Letteratura

Sulla sorte di Wisława medita un istante

Qui giace come virgola antiquata
l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata
dell’eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c’è niente
di queste poche rime, d’un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante

Questi versi, significativamente intitolati Epitaffio, compaiono nella raccolta poetica Sale, pubblicata nel 1962 dalla poetessa polacca Wislawa Symborska, insignita trentaquattro anni più tardi del Nobel per la Letteratura. (altro…)

Campagna inglese, Jane Austen e società.

          Orgoglio e Pregiudizio, il capolavoro senza tempo della scrittrice Jane Austen, ambientato a Longbourn nello Hertfordshire, ancora oggi dopo più di due secoli, appassiona e riesce a trascinare magicamente i suoi lettori in quegli anni. Scritto tra la fine del 1700 ed inizio del 1800, il romanzo ha la straordinaria capacità di far rivivere in maniera più che realistica le situazioni e le ambientazioni descritte dall’autrice stessa. (altro…)

L’Amore razionale: Frammenti di un discorso amoroso

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” La storia d’amore è il tributo che l’innamorato deve pagare al mondo per riconciliarsi con esso”

Dice Roland Barthes nella prefazione del suo libro filosofico sull’amore dal titolo eloquente, Frammenti Di Un Discorso Amoroso. In questo caso, però, non vi è una vera e propria analisi della storia d’amore, ma piuttosto di tutte le sensazioni che proviamo prima, mentre è dopo l’amore. (altro…)

I racconti fantastici della tradizione cinese

Non esiste paese più superstizioso della Cina. E anche la letteratura, dagli insegnamenti di Confucio al taoismo, al buddismo, è, per così dire, infestata dagli spiriti, che come ci racconta Confucio stesso negli Anacleta bisogna riverirli, ma anche starne a debita distanza. I miti della tradizione abbondano di queste entità, le quali però fanno parte della normalità e quotidianità delle persone, questi prodigi non vengono ritenuti né inverosimili, né irreali e vengono letti come se fossero veri e realmente accaduti. Jorge Luis Borges descrive così la superstizione cinese : “per la loro immaginazione l’ordine superiore è uno specchio di quello inferiore, come dicono i cabalisti”
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La miglior collana di fumetti in circolazione: le Storie Bonelli

In questi giorni, nei canali social dedicati al mondo del fumetto si è parlato molto dell’affaire Tex. Colgo dunque l’occasione per calmare gli animi un po’ a tutti e parlarvi della collana Sergio Bonelli Editore che più mi piace da oramai due anni a questa parte.
Sto parlando della serie “Le Storie”.

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Alcuni albi della serie nella loro variopinta livrea cartonata

Iniziata a Ottobre del 2012, questa serie ha saputo non solo attirare la mia attenzione da lettore accanito di fumetti, ma in poco tempo si è saputa guadagnare il meritato ed esclusivo “corri all’edicola” award. Le Storie è infatti la serie Bonelli che più aspetto durante tutto il mese. Un tempo era Dylan Dog, serie che comunque continuo a seguire e a leggere volentieri nonostante le numerose critiche che periodicamente ogni mese leggo sulla pagina ufficiale facebook, critiche che non condivido proprio.
Arrivati dunque al numero 30 di questa serie, che vuole dire 2 anni e mezzo di pubblicazioni, voglio in primis fare i miei più sinceri complimenti ai creatori e ideatori della serie, in secundis stilare una TOP 5 degli episodi che più mi sono piaciuti.
Quinto classificato si posiziona No Smoking il numero 4 della collana, di Pasquale Ruju (testi) e Carlo Ambrosini (disegni). Avvincente, ben strutturato e bellissima storia. Mi ha ricordato molto il film I Soliti Sospetti, per il suo finale thriller.
Quarto classificato si posiziona Mercurio Loi il numero 28 della collana, di Alessandro Bilotta (testi) e Matteo Mosca (disegni). Spero vivamente che di questo personaggio possa iniziare una mini serie proprio all’interno della collana, come letto plurime volte sul web. In certi aspetti mi ha ricordato il buon vecchio Dylan, con tocco di romano però.
Ora incomincia il podio, terzo classificato si posiziona La Pattuglia il numero 7 della collana, di Fabrizio Accantino (testi) e Gianpiero Casertano (disegni). Vietnam, follia, avventura, guerra e giungla. 5 elementi che hanno fatto di questo episodio uno dei miei favoriti. Spero di rivedere presto su questa collana un episodio ambientato nel Sud Est Asiatico.
Al secondo posto si classifica il numero 11 della collana, Il Lungo Inverno, di Giovanni Di Gregorio (testi) e Francesco Ripoli (disegni). La versione fumetto di Shutter Island mi ha intrigato dalla prima all’ultima pagina, non lasciandomi neanche il tempo di accorgermi quante pagine stavo leggendo. L’ho apprezzato tantissimo, soprattutto per i disegni. Un numero difficilmente replicabile.
Al primo posto invece si colloca La Redenzione Del Samurai, disegni di Andrea Accardi e testi di Roberto Recchioni. Un capolavoro a parere mio. Bellisimo, commovente e dal lieto fine, cosa importante e che spesso manca in questa serie. Decisamente il migliore titolo della collana, che comunque vanta episodi di davvero alto livello, non ultimo ad esempio La Battaglia Di Marengo, che ho apprezzato molto ma che non ho messo nel podio perché l’ho letto poco fa e non sono ancora riuscito a carburarlo bene.
In generale comunque Le Storie è una serie si fatta da grandi autori e disegnatori, per cui rivolta ad un pubblico fumettisticamente colto, ma allo stesso tempo capace di esprimere un fumetto coinvolgente e interessante sia per le ambientazioni, mai banali e molto ricercate, sia per le vicende, davvero originali, che rendono questa serie ottimale anche per chi il fumetto lo apprezza e basta la sera prima di andare a dormire. Come me.

Sebastiano Totta

La Biblioteca di Babele: Le morti concentriche

L’Universo – che altri chiamano la Biblioteca – si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali.

E’ l’incipit del famoso racconto di Jorge Luis Borges La Biblioteca di Babele, dove si immagina un universo allucinatorio come una Biblioteca “illimitata e periodica” il cui segreto è nascosto dentro libri indecifrabili.

Tu, che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?

Lo scrittore argentino in questo breve scritto esprime la sua ossessione per le parole e la sua passione per la lettura: il lettore, l’uomo di Babele, è protagonista e viaggia tutta la vita in cerca di un libro in mezzo al nonsenso. La sua unica speranza è che qualcuno un giorno riesca a leggere il libro sull’Ordine del Tutto. Umberto Eco lo definisce “archivista delirante”, un ossimoro, per indicare il suo sperimentalismo e creatività, evidente anche in un’altra sua raccolta: L’Aleph.
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Chi è l’amica geniale?

L’Amica geniale è un romanzo di formazione che racconta cosa vuol dire crescere in un rione povero della Napoli anni ’50-’60.
L’intera vicenda è raccontata in prima persona da Elena, soprannominata da tutti Lenù, la quale decide di ripercorrere la sua infanzia e la sua amicizia con Raffaella, Lila, misteriosamente scomparsa. Le vite di queste due donne si intrecciano e si sovrappongono: Lila fin da bambina è acuta e ribelle dalla personalità forte ed apparentemente indipendente, quasi opposta a quella della più umile e compiacente Lenù. L’io narrante guida il lettore nella vita di ogni giorno, partecipa alle violenze, alla povertà delle famiglie, vive il disagio e le difficoltà di una ragazza che lotta per cambiare il suo destino grazie all’istruzione. L’amicizia tra le due protagoniste non perde mai la sua centralità  oscillando tra la  repciproca dipendenza e competitività. Il loro rapporto di odio e amore è interessante perché in continua evoluzione, le personalità delle due bambine nel tempo invece che differenziarsi e diventare indipendentiamica_geniale-1-386x600 si sovrappongono capovolgendo i ruoli e trasformando le situazioni.
Entrambe sono “l’amica geniale” dell’altra, entrambe vogliono scappare dalla loro povertà e dalla chiusura di mente del rione, cercano di affermare loro stesse grazie alla loro intelligenza talvolta anche a discapito della loro amicizia. Lila e Lenù sono l’intuizione e il ragionamento sistematico, l’impulsività e la cautela, sono due aspetti dell’intelligenza umana, in questo caso squisitamente femminile, che non possono funzionare l’uno senza l’altro e che si uniscono in una relazione tanto stimolante da permettere di esprimere al meglio se stessi.
La scrittura è limpida e permette alla narrazione di scorrere veloce sotto i nostri occhi, tanto da non sentire il peso delle quattrocento pagine. Ad aiutare questa scorrevolezza c’é un linguaggio semplice: i dialoghi sono brevi e non particolarmente incisivi e i personaggi vengono appiattiti dall’io narrante. La parziale delineazione psicologica non rende la storia commuovente o appassionante, ma lo stile incalzante coinvolge il lettore nel susseguirsi degli eventi tanto da non riuscire a smettere di sfogliare le pagine.

Elena Ferrante è lo pseudonimo usato dalla misteriosa scrittrice (o scrittore?) del romanzo l’Amica geniale, il primo di una serie di quattro volumi. Recentemente si è parlato della sua candidatura al premio Strega, partecipazione che a quanto pare ha suscitato non poche discussioni proprio a causa dell’anonimato che si cela dietro al libro, tanto che Saviano è intervenuto con un accorato invito all’autrice ad accettare la candidatura trascurando le polemiche – qua la sua risposta.

Nonostante il suo primo romanzo di successo risalga al 1992 (L’amore molesto vincitore del premio Procida Isola di Arturo-Elsa Morante), solo di recente questo nome circondato dal mistero ha riempito i giornali. Questa ritrovata fama e curiosità dipende senza subbio dal successo che L’amica geniale, ha avuto all’estero, specialmente in America. Foreign Policy inserisce “l’autrice di romanzi napoletani”- così viene definita in diverse recensioni – tra i 109 pensatori globali del 2014. Senz’altro un motivo di orgoglio per il nostro Paese, anche se non si può dire che il romanzo sia pregno di concetti profondi. Sebbene ci siano dei concetti interessanti, come quello di smarginatura, parola usata da Lila per indicare un senso di estraniamento dalla realtà e perdita di identità, spesso vengono lasciati a loro stessi senza un vero approfondimento. Il successo e la forza di questo romanzo è proprio nella sua semplicità: una volta finito un capitolo o l’intero libro, non è necessario soffermarsi sul significato di quanto letto, la cui immediatezza parla da sé, ma si corre a comprare il volume successivo.

Valentina Villa

Il libro si rinnova, ora è lui a giudicarci.

L’era digitale ha completamente cambiato il nostro modo di ascoltare musica, guardare film, comunicare con gli altri, viaggiare e anche e non ultimo il nostro modo di leggere i libri.

Tante piccole librerie hanno chiuso, e anche se le grandi case editoriali come Mondadori sembrano sopravvivere, il libro cartaceo è in pericolo d’estinzione. C’è chi ipotizza un futuro in cui le librerie saranno ancora pieni di libri rilegati perché il ruolo sociale del libro non passerà mai di moda- quanti di voi guardando i titoli dei libri in casa altrui?
Altri invece le immaginano piene di e-book sottili e tutti uguali. Il dibattito su quale delle due forme sia meglio è infinito. E se da una parte è innegabile la comodità degli e-book, grazie ai quali “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij ha lo stesso spessore dei racconti di Ronald Dahl; dall’altra la multisensorialità dei libri cartacei ci permette di avere un coinvolgimento maggiore in quello che stiamo leggendo, aumentando la nostra percezione. Non è ancora ben chiaro se la nostra memoria del contenuto testuale sia o meno influenzata, ma il libro cartaceo vive con noi, ingiallendosi, piegandosi, le pagine sottolineate rendendolo un po’ più nostro.

A questo proposito sono stati svolti diversi esperimenti, come quello del Technion Institute of Technology nel 2011, che ha evidenziato come non ci siano sostanziali differenze tra i due mezzi in una lettura di 7 minuti, ma se invece i soggetti avevano libertà di leggere libro o e-book per un tempo non determinato, allora coloro che leggevano la pagina stampata tendevano a ricordare di più il suo contenuto. L’argomentazione della memoria è però troppo debole per assegnare una vittoria all’inchiostro piuttosto che ai pixel.

Adoro i libri cartacei, le copertine sbiadite e l’odore delle pagine stampate, ma sono convinta anche della necessità di rinnovamento e di adeguazione ai nostri tempi. Le case editrici hanno capito che ormai la semplice vendita negozio-cliente non funziona più, così si sono ingegnate per riportare in voga il libro, soprattutto cercando di renderlo un oggetto social. Sul web impazzano iniziative originali come il “libro sospeso”: compri un libro e lo regali al prossimo cliente della libreria. Oppure come #ioleggoperchè. Inoltre vengono aperti profili Twitter e Facebook per rendere la lettura un momento dinamico e interattivo.

E se tutto questo vi sembrava già all’avanguardia per il mondo editoriale, non sapete ancora cosa è stato pensato e realizzato dall’artista Thijs Biersteker in collaborazione con lo studio design Moore: un libro la cui copertina ti giudica.
Un vero e proprio ribaltamento dell’idioma “non si giudica un libro dalla copertina”!
L’artista dice che il suo obiettivo era quello di promuovere la nostra facoltà di stupirci e emozionarci per la bellezza, abilità che si sta perdendo. Il libro deciderà di aprirsi solo quando potrà intuire nessun tipo di pregiudizio nel volto del lettore. Per fare questo è necessario allineare la faccia al disegno del libro, questa verrà scannerizzata e il Nxt software determinerà il tuo stato emotivo.

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Sono ancora indecisa sulla genialità si quest’idea, da una parte è affascinante che la ricerca sia in grado di umanizzare oggetti di uso comune, rendendo meno forte l’asimmetria nel rapporto uomo-oggetto. Credo, però, che potrei covare del risentimento nei confronti di un libro giudicante- mi basta mia madre.

La copertina che ti giudica non è però l’unica innovazione tecnologica in questo ambito. In particolare gli ingegneri del MIT hanno cercato di compensare la nostra immaginazione con il Sensory Fiction wearable book, un giubbottino che permette con dei particolari sensori di far vivere al lettore le stesse emozioni dei protagonisti del libro attraverso il cambiamento delle luci, della temperatura e della strettezza in vita del giubbino.

Valentina Villa

Il rumore dell’amore secondo Valentina d’Urbano

Oggi ci occuperemo del nuovo romanzo di Valentina d’Urbano intitolato “Il rumore dei tuoi passi”.
Il libro in questione è una lettura veloce, ma intensa, dove tutta la trama è basata sul semplice concetto di “odi et amo”, citando Catullo. Infatti i due protagonisti si amano ma si detestano allo stesso tempo, vogliono stare insieme ma anche lontani il più possibile.

RumoreTuoiPassi.inddLa storia è ambientata alla Fortezza, un quartiere popolare del sud Italia conosciuto solamente per la popolazione malfamata che lo abita. I due protagonisti vivono il presente senza pensare troppo al futuro, perché, in fondo, già sanno quale sarà la loro prospettiva di vita.
Un romanzo forte, con un linguaggio semplice e dialoghi duri ma che rendono l’idea di cosa stanno vivendo i personaggi principali: un amore impossibile, in un inferno troppo grande per loro tanto da trascinare con sé uno dei due fino alla morte.
Un inferno che può essere paragonato a quello dantesco e un amore simile a quello di Paolo e Francesca: i due soffrono a stare vicini, ma è impossibile anche solo allontanarsi un po’.

Analizzando la relazione tra i due, simili nei modi ma diversi nel fare, si trova una specie di amore fraterno, causato dalla simbiosi che hanno vissuto, e una passione fortissima, difficile da controllare, per la quale si può uccidere chiunque. L’amore di questa storia è una continua antitesi, come molte storie d’amore: la voglia sfrenata di proteggere la persona amata, ma allo stesso tempo il desiderio di lasciarla andare. La forza di attrazione che spinge a dare un bacio uguale alla forza di un pungo da sferrare. L’intenso miscuglio di amicizia, fratellanza e passione fa nascere un amore che va oltre le porte della morte attraverso un figlio che riporta in vita l’anima caduta del protagonista debole.
Proprio questo sentimento che si intreccia con tutta la trama del romanzo, lo rende interessante e da l’idea di come possa essere il vero amore, che non si abbatte davanti alle innumerevoli difficoltà della vita e continua imperterrito a tormentare l’anima.

In questo senso citare Dante con “Amor c’ha nullo amato amar perdona” da’ l’idea di come sia questo sentimento: travolgente, tanto da non permettere ad altri di entrare. Per quanto da una parte può essere tragico e doloroso, dall’altra è bello ed emozionante. Ovviamente la speranza che questo sentimento esista anche al di fuori del romanzo è grande. Riuscire a provare il vero amore, soffrire e amare una stessa persona per tutta la vita è qualcosa di raro al giorno d’oggi, dove separarsi e divorziare sono esperienze all’ordine del giorno, per quanto dolorose.
Quindi esiste l’anime gemella? La persona destinata a noi? Questo lo potrà dire solo il tempo.

Allivarf

Gli Antenati e la distanza delle fiabe secondo Tonio Cavilla

Qualche sera fa ho assistito ad una lettura scenica da Il barone rampante, romanzo di Calvino scritto nel 1957, secondo episodio del ciclo I nostri antenati di cui fanno parte anche Il visconte dimezzato (1952) e Il cavaliere inesistente (1959). La selezione di brani letti da Chiara Bazzoli, voce recitante e attrice della compagnia brianzola Ossigeno Teatro, anche se piuttosto frammentaria rispetto all’integrità dell’opera, è riuscita a rendere le suggestioni e la freschezza della scrittura calviniana, grazie anche alle accurate scelte musicali del M.o Andrea Grassi, d’accompagnamento al clarinetto.

Nell’osservare i disegni proiettati sugli schermi di Oxy.gen, lo spazio multifunzionale di Bresso in cui si è svolta la performance, mi sono improvvisamente trovato a rivivere l’emozione della prima lettura nella bella edizione illustrata Mondadori “Contemporanea”. Per il bambino che ero, ma credo per ogni bambino in ogni epoca, una storia di avventura è tutto ciò che si possa desiderare: l’immaginaria biografia di Cosimo Piovasco di Rondò, scritta nella finzione letteraria dal fratello Biagio, parla di libertà, coraggio e coerenza con le proprie scelte arboree. Una favola edificante, dunque, ma anche molto di più; come tutto Calvino, che nel racconto fantastico trova la sua più compiuta e risolta realizzazione – priva di quella vena inquieta e drammatica che si trova nella sua produzione accademica, politica e cantautorale – anche il Barone si stratifica su più livelli di senso. Alla pura denotazione, che ne fa una fiaba d’autore delle più riuscite, si affianca un valore allegorico dalla forte valenza sociale e morale, un inno di libertà e anticonformismo.

In fondo la trilogia di cui il Barone fa parte copre un decennio di vita, di pensiero e di produzione romanzesca di Calvino e di conseguenza affronta argomenti dal peso, spessore e densità non indifferenti. Sono tutti temi iconici, che nascono cioè da un immagine che il romanzo in quanto narrazione anima e movimenta. Lo stesso autore lo puntualizza, nella nota all’edizione inglese del 1980 (tradotta da Archibald Colquhoun):
“Il racconto nasce dall’immagine, non da una tesi che io voglia dimostrare; l’immagine si sviluppa in una storia secondo una sua logica interna; la storia prende dei significati, o meglio: intorno all’immagine s’estende una serie di significati che restano sempre un po’ fluttuanti, senza imporsi in un’interpretazione unica e obbligatoria. Si tratta più che altro di temi morali che l’immagine centrale suggerisce e che trovano un’esemplificazione anche nelle storie secondarie: nel Visconte storie d’incompletezza, di parzialità, di mancata realizzazione d’una pienezza umana; nel Barone storie d’isolamento, di distanza, di difficoltà di rapporto col prossimo; nel Cavaliere storie di formalismi vuoti e di concretezza del vivere, di presa di coscienza d’essere al mondo e autocostruzione d’un destino, oppure d’indifferenziazione dal tutto.”
Siamo dunque di fronte ad una costruzione dialettica, un percorso che si dipana tra se’, altro e totalità  e che toccando questi punti intende delineare un ritratto dell’uomo moderno. Negli anni ’50 Calvino sceglie di distaccarsi dalla poetica neorealistica portando avanti il suo progetto in silenzio per un decennio; solo nel 1960 pubblicherà presso Einaudi un’edizione comprensiva dei tre romanzi, dichiarando apertamente la natura sincretica ed unitaria degli Antenati.

Tre romanzi dunque, di cui il Barone costituisce il punto mediano ed una svolta decisa e decisiva nella produzione calviniana. E’ interessante notare che salendo sull’albero d’elce Cosimo rinuncia ai diritti della sua nobiltà e inizia a vivere come una scimmia, quindi paradossalmente scende sia nella gerarchia sociale sia nella scala evolutiva. Tuttavia il baroncino trova una nuova legittimazione grazie a tre elementi: l’affermazione del suo dominio sui boschi di tutto il mondo; la dignità del suo indispensabile lavoro di potatore, protettore della popolazione e vedetta contro i pirati barbareschi; infine la sua attività intellettuale e la corrispondenza con i più famosi filosofi, che ne fa uomo capace di superare l’Ancien Regime da cui proviene per aderire al nascente Illuminismo. Cosimo non si sottrae ai doveri del suo tempo ma partecipa agli eventi mantenendo quella distanza critica che lo stare sugli alberi gli permette di avere; Umberto Eco riassume ciò affermando che “perde forse i vantaggi dello stare con i piedi per terra ma acquista in ampiezza di prospettiva”.
Queste caratteristiche lo rendono dunque un self-made man cosmopolita perché apolide, un buon selvaggio razionale del tutto aderente alla figura dell’artista (d’altronde l’ispirazione per il personaggio viene dallo scultore Salvatore Scarpitta), o dell’intellettuale delineato da Norberto Bobbio, da Vittorini e infine da Pasolini, uomini di cultura che rivendicano la loro distanza critica nei confronti delle masse di cui intendono essere guida.

La distanza, per quanto contraria alle necessità di una narrazione e alla stessa natura umana, diventa uno stimolo per l’intelletto di Cosimo e, nella realtà al di fuori dalla dimensione del romanzo, stimolo per il lettore. Nella concezione che Calvino ha della letteratura è fondamentale che il destinatario dell’opera assuma un ruolo creatore oltre che creativo, riannodando i fili del romanzo – d’altra parte questa impostazione quasi pre-cognitivista costituisce il nucleo dei romanzi più sperimentali come Se una notte d’inverno un viaggiatore.
Ma la distanza è fondamentale anche per lo scrittore, tanto che nel 1965 Calvino stesso curò un’edizione ridotta del Barone destinata alle scuole medie e vi accluse una prefazione firmata dal meticoloso docente e pedagogista Tonio Cavilla. Che altri non era che uno pseudonimo molto ironico per poter scrivere del suo libro senza cadere nell’agiografia autobiografica evocata con terrore in queste lettere:
«Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano,
naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura” [lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964].
«Ogni volta che rivedo la mia vita fissata e oggettivata sono preso dall’angoscia, soprattutto quando si tratta di notizie che ho fornito io […], ridicendo le stesse cose con altre parole, spero sempre d’aggirare il mio rapporto nevrotico con l’autobiografia [lettera a Claudio Milanini, 27 luglio 1985]

Lasciamo dunque la parola al signor Cavilla, che con queste premesse ci fornisce un parere come un altro su un romanzo ancora da scoprire, individualmente e in modo critico.

Giulio Bellotto

Calvino 1 Calvino 2 Calvino 3 Calvino 4
La prefazione di Tonio Cavilla alias Italo Calvino.
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