi esseri umani:

– Ian Fleming, giornalista, militare e scrittore inglese, autore di James Bond, nome in codice 007

– Antoine de Saint-Exupéry, scrittore e aviatore francese, autore de Il piccolo principe, Volo di notte, Terra degli uomini e L’aviatore.

– Glenn Miller, trombonista, jazzista, direttore d’orchestra e compositore statunitense, autore di Moonlight Serenade

– Filippo Tommaso Marinetti, poeta, scrittore e drammaturgo italiano, fondatore del movimento futurista

– Rachel Louise Carson, biologa e zoologa statunitense, autrice di Primavera silenziosa e fondatrice del movimento ambientalista.

– Vasilij Vasil’evi Kandinskij, pittore russo, creatore della pittura astratta

– Edvard Munch, pittore e incisore norvegese, precursore dell’arte espressionista

– Edith Sitwell, poetessa e saggista inglese, autrice di La madre e altre poesie e direttrice della rivista simbolista Wheels

– Piet Mondrian, pittore olandese esponente del movimento neoplastico De Stijl

– Felix Nussbaum, pittore surrealista tedesco di origine ebraica (morto nel 1944 ad Auschwitz), autore di Autoritratto con la carta di identità ebraica e Trionfo della morte

– Flannery O’Connor, Scrittrice e saggista statunitense autrice di La saggezza nel sangue e Il cielo è dei violenti

Giulio Bellotto

Noi non siamo il Corriere della Sera

La famigerata febbre di Charlie Hebdo, di cui vi abbiamo parlato ieri, colpisce ancora.
E stavolta non affligge solo caotiche folle indistinte e indistinguibili di lettori ben decisi a difendere la libertà di stampa e il loro diritto di esprimersi liberamente.
Il contagio stavolta serpeggia per Milano, s’insinua fino in via S. Marco, entra al numero 21 per il portone principale e infine si spande per tutta la redazione del Corriere della Sera. Lì infatti il 14 gennaio, a sette giorni esatti dalla strage di Charlie Hebdo, Paolo Rastelli, evidentemente colpito in forma grave dal nuovo terribile virus, firmava un articolo in cui si annunciava che il “gesto concreto” del Corriere in favore della rivista satirica sarebbe stata la pubblicazione di molte delle vignette prodotte dagli illustratori europei – le cosiddette libere matite – in un volume il cui ricavato sarebbe andato alla decimata redazione francese.
Nessun dettaglio su come sarebbero state selezionate le opere che avrebbero dovuto riempire le oltre 300 pagine della speciale edizione benefica; veniva solo specificato che sarebbero state scelte tra quelle circolate in rete negli ultimi giorni.
Bene, bravi! E’ bello sapere che una delle maggiori testate italiane non si limita a osservare e riportare passivamente le notizie ma si fa anche veicolo di approfondimento e contestualizzazione culturale, oltre che strumento benefico. Bisogna essere felici che il Fatto non sia lasciato solo nella difficile operazione di far comprendere al pubblico cisalpino quale sia la concezione, l’importanza, e il gusto della satira in Francia. Dopo la proposta indecente (e per di più totalmente improvvisata sul momento, direi quasi campata su Twitter) di Daniela Santanchè, chiunque si proponga di contribuire alla causa sia il benvenuto!

E invece purtroppo no.
L’articolo infatti taceva due informazioni piuttosto rilevanti: innanzitutto la bassa risoluzione delle stampe, di scarsa quando non scarsissima qualità – ma in fondo, siccome quello che conta di questa iniziativa sono in primo luogo i contenuti, l’appagamento coloristico dei pixel può essere messo in secondo piano, sopratutto con poco tempo a disposizione per la stampa e la raccolta dei materiali.. Già, la raccolta dei materiali.
Il secondo argomento taciuto da Rastelli era proprio questo. Nessuno aveva avvertito i lettori che le vignette sarebbero state utilizzate senza il consenso degli autori; a farlo presente con le loro lettere aperte al giornale milanese sono stati gli stessi artisti, tra cui Giacomo Bevilacqua e Roberto Recchioni.
Se potevamo ben aspettarci una simile mancanza di rispetto da parte di Visibilia, la casa editrice della Santanchè, è sconcertante constatare che anche un’azienda “seria” e quotata come RCS MediaGroup, la holding del Corriere, manifesti apertamente lo stesso pressappochista disinteresse per la dignità del lavoro artistico e per i diritti di chi lo crea. In un’occasione che, per di più, aveva tutte le premesse per essere un interessante momento di confronto tra web e editoria sul tema così sensibile della libertà d’espressione.

A quanto pare però l’unica cosa che interessa è ancora una volta il guadagno e la visibilità, per la quale non si esita a sfruttare in maniera strumentale e orrendamente cinica una tragedia come la strage di Charlie Hebdo.
Ma d’altronde che il Corriere fosse sordo alla voce della rete e completamente assorbito dal suo anacronistico mondo di carta stampata, lo si era già capito quando Severgnini operava su quelle pagine la pretestuosa distinzione tra libertà maiuscole e libertà minuscole, nel puerile tentativo di giustificare l’odiosa scelta di censurare i commenti sul proprio sito web. Dov’era allora la libertà d’espressione di cui adesso questi signori si fanno paladini e si sciacquano ben bene la bocca? D’altronde, armati delle vignette altrui siamo buoni tutti.

Ma sperando ancora ingenuamente che dietro a questa bieca operazione di marketing camuffato da solidarietà e senso civico ci sia qualche residuo di moralità superstite, faccio una breve ricerca su internet.
Ora, in calce all’articolo di Rastelli, si legge:

Post Scriptum (dopo le polemiche): Il ricavato di questa operazione, è bene ribadirlo, sarà devoluto interamente a favore delle vittime della strage e del giornale Charlie Hebdo. Aspettare di avere l’assenso formale di tutti gli autori, a nostro giudizio, avrebbe rallentato in maniera sensibile l’operazione. Comunque sul libro, in quarta pagina, c’è scritto con chiarezza che «l’editore dichiara la propria disponibilità verso gli aventi diritto che non fosse riuscito a reperire»

E ancora sotto:
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E’ proprio il caso di dirlo, forte e chiaro:

NonSonoIlCorSera

disegno di Leo Ortolani

Giulio Bellotto