Attualità

La traiettoria dell’oro congolese

L’Africa, un paese floridissimo, pieno di risorse, una magnifica terra sfruttata e derubata da coloro che operano sul territorio, grandi multinazionali e aziende occidentali principalmente, ma non solo.
Il Congo, ad esempio, nella regione del Kivu in particolare è un paese ricco di risorse naturali quali minerali, legnami, oro, carbone e avorio.
Nell’aprile del 2015 un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), con la collaborazione dell’Interpol e di alcune Ong ha denunciato il saccheggio e il commercio illegale di tali risorse per un giro d’affari del valore di 1 miliardo e 200 mila dollari l’anno.
Regina dell’estrazione e del commercio dell’oro è la Banro corporation, una compagnia canadese proprietaria delle concessioni minerarie aurifere. Nel 2003 il Presidente della Repubblica democratica del Congo Joseph Kabila infatti, cedette a tale compagnia tutti i giacimenti auriferi della Somico, società mineraria del Congo, senza l’imposizione di tasse e imposte adeguate. Questa società, per procedere all’estrazione dell’oro, ha espropriato le terre situate nei pressi di Twangiza, con il benestare del Governo; dopodiché ha delocalizzato la popolazione altrove, nonostante inizialmente la società tollerasse la presenza dei minatori artigianali, fino a che 850 famiglie sono state costrette ad abbandonare il territorio, 5100 persone hanno dovuto lasciare la propria abitazione. Con l’intenzione di risarcire i danni provocati, la Banro ha assegnato ad ogni famiglia una casetta in mattoni di 20 m2 e un piccolo orticello da coltivare; i nuclei familiari avrebbero dovuto ricevere anche una somma di denaro, di ammontare indeterminato, che peraltro non hanno ancora visto, come indennizzo. Una misera elemosina, cartina tornasole della modalità di agire di questa compagnia, che ritiene di poter calpestare la popolazione e il territorio, per poi “risarcire” con una miseria i danni irrimediabilmente provocati.
L’attività mineraria è la spina dorsale dell’economia locale, la cacciata dei minatori dal proprio territorio ha creato disoccupazione e disperazione in quasi tutta la popolazione del luogo, ritrovatasi con un piccolo orticello come unico sostentamento rimasto loro per sopravvivere. (altro…)

I don’t pray for Paris

Dopo i tragici avvenimenti di Parigi tutto il mondo, in particolar modo quello virtuale dei social network, si è colorato di blu, bianco e rosso. Le tinte della bandiera francese hanno cominciato a campeggiare pressoché ovunque, dalle foto del profilo di migliaia di utenti facebook, ai più noti monumenti di tutto il mondo.
L’indignazione per i crimini contro l’umanità commessi dai terroristi ha improvvisamente scosso le coscienze dei più che, in un impeto di orgoglio per i valori occidentali, non hanno potuto esimersi dal manifestare pubblicamente il loro sostegno a Parigi ed alla Francia in generale.
PrayforParis e JesuisParis sono subito balzati alla ribalta come slogan di solidarietà alla Francia e di sdegno nei confronti della barbarie dell’Islamismo radicale. (altro…)

Terrorismo e imperialismo. Riflessioni dopo i fatti di Parigi

A poco più di una settimana di distanza dagli attacchi terroristici avvenuti a Parigi, lo sgomento, l’isteria, la paralisi, l’incredulità, la paura e gli altri stati d’animo, figli dell’irrazionale, che il tragico evento ha suscitato, sgombrano un poco il campo, restituendo ossigeno preziosissimo alla ragione.
Forse è ora possibile tentare l’ardua ricostruzione di un puzzle intricato, quasi indecifrabile, di cui i fatti avvenuti nella capitale francese sono solo un sintomo, una conseguenza inevitabile, ma di che cosa esattamente? Sorge spontaneo domandarsi. Difficile darsi risposte immediate, impossibile comprendere la realtà fattuale, vero e proprio enigma, se non volgiamo lo sguardo indietro.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre George W. Bush in un discorso alla nazione dichiarò:

l’America, i nostri amici e i nostri alleati si uniscono a tutti coloro che vogliono la pace e la sicurezza nel mondo, uniti per vincere la guerra al terrorismo.
[…] Possono scuotere le fondamenta dei nostri più grandi palazzi, ma non possono intaccare le fondamenta dell’America.

Allo stesso modo il Presidente francese François Hollande evoca lo spettro della guerra, rianima il patriottismo della Nazione e pungola l’orgoglio dei suoi cittadini:

La Francia è in guerra […] ma il popolo francese è coraggioso e non si ferma. […] Quelli che hanno voluto sfidare la Francia sono stati i perdenti della storia.

Le conseguenze della scellerata politica “antiterrorista” dell’amministrazione Bush sono ormai note: l’approvazione di leggi restrittive delle libertà personali; la criminale guerra in Afghanistan, a cui ha partecipato anche la Francia, che si stima abbia provocato tra centoquarantamila e trecentoquarantamila vittime tra la popolazione civile; la guerra in Iraq, che ha provocato secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità tra centoquattromila e duecentoventitremila morti tra la popolazione civile. Numeri disumani, nauseanti.
A causa di tali azioni sconsiderate nascono l’humus e quel terreno fertile, irrigato dal crescente sentimento antiamericano e dall’odio nei confronti dell’“Occidente” carnefice, di cui la propaganda jihadista si serve al fine di reclutare migliaia di giovani.
Persino Tony Blair, in un’intervista alla CNN, ha ammesso che la guerra in Iraq fosse additabile come la causa principale della nascita dell’Isis.
Se poi aggiungiamo al quadro, fino ad ora tracciato, l’incapacità dei Paesi europei di porsi come società realmente inclusiva per una fetta non irrilevante della propria popolazione (in Francia ad esempio i musulmani sono l’8%), allora appare un po’ meno incomprensibile e privo di qualsiasi logica il meccanismo mentale che scatta nelle teste di giovani migranti, ormai di seconda o terza generazione, che esclusi ed emarginati, sono tragicamente persuasi dallo “Stato” Islamico.
Eppure non abbiamo imparato abbastanza dalla storia, la nostra soluzione è ancora la medesima: guerra al terrorismo, guerra al terrore, guerra sempre e in ogni caso in nome della lotta agli estremisti. L’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, attaccata per prima dalla Francia di Sarkozy, sul cui carro è poi salita la Nato, paladina dei diritti civili violati dal “sanguinario” Gheddafi.
L’Isis getta Parigi, l’Europa e l’Occidente intero nel panico, ci dicono che bisogna vendicare i morti innocenti, bombardamenti, forse anche azioni militari via terra, in ogni caso guerra ad oltranza contro lo “Stato” Islamico, per l’orgoglio francese, contro il terrorismo, per le vittime delle stragi, se poi la regione è anche ricca e influente nello scacchiere geopolitico è solo un caso, e non ha nulla a che fare con questa storia.
Qualche dubbio però, circa l’utilizzo del terrorismo come grimaldello per scassinare le porte del Medio Oriente, non può che sorgere. Da più parti, infatti, si sostiene che Al Qaeda prima e l’ISIS poi, non siano altro che armi sfruttate dagli Usa per assicurarsi il controllo della regione. Sono ormai in molti ad aver scoperchiato il vaso di Pandora: l’ex agente CIA Steven Kelley ha dichiarato che “L’ISIS è un nemico totalmente creato e finanziato dagli Usa”; Edward Snowden, altro ex agente CIA, avrebbe rilasciato dichiarazioni di questo tenore:

I servizi segreti americani, quelli inglesi e il Mossad (servizi israeliani) hanno addestrando un gruppo terroristico tra Iraq e Siria, nell’ambito di un’operazione denominata “nido di vespe” o “nido di calabroni”.

Sempre secondo alcuni documenti dell’NSA trafugati da Snowden il califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, a capo dello “Stato” Islamico, definito dal Time come l’uomo più pericoloso al mondo, sarebbe stato in realtà addestrato per un anno intero dal Mossad e si chiamerebbe Shimon Elliot.
Con ogni probabilità saranno le solite fantasiose tesi complottistiche, vien da pensare, anche se la linea che le separa dalla realtà si fa sempre più sottile e indistinguibile.
Un conto poi è sostenere che da una guerra criminale e insensata, quale quella in Iraq, siano nate le condizioni storiche, culturali e sociali necessarie al sorgere dello “Stato” Islamico, ben altro è affermare che i terroristi siano armati e addestrati dagli americani per perseguire i propri obiettivi espansionistici. In ogni caso non ci sono prove, di conseguenza quelle riportate rimangono parole sospese, soltanto opinioni di ex agenti rancorosi. Ah, se ci fosse almeno un indizio… (altro…)

Libertà è partecipazione, la democrazia diretta nel Bilancio del Comune di Milano

Nel gennaio del 1977 Enrico Berlinguer pose in primo piano la “questione morale”, puntò il dito contro il cattivo uso e l’abuso delle risorse pubbliche. E’ a questo momento che si riconduce la nascita di una frattura sempre più profonda tra il popolo e i suoi rappresentati. L’uomo comune si disinteressa, si allontana irrimediabilmente dalla cosa pubblica. Il cittadino italiano oggi si interroga sull’effettiva capacità della democrazia rappresentativa di gestire efficacemente le finanze dello stato, di risolvere i problemi comuni, di porsi come la forma di governo migliore possibile. D’altronde come dargli torto, numerose sono le sue pene, grandi le sue sofferenze: quarant’anni di governi democristiani, alcuni dei quali mafiosi e stragisti, Craxi e Tangentopoli, il ventennio berlusconiano e ora questa cosiddetta Terza Repubblica, in realtà più simile ad una Prima 2.0.
Dal Comune di Milano è nato tuttavia un progetto che ha la nobile ambizione di ricomporre quella frattura, di fermare quella crescente disaffezione, apparentemente irreversibile, che i cittadini nutrono nei confronti delle proprie istituzioni e che, a lungo andare, muta nella perdita di una coscienza sociale, del senso di appartenenza ad una comunità, e sfocia poi nel bieco individualismo che pervade gran parte della collettività.
Da luglio nella nostra città si sperimenta una forma di partecipazione dei cittadini alla vita politica, alla gestione delle risorse, senza mediazioni né rappresentanza. Ciascun cittadino può, in modo diretto, esporre le esigenze del proprio quartiere, proporre soluzioni, progetti, idee per rendere la sua città più vivibile e accogliente. Si tratta del Bilancio partecipativo, già utilizzato con esito positivo da città come Porto Alegre, Parigi e Lisbona. Il comune ha messo a disposizione 9 milioni di euro, uno per ogni zona, che sarà possibile investire nelle proposte che risulteranno più votate. Ed è proprio questo un aspetto cruciale: il voto. E’ possibile esprimerlo fino al 29 novembre sul sito BilancioPartecipativoMilano, possono farlo tutti coloro che abitano, lavorano o studiano in città e hanno più di 14 anni oltreche i minori di 14 anni frequentanti una scuola coinvolta in uno dei progetti. Sabato 21 e 28 novembre inoltre si vota anche di persona nelle biblioteche per il voto assistito.

E’ essenziale che la partecipazione abbracci la città intera, ciascuno dovrebbe esprimere le proprie esigenze attraverso la scelta del progetto a lui più affine.
Siate dunque promotori di questa consultazione, informate e invitate ad esprimere una preferenza chiunque possieda i requisiti per il voto. Se l’affluenza fosse considerevole il Bilancio Partecipativo del Comune di Milano, seppur nella sua limitata dimensione, potrebbe porsi come paradigma per un rinnovato coinvolgimento popolare nella gestione del nostro patrimonio comune e delle nostre risorse.
La fase del percorso è ormai avanzata: i cittadini più attivi si sono incontrati, hanno discusso, hanno valutato le diverse esigenze e gli interessi in gioco, e alla fine hanno partorito quaranta progetti, alcuni dei quali destinati a realizzarsi. Abbiamo selezionato per voi quelli che riteniamo più interessanti, hanno il comune denominatore di essere in qualche modo dei contenitori culturali o comunque luoghi di incontro e socializzazione; tuttavia vi sono anche altre proposte, più “meramente amministrative” (viabilità, piste ciclabili, spazi verdi ecc.), ma non di minor rilievo.untitled
Ecco i progetti che più hanno catturato la nostra attenzione:

Zona 2 progetto 9: Centro culturale polivalente nell’ex mercato del pesce.
“Riqualificazione dell’edificio dismesso di via Sammartini angolo via Lesa per realizzare uno spazio polifunzionale con finalità aggregative e culturali, per ospitare conferenze, proiezioni, incontri, mostre, biblioteca e book sharing, aule studio, laboratori artistici e musicali.”

12Zona 2 progetto 12: Spazio alle idee.
“Ristrutturazione dell’edificio dell’ex mercato comunale di Gorla per la realizzazione di uno spazio polifunzionale per l’incontro e la promozione di attività culturali.”

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Zona 2 progetto 14: Nuovi spazi sportivi al Parco Trotter.
“Riqualificazione dell’area dell’ex piscina del parco Trotter per la realizzazione di campi sportivi”.

Zona 3 progetto 17: Vivere il parco Lambro.
17“Riqualificazione del parco e delle attrezzature, miglioramento degli spazi esistenti e creazione di nuove infrastrutture per lo sport, le attività ricreative e i servizi: realizzazione di due nuovi campi da basket, sistemazione dei percorsi ciclopedonali per renderli utilizzabili anche su roller/skate, ampliamento del percorso vita, installazione di arredi per aree pic-nic, creazione di orti urbani, installazione di isole digitali, potenziamento illuminazione, installazione di case dell’acqua e fontanelle. Costruzione di bagni pubblici con fasciatoi, cartellonistica orientativa, sistemazione degli ingressi e degli accessi.”

Zona 3 progetto 20: Casa di quartiere in via Don Calabria, Cimiano.20
“Una casa di quartiere intesa come laboratorio di idee e di incontri: con attività sociali, culturali, ricreative e sportive, rivolto a cittadini e associazioni, che sia luogo di integrazione, incontro, e scambio di attività e persone.”

Zona 7 progetto 31: Incontriamoci a Vercellina, S.Siro e Baggio! Sì, ma dove?
31“Recupero di spazi esistenti per la socialità e lo studio per tutte le fasce di età.
Il progetto prevede: creazione di nuovi spazi di incontro con la realizzazione di un chiosco per la biblioteca di via Pistoia, miglioramento delle aree cani Via val Canobina e degli accessi al parco di via Tofano, riqualificazione del cortile scolastico della scuola materna di via Sperio, installazione di attrezzature per o sport nel Parco di Trenno, creazione di aule studio e dotazione di nuovi arredi nella biblioteca di piazza Sicilia e nell’Emeroteca di via Cimarosa, realizzazione di un laboratorio linguistico presso la scuola primaria Radice, tre nuove stazioni di BikeMi in corrispondenza delle fermate Segesta, Gambara, Bande Nere.”

Zona 8 progetto 35: L’oasi della cultura.35
“Nuovi spazi per lo studio e l’incontro nella biblioteca di Bonola, in via Quarenghi 21.
Nuove sale studio, ludoteca, spazi polifunzionali, sala internet e area Wi-Fi, collocazione nelle aree adiacenti di BikeMi, di una casa dell’acqua e di panchine, rifacimento degli spogliatoi e della pavimentazione della palestra della scuola di via Quarenghi IC Riccardo Massa.”

Tutti i progetti sono consultabili sul sito del Bilancio Partecipativo, restano ancora 14 giorni per votarli, ed è di fondamentale importanza esprimersi, poiché come cantava un grande cantautore italiano:

“La libertà non è star sopra un albero
non è neanche avere un opinione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.”

Niccolò Terracini

Quando lo smalto ti porta in prigione

“Vivevamo in una cultura che negava qualsiasi valore delle opere letterarie, a meno che non servissero a sostenere qualcosa che sembrava più importante: l’ideologia. Il nostro era un paese dove tutti i gesti, anche quelli più privati, venivano interpretati in chiave politica.” Azar Nafisi narra della sua città, Teheran, delle sette ragazze con cui s’incontrava ogni giovedì mattina tra profumi di tè, pasticcini e vecchi libri, e dei suoi amati Nabokov, Gatsby, James e della Austen. La professoressa Nafisi insegna letteratura inglese presso l’università Allameh Tabatabei di Teheran, finché nel 1995 è costretta a dare le dimissioni, è da quel momento che iniziano i suoi incontri clandestini con sette studentesse, che ogni giovedì mattina si riuniscono a casa sua per parlare di letteratura ma non solo: col tempo diventano intime amiche e spesso le conversazioni si discostano dalla letteratura per vedere poste in primo piano le loro vicende personali. Nel 1979 la rivoluzione  iraniana trasformò la monarchia del paese in una Repubblica islamica. Con la presa di potere da parte dell’Ayatollah Khomeini iniziò per le donne iraniane un periodo di difficile repressione che perdura ancora oggi. È di questo che ci parla Nafisi, di come le sue ragazze siano costrette a vivere in un paese dove non c’è posto per i propri sogni, dove chi pensa diversamente rispetto ai dogmi e agli insegnamenti che provengono dal potere politico e religioso, viene incarcerato, stuprato, torturano e spesso ucciso. Dove i giovani si ritrovano di colpo spogliati della propria identità o incapaci di crearsene una. In quegli anni le opere che Nafisi faceva leggere alle sue ragazze erano censurate, l’Occidente era considerato come l’incarnazione del diavolo e la letteratura da esso proveniente era considerata diseducativa, pericolosa. I personaggi dei libri venivano considerati demoni capaci di inculcare pensieri immorali e poco consoni ai costumi islamici nei cuori dei giovani iraniani, che altro non sapevano del mondo se non ciò che il regime lasciava filtrare.  “Avrebbe mai avuto un giorno una vita simile alla mia, una casa tutta per lei e magari un cagnolino? Le sarebbe mai stato possibile passeggiare mano nella mano con chi le piaceva? Non lo sapeva. Era come il velo: per lei non significava più nulla, eppure senza si sarebbe sentita persa. Lo aveva sempre portato, ma era lei a volerlo? Non lo sapeva.” Queste ragazze (altro…)

Una menzogna neoliberista

Il 10 Ottobre scorso sono scese in piazza, a Berlino, 150 mila persone nella più grande manifestazione degli ultimi vent’anni in Germania. Analoghe dimostrazioni pubbliche sono avvenute in Francia, Olanda e in quasi tutti i paesi scandinavi.
Una presa di coscienza collettiva che ha dell’incredibile, soprattutto se si pensa che si è svolta nei riguardi di un tema che in Italia è pressoché sconosciuto.
I manifestanti presenti a Berlino, perlopiù cittadini, ma provenienti da ogni parte della Germania, protestavano contro un progetto, attualmente in fase di negoziazione, da parte della Commissione Europea: Il TTIP.
Queste quattro lettere, che stanno per Transatlatic Trade and Investment Partnership, stanno dividendo non solo la Germania ma anche tutti i paesi nordeuropei.

Il TTIP è un accordo commerciale lanciato nel 2013 su proposta del Transatlantic Business Council, un gruppo lobbystico formato da settanta tra le più potenti multinazionali del mondo. Questo accordo permetterebbe la creazione di una zona economica unica tra Europa e Stati Uniti, un mercato comune per le imprese di entrambi i continenti.
I negoziati tra Bruxelles e Washington, avviati da tempo, sono stati rallentati dalle vibranti proteste di gruppi ambientalisti territoriali ed internazionali, associazioni in difesa dei consumatori, giuristi e politici locali che vedono in questo accordo non solo una seria minaccia per la tutela dei consumatori e per gli standard qualitativi dei prodotti europei, ma soprattutto un pericoloso tentativo di erosione dei processi decisionali democratici.

I detrattori del TTIP ritengono che, dietro la maschera della crescita economica, si nasconda la volontà di indebolire i processi di controllo sulla qualità dei prodotti e favorire la produzione in larga scala, soprattutto in ambito agroalimentare. Tutto ciò ad ovvio vantaggio delle multinazionali.
Se il TTIP diventasse realtà le leggi in materia di agricoltura ed allevamento, molto più rigide in Europa che negli Stati Uniti, diverrebbero un peso notevole per i produttori del Vecchio Continente. Per fare un esempio: la maggior parte delle galline in Europa è allevata “a terra”, per ottenere la certificazione di allevamento “a terra” in Europa è necessario che non vi siano più di nove galline per metro quadrato. Negli Stati uniti invece il 95% delle galline è allevato nelle tradizionali batterie, dove per ciascun metro quadrato ci sono ventitré galline. Va da sé che i prodotti europei non sarebbero più concorrenziali.
Le differenze non si esauriscono certo qui. Gli standard igienico-sanitari a tutela della salute dei consumatori sono molto diversi in quasi tutti i comparti agroalimentari. I coltivatori americani possono usare pesticidi che sono severamente vietati in Europa, così come al bestiame allevato negli Stati Uniti sono spesso somministrati ormoni per accelerarne la crescita, altra pratica rigorosamente proibita nel nostro continente.

Questo ed altri punti, che hanno fatto insorgere le associazioni ambientaliste e quelle a tutela dei consumatori, non sono, peraltro, neanche i più critici del trattato.
Assai più delicata è la proposta, attualmente sul tavolo delle trattative, di creare un meccanismo di risoluzione delle controversie che eventualmente potrebbero sorgere tra un’impresa e uno stato firmatario. In sostanza ogni volta che un paese aderente al TTIP dovesse adottare una legge a tutela dei consumatori o della salute pubblica che la tal multinazionale ritenesse pregiudizievole per i propri interessi, questa sarebbe legittimata a citare lo stato davanti ad un tribunale arbitrale. Con la ovvia conseguenza che i governi ci penserebbero non due ma quattro volte prima di approvare una legge che potrebbe esporli ad un contenzioso da miliardi di euro (per intenderci quando il governo australiano ha deciso di stampare sui pacchetti di sigarette avvertimenti circa la dannosità del fumo, la Philipp Morris Asia gli ha fatto causa per circa otto miliardi di dollari innanzi ad un tribunale arbitrale).
La tutela arbitrale si differenzia da quella giurisdizionale perché prevede che la controversia sia decisa da tre giudici: uno scelto dalla multinazionale, uno dallo stato e il terzo selezionato dai primi due giudici, con le ovvie carenze di imparzialità e terzietà che ne conseguono.
Tale meccanismo sarebbe un nuovo e potentissimo strumento, nelle mani delle grandi holding, per indirizzare le scelte politiche delle varie amministrazioni nazionali. Tutto ciò potrebbe portare ad un gravissimo vulnus democratico e potrebbe rivelarsi un clamoroso assist ai grandi gruppi imprenditoriali a scapito della tutela della gente comune. Per questo l’ex direttore di Greenpeace Germania Thilo Bode ha definito il TTIP “una menzogna neoliberista”.TTIP-2-594x330 (altro…)

EXPO 2015: Storia di una sbornia collettiva

E’ terminata ieri l’Esposizione Universale ospitata a Milano dal primo maggio scorso.
Organizzatori, istituzioni e la maggioranza dei commentatori hanno brindato al notevole e inaspettato successo: sono stati venduti più dei 20 milioni di tagliandi che rappresentavano l’obiettivo dichiarato, l’affluenza è stata dunque notevole, e nonostante le polemiche, scatenatesi nel corso della manifestazione, circa le dubbie metodologie di conteggio, prendiamo il dato per buono; inoltre secondo un’indagine della camera di commercio di Milano i commenti dei visitatori sono molto positivi: 9 stranieri su 10 si dichiarano entusiasti della città, definendola “da non perdere”, 7 italiani su 10 definiscono l’accoglienza della metropoli, visitata in funzione di Expo, “buona”; il prezioso e scientifico sondaggio in questione (basato sui commenti dei visitatori via Twitter) raccoglie un dato sconcertante e inaudito: Milano è amatissima dagli stranieri ed è in grado di gestire una grande affluenza di persone.
Secondo il Bureau International des Expositions (BIE), con sede a Parigi, “ Un’esposizione è una mostra che, qualsiasi sia il suo titolo, ha come fine principale l’educazione del pubblico: può presentare i mezzi a disposizione dell’uomo per affrontare le necessità della civilizzazione, o dimostrare i progressi raggiunti in uno o più settori dello scibile umano, o mostrare le prospettive per il futuro ». Ad opinione del comitato organizzativo, Expo è dunque un contenitore informativo di carattere scientifico/culturale, organizzato intorno ad un tema ben preciso, sul quale si avverte il desiderio o la necessità di informare i visitatori. Il tema dell’Esposizione appena conclusa, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, presupponeva la trattazione approfondita di soluzioni ai differenti problemi, che affligono le diverse zone del pianeta, in merito all’alimentazione. Salvo poche eccezioni (padiglioni di Svizzera e Israele ad esempio) lo sviluppo tematico richiesto dalla natura stessa dell’Expo non si è potuto apprezzare; non solo è mancato un filo rosso, che potesse organizzare in modo coerente i vari padiglioni (la cui realizzazione, sia a livello materiale che contenutistico, è stata affidata con una delega in bianco ai paesi partecipanti) ma si è addirittura concesso loro, nella maggioranza dei casi, di risolvere la trattazione dei contenuti in una misera sponsorizzazione dei prodotti tipici della propria Nazione, con annesso invito a visitarne le bellezze; lasciando nel visitatore un tantino più accorto l’amara sensazione di esser finito in un’agenzia di viaggi e non nel padiglione di un’Esposizione Universale. Nonostante sia stato un’Expo assai povero dal punto di vista tecnico/scientifico e culturale, gli organizzatori e gli ideatori di questa manifestazione parevano consapevoli degli scopi da perseguire. Si legge sul sito ufficiale della manifestazione: “Expo Milano 2015 è l’occasione per riflettere e confrontarsi sui diversi tentativi di trovare soluzioni alle contraddizioni del nostro mondo: se da una parte c’è ancora chi soffre la fame (circa 870 milioni di persone denutrite nel biennio 2010-2012), dall’altra c’è chi muore per disturbi di salute legati a un’alimentazione scorretta e troppo cibo (circa 2,8 milioni di decessi per malattie legate a obesità o sovrappeso). Inoltre ogni anno, circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecate. Per questo motivo servono scelte politiche consapevoli, stili di vita sostenibili e, anche attraverso l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia, sarà possibile trovare un equilibrio tra disponibilità e consumo delle risorse”. Sublimi supercazzole di circostanza più che un reale intento programmatico. Tornando un po’ indietro con la memoria ricordiamo le parole dell’allora Sindaco di Milano Letizia Moratti, in un’intervista al Sole 24 Ore del 24 luglio 2009: “L’Expo è un progetto che si propone non solo obiettivi di crescita economica, ma anche di rafforzamento del dialogo interculturale e di responsabilità sociale nei confronti di paesi colpiti dal dramma della fame e della povertà. Milano deve essere uno snodo cruciale, un punto di riferimento per il sistema Italia e il mondo intero. L’Expo dovrà essere la proposta corale e condivisa di nuovi paradigmi per l’esistenza del mondo“. Rileggendo queste dichiarazioni viene quanto meno da sorridere ascoltando gli attuali trionfalismi dell’opinione pubblica; non si è visto nulla di tutto questo, e per di più, passeggiando per il Decumano, emergeva la grottesca contraddizione di questo evento: affidare visibilità e centralità a molte di quelle multinazionali, che a causa della loro spregiudicatezza hanno contribuito a causare quegli stessi problemi che l’Esposizione si era proposta di discutere, anche nel tentativo di comparare le diverse soluzioni eventualmente presentate.
Continuando nell’analisi di questo strepitoso successo nazional-popolare suscita un sentimento di tenerezza la manifesta inadeguatezza di alcuni addetti ai lavori, che ci regalano la granitica certezza che costoro non hanno compreso un accidente di cosa dovrebbe essere un’Esposizione Universale, e ci rendono un po’ più chiaro il motivo per cui ci ritroviamo a celebrare la vittoria di una gran Sagra Internazionale. Tra costoro c’è Giacomo Biraghi, responsabile delle relazioni digitali di Expo, che si esprime in questi termini in un intervista al quotidiano la Stampa: “strada facendo abbiamo imparato quanto valgono i contenuti deboli e popolari, quelli che non arrivano dall’alto o da istituzioni, ma diventano proprietà di tutti”. (altro…)

Milano, riqualificazione di Piazza Leonardo: un’altro passo in avanti della città.

E’ stata annunciata Venerdi 23 Ottobre quella che per molti abitanti della zona 3 è forse una delle notizie più attese (e più confortevoli, presumo) dell’anno. Piazza Leonardo Da Vinci verrà riqualificata. Finalmente. Dopo Piazza Cesare Beccaria, Piazzale del Liberty, Piazza XXIV Maggio e Piazza Giulio Cesare (per citare le più note) anche Piazza Leonardo Da Vinci si aggiunge all’elenco delle piazze riqualificate (o in via di riqualifica). (altro…)

Erri De Luca e il ritorno dell’intellettuale engagé

Erri De Luca è stato assolto. Il verdetto, pronunciato all’una di oggi dal giudice Immacolata Iadeluca del Tribunale di Torino, sembra chiudere una questione che negli scorsi mesi è diventata terreno di scontro tra legalisti e simpatizzanti no-tav, generando non poche preoccupazioni riguardo al grado di libertà di stampa in Italia, appelli internazionali e infinite discussioni salottiere. L’accusa rivolta allo scrittore, del quale la Procura di Torino richiedeva 8 mesi di reclusione, era di istigazione a delinquere. Le frasi contestate, a favore dei sabotaggi contro la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione, facevano parte di un’intervista rilasciata da De Luca all’Huffington Post nel 2013; per la giuria, il fatto non sussiste. (altro…)

Vivere l’Università: la Statale cinema

E’ iniziato lunedì sera il ciclo di incontri “la Statale cinema” all’Università degli Sudi di Milano.
Sul grande schermo della splendida aula magna è stato proiettato Anime Nere di Francesco Munzi, che nel 2014 è stato in concorso alla 71esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, e ha ricevuto nel 2015 sedici candidature ai David di Donatello, vincendone nove, tra le quali quelle per il miglior film, la miglior regia e la miglior sceneggiatura.
Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, narra la storia di tre fratelli diversamente coinvolti nella malavita dell’Aspromonte. (altro…)