El abrazo de la serpiente: un viaggio in un’Amazonia che non esiste più

È stato un amore a prima vista, a primo frame. Attira l’attenzione a primo acchito fin dal trailer, fin dalla prima fotografia, fin dal primo suono. Senza alcuna conoscenza pregressa del regista, Ciro Guerra, ci si imbatte in un viaggio trascendentale che mantiene strette le radici nella realtà. Si entra in un mondo lontano che lascia spazio all’immaginazione dei più fervidi viaggiatori.

Il film è liberamente ispirato ai diari di viaggio di due scienziati. È la storia intrecciata di Theodor Koch-Grunberg (Jan Bijvoet) e Richard Evans Schultes (Brionne Davis) che corrispettivamente, nel 1909 e nel 1940, intrapresero un viaggio nell’Amazonia. Peregrinarono alla strenua ricerca della yakruna, una pianta sacra e rara, entrambi accompagnati dall’indigeno Karamakate (Nilbio Torres per la parte da giovane, e Antonio Bolívar da vecchio). Quest’ultimo sarà per entrambi sia un’esperta guida del territorio che una rigida guida spirituale.

La narrazione vaga lucidamente tra due viaggi che mostrano l’intrusione dell’uomo bianco dentro la cultura degli aborigeni dell’Amazonia. Rivela il contrasto tra la materialità dell’uomo occidentale e la spiritualità dell’indigeno, senza lasciarsi andare a viziose considerazioni moralistiche. Ciro Guerra, con oggettività ed eleganza, va a fondo in entrambi i lati oscuri e luminosi di diverse etnie; non scade mai nel cliché e non si lascia andare a rappresentazioni stereotipate di realtà da noi distanti.

Embrace of the Serpent_3 © Andrés Córdoba-credit-0-2000-0-1125-crop

Karamakate si fa portatore dell’idea del viaggio come un’esperienza basata sull’importanza dei sogni e del simbolismo. Così il film ruota attorno all’alternarsi sapiente tra il simbolismo dei sogni e il misticismo intrinseco della natura. Il trascendentale viene però bilanciato dalla realtà che non lascia spazio a fronzoli. Sarà il trascendentale stesso lo strumento fondamentale nello scioglimento dei nodi narrativi.

Accanto all’alternarsi di vicende umane, chi ha il vero ruolo da protagonista è la Natura. È l’elemento predominante che viene omaggiato da una fotografia sublime. Degno del miglior Salgado e de Il Sale della Terra, il bianco e nero serve perfettamente la temporalità del film. Ogni frame diviene così un dipinto fatto di composizioni bilanciatissime. Vengono messi da parte i primi piani per lasciare spazio ad una natura maestosa e predominante sull’uomo.
Altrettanto coinvolgente è il sound design che fa immergere lo spettatore dentro alla giungla, come se la sala del cinema divenisse lei stessa un angolo dell’Amazonia.

Il film non si ferma solo al raggiungimento di una perfezione tecnica e strutturale. Va oltre, facendosi carico soprattutto di un forte messaggio all’intera umanità. La realtà delle tribù amazzoniche rappresentate da Ciro Guerra sono oramai un lontano ricordo. Viene raccontato, pur senza venir mostrato direttamente, che ad oggi l’uomo, allontanatosi dalle sue origini, sta compiendo un atto di autodistruzione. La memoria non scritta di culture da noi lontane si è lentamente corrosa. Ed in un momento in cui è fondamentale una saggezza profonda circa il rapporto uomo-ambiente, questo cinema si rende promotore della resurrezione di una bellezza destinata a sparire.

“Ciò che stiamo facendo è riscattare un’Amazonia che oggi non esiste, che oggi non è ciò che era prima. Questo film è come creare un ricordo che si imprima nella memoria collettiva perché personaggi come Karamakate, sapienti, guerrieri contadini, oggi non esistono più.“
(Ciro Guerra)

Giovanni Busnach

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