La simmetria di Peter Pan

In matematica, un oggetto geometrico è chirale se è differente dalla sua immagine riflessa.
Più precisamente, per “differente” si intende che non è possibile sovrapporre l’immagine riflessa con l’oggetto originario tramite traslazioni e rotazioni.

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Il cast, da sinistra a destra: Chiara Leoncini (Tinker Bell), Alice Raffaelli (Peter), Linda Caridi (Wendy), Luciano Lanza (Peter)

Peter Pan guarda sotto le gonne – ultimo spettacolo della compagnia The Baby Walk e primo di un’annunciata Trilogia sulla transessualità ora in fase di crowdfunding su Indiegogo – si apre col primo piano di un pallone da calcio. Icosaedro troncato, solido semiregolare non chirale. Per quanto Peter se lo possa rigirare tra le mani o lo calci con forza e ostinazione, l’asse di simmetria non cambierà mai. Sono e saranno sempre venti esagoni bianchi cuciti strettamente a dodici pentagoni neri con uno spesso filo di cuoio.
Il corpo di Peter invece sta cambiando in fretta. Il preadolescente ancora in costante oscillazione tra tratti maschili e caratteri femminili sta diventando donna, ciò che l’affetto di due normali genitori benestanti e ben pensanti definiscono “una signorina” – l’intonazione di Ferdinando Bruni, voce genitoriale fuori campo in contrappunto al querulo cinguettio materno di Mariangela Granelli, riesce a rendere tutta la tragicità della situazione. Che in realtà è molto semplice: Peter non è esattamente una femmina, ma precisamente un maschio. Sembra quasi una sentenza matematica a stabilire che il genere di Peter non è simmetrico ma chirale; dipende da dove lo guardi.
A rigor di logica questo dato di fatto non dovrebbe creare alcuno scompiglio e invece, in questa nostra strana società che il Teatro ha il dovere di rappresentare, ne genera a sufficienza da indurre la regista Livia Ferracchiati ad una scelta drastica: Peter, che fuori è una bambina come molte altre e dentro è un bambino come molti altri, si sdoppia. A renderne la forzata dualità sono l’espressione imbronciata di Alice Raffaelli e l’ombrosa figura di Luciano Ariel Lanza, danzatore muto in una coreografia del desiderio frustrato che cerca di superare i propri limiti fisici e si sforza senza posa di spiccare il volo come una fata Disney dalle ali leggiadre.
Eppure un simile immaginario è lontano anni luce da questa riscrittura in chiave disforica del classico Peter Pan di J. M. Barrie, almeno quanto mr. Darling/Ferdinando Bruni dall’Isola che non c’è. La Tinker Bell che ora passeggia nella platea di Campo Teatrale, resa coinvolgente dalla provocatoria verve di Chiara Leoncini, possiede appena due alucce atrofiche portate al sacco sulle spalle; più che un decollo, ogni suo tentativo di metterle in moto ricorda una pettoruta chicken dance. Il suo vegliare su Peter la trasforma anche nella madre surrogata dell’alter ego maschile, da lei battezzato e legittimato ad esistere. La fata diventa chioccia, madrina senza bacchetta né poteri e agente dal ruolo indefinibile pressoché nullo.
In scena rimangono dunque solo Peter e Wendy, la trasognata e strafottente Linda Cariddi, l’uno a sbirciare sotto le gonne dell’altra. Si tratta di un posto proibito dove non si vedono luccichii di povere magica né si odono scampanellii gioiosi ma si percepisce solo il peso opprimente di un giudizio ingiustificatamente più subdolo di quello che ogni adolescente riserva ai propri primi impulsi sessuali. Il corpo e l’anima di Peter danzano con grazia nella geometrica, prevedibile e precisa drammaturgia di Greta Cappelletti ma non hanno alcun appiglio per arrivare fino ai pregiudizi di genere, nessuno strumento per scardinarli.
Tutt’intorno la scenografa Lucia Menegazzo ha disposto un reticolato di ferro. E’ destino che Peter si fermi lì: il suo dramma, le sue domande ancora senza risposta, le sue danze goffe e stizzite, la sua verità intuita e repressa, la sua geometria incerta non andrà oltre il proscenio.
Ma intanto è possibile che, almeno in quello spazio teatrale, gli assi di simmetria convergano e qualcuno finalmente si accorga che la realtà, a volte, può essere chirale.

Giulio Bellotto

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