Sì le voglio, le unioni civili!

In questi giorni si parla molto del ddl Cirinnà sulle unioni civili e sulla possibilità della stepchild adoption per le coppie omosessuali. Tra manifestazioni arcobaleno, sentinelle e Family Day emergono diverse riflessioni di carattere etico e giuridico, ma soprattutto la domanda “è possibile che nel 2016 siamo ancora qua a parlarne?”.

Evidentemente sì, è possibile, infatti nell’Unione Europea l’Italia è uno dei pochi paesi, insieme a Bulgaria, Lettonia, Polonia, Lituania, Romania e Slovacchia, che non ha nessuna legge al riguardo.

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Situazione legislativa in Europa. Matrimonio omosessuale;  Unioni civili;  Riconoscimento delle convivenze ; ☻ La costituzione definisce matrimonio solo l’unione tra un uomo e una donna;  Nessun riconoscimento o dati non disponibili

Ma procediamo con ordine.
Esistono due tipi di leggi in ogni società, le regole sociali e le norme giuridiche. Entrambe si fondano su valori condivisi, sulla generalità, ovvero che si dovrebbero rivolgere all’intera comunità, e sulla reciprocità. La grande differenza tra i due tipi di norme sta nel fatto che le regole sociali esistono nel momento in cui vengono osservate, mentre le norme giuridiche sono indipendenti, infatti prevedono una sanzione nel momento in cui sono infrante.
Proprio in virtù di queste differenze la norma giuridica può regolare un comportamento che ancora non è largamente praticato, quindi in qualche modo prevedere comportamenti nuovi e futuri sulla base delle nascenti spinte sociali.
Infatti nonostante la diversa natura delle norme giuridiche e sociali non bisogna sottovalutare l’influenza che la società e i suoi valori hanno sulla promulgazione di una legge.

Un esempio lampante, e non troppo lontano nel tempo, è la legge sul divorzio (1970): attraverso la regolazione del contratto di divorzio è stato possibile legittimare una situazione che per alcuni era perfettamente lecita, mentre per altri era immorale. Questo dimostra come non tutte le leggi giuridiche possano essere accettate all’unanimità, ma nemmeno debbano ignorare le richieste di una società in evoluzione.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo in Italia per l’approvazione delle unioni civili tra coppie omosessuali. Da una parte abbiamo la realtà di numerose famiglie omosessuali che richiedono una legge che li tuteli in caso di malattia, di eredità e che legittimi la loro convivenza (per adesso si parla solo di coppie di fatto), e dall’altra parte chi difende il valore morale della famiglia tradizionale, uomo-donna.

Dal punto di vista giuridico in Italia non esiste nessun tipo di legge che regoli in modo chiaro le rivendicazioni delle coppie omosessuali e per questo motivo è importante dibattere (e sostenere) sull’approvazione della legge Cirinnà. L’articolo 1 del ddl riprende l’articolo 2 della Costituzione «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.» e postula che «Le disposizioni del presente Capo istituiscono l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale (famiglia suonava male).». Gli altri articoli sanciscono quelli che sono i diritti e i doveri delle famiglie che sceglieranno l’unione civile (cosa preve ogni articolo è ben riassunto da Internazionale). Di tutti gli articoli della legge, sicuramente, quello che ha fatto maggiormente discutere è il numero 5 che ammette la stepchild adoption per il genitore non biologico della coppia omosessuale. Questa legge viene già applicata dal 2007 nelle coppie eterosessuali, sia sposate che solo conviventi, e l’adozione viene resa possibile solo dopo accertamenti sui legami affettivi e sull’idoneità del convivente. L’esperienza del Tribunale per i minorenni di Roma, che nel 2014 ha sancito che l’orientamento sessuale dell’adottante non può costituire un elemento ostativo alla stepchild, rende ancora più evidente e rafforza la legittimità delle richieste da parte di queste famiglie.

Le polemiche legate alla stepchild adoption vertono sulla presunta possibilità che incentivi il ricorso all’utero in affitto. Il dibattito sull’eticità della pratica sembra essere l’unico vero ostacolo all’approvazione del ddl;  è interessante notare come la surrogazione di maternità sia praticata anche da coppie eterosessuali sterili, quindi il fenomeno non è strettamente legato alle rivendicazioni delle famiglie omosessuali (nel 2013 i giornali parlavano molto delle madri surrogate indiane), né alla stepchild adoption. Al momento non ci sono dati e ricerche che possono in qualche modo sostenere l’ipotesi che accettando l’adozione del figlio biologico del partner più coppie ricorreranno alle madri surrogate, pratica che tra le altre cose è illegale in Italia. Il fenomeno dell’utero in affitto è complesso perché esistono paesi come il Canada, in cui le gestanti sono tutte volontarie (non pagate) e consapevoli dei rischi, mentre altri paesi come l’India, dove si fa leva sull’indigenza delle donne. Contro la maternità surrogata è stata firmata oggi a Parigi la carta per l’abolizione della maternità surrogata proprio con l’intento di impedire lo sfruttamento del corpo della donna e del feto concepito. Ritengo giusto combattere situazioni di sfruttamento, che, come ha detto la geografa indiana Sheela Saravanan, rientrano in una dimensione colonialista: i paesi più ricchi si approfittano della povertà dei paesi in via di sviluppo esercitando diritti che non posseggono;  d’altro canto bisogna tenere in considerazione che spesso i tentativi degli Stati democratici di controllare persone e beni secondo irrinunciabili valori etici porta alla nascita di mercati alternativi illegali in cui domanda e offerta si incontrano.

L’aspetto positivo è che qualora l’abolizione della maternità surrogata andasse in porto non ci sarebbero più opposizioni alle unioni civili, evvai!

Eppure tutte queste discussioni non rispondono alle esigenze di bambini che già esistono e vivono felicemente con i loro genitori. Uno di loro però non può andare a prenderli a scuola e nemmeno assisterli se devono essere portati in ospedale; inoltre considerando che la maggioranza delle coppie omosessuali con figli sono al femminile, non potrà mai esistere legge che impedisce ad una donna di avere figli per il suo orientamento sessuale.
Fortunatamente qualcuno ai bambini ci ha anche pensato attentamente, per questo ci sono molte ricerche sullo sviluppo dei figli cresciuti in famiglie same-sex che dimostrano non avere problemi di identità sessuale (ebbene sì l’omosessualità non si trasmette), né di stress o depressione e inoltre sono meno legati ai ruoli e ai comportamenti di genere, senza contare che non avranno mai il dubbio di non essere voluti dai loro genitori.*

E quando il vescovo o chicchessia inneggia alla famiglia “naturale”, cosa vuol poi dire “naturale”? La famiglia è un’istituzione e in quanto tale non ha nulla di naturale. Il concetto di famiglia che intendiamo noi è fortemente legato alla cultura occidentale e anche l’idea che per accudire i bambini siano necessari un uomo e una donna rientra in un contesto culturale specifico.

E’ giusto discutere insieme di una legge che avrà un importante impatto sulla nostra società e sulla concezione di “normalità e devianza”, ma è opportuno ricordare che ciò che si sta cercando di legittimare è una situazione già esistente, che continuerà ad esistere anche nel momento in cui la legge non dovesse venire approvata.
Negare la possibilità alle coppie omosessuali di essere giuridicamente riconosciute significa mettersi una bella benda sopra gli occhi e i tappi nelle orecchie.

Valentina Villa

*Alcune ricerche sull’argomento: Adopción y LGBT familias. Actitudes de los profesionales en una muestra española. Milagros Fernández Molina, Elena Alarcón (2015); The USA National Longitudinal Lesbian Family Study: Psychological Adjustment of the 17-Year-Old Adolescents (2010).

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