Mese: gennaio 2016

Il Figlio di Saul: un primo piano su Auschwitz

Il Figlio di Saul è il feature film di esordio dell’ungherese László Nemes. Sviluppato al Jerusalem Film Lab, è interamente di produzione ungherese. Rifiutato da produzioni di Francia, Germania, Austria e Israele, si è preso la sua rivincita conquistando il Grand Prix, il Fipresci e il premio Fraçois-Chalais a Cannes; il Golden Globe, ed è attualmente in competizione come miglior film straniero agli Oscar.

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Oh my Henry James

Il saggista Richard Chase ne Il romanzo americano e la sua tradizione ha definito la letteratura americana come “poesia del disordine”, degli estremi, della contraddizione e del simbolismo. Ciò è evidente nelle poesie di Walt Whitman o di Emily Dickinson, ma anche nel celeberrimo Moby Dick di Melville ed andando più avanti nel tempo nei romanzi di Mark Twain ed Hemingway. In questo disordine letterario non può mancare la figura del padre del romanzo moderno americano: Henry James.

James, chiaramente influenzato dal concetto di Stream of conciousness coniato dal fratello William, sviluppa la funzione narrativa del punto di vista. Benché per la maggior parte dei suoi romanzi la narrazione avvenga in terza persona, il narratore non è mai onnisciente, ma diventa osservatore fallibile dei personaggi, nessun giudizio è mai definitivo, la coscienza e il sé dei personaggi sono sempre in divenire.

La vita umana si distingue in due aspetti: l’insieme dei fatti ed eventi della nostra biografia e la vita attraverso cui viviamo, ciò che dà senso alla nostra esistenza. In questa prospettiva il romanzo moderno, e in particolare Henry James, indaga come queste due forme di esistenza si allontanano e si toccano vicendevolmente nelle vicissitudini dei personaggi: da una parte il tema sempre presente della mondanità e del pettegolezzo, dall’altra l’istintività, o come la chiama Giorgio Agamben, “la bestia nella giungla” (Henry James pubblica il racconto La bestia nella giungla nel 1903), qualcosa che attende da sempre in agguato agli angoli della vita, e che un giorno immancabilmente spiccherà un balzo per mostrare la vera verità.

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A day in the life. Un Grazie a David Bowie

Mi sveglio. Ieri ho fatto tardi; prendo il telefono per vedere l’ora. Messaggi su messaggi: non c’è più. Se ne è andato e non ritornerà più. David Bowie.
David Bowie. David Bowie.
Non capisco. David Bowie, è morto; resto incredulo, nel letto, ancora qualche minuto.

Ma come è possibile?
Mi guardo allo specchio; devo farmi la barba. Che cosa stanno dicendo?
Mentre passo il rasoio sulle mie guance rosse per l’acqua calda, mi rendo finalmente conto; David Bowie non c’è più, lo testimoniano i miei occhi lucidi mentre sono qui, in piedi, e fisso la mia immagine riflessa.
E adesso, che cosa faccio? Metto su della musica? Non voglio sentire niente di suo, mi renderebbe ancora più triste. Non posso farne a meno, però.
Sono un tipo maniacale, o tutto o niente. Come posso pensare di ascoltare l’intera discografia di un artista così produttivo nel poco tempo che ho a disposizione, prima di dover tornare alla vita reale? Un artista che a ventidue anni, la mia età, per intenderci, pubblicava “Space Oddity”.

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E l’arcobaleno sorgerà ancora

Si chiuderà presto una stagione davvero importante per Milano, cinque anni sono scivolati via rapidamente da quel primo di Giugno in Piazza del Duomo, dove migliaia di cittadini, colorati di arancione, si riunirono in festa a celebrare la “Milano liberata”. Qualche giorno prima di quella data, sempre nella stessa piazza, si stava svolgendo una manifestazione a sostegno dell’allora candidato sindaco Giuliano Pisapia, alla vigilia del ballottaggio con quello uscente Letizia Moratti. Era una serata bagnata quel ventotto Maggio 2011, poi all’improvviso una schiarita, e il cielo di nuovo azzurro, ed ecco un doppio arcobaleno squarciare il cielo della città, sfiorando le guglie della cattedrale; è un segno dissero allora i più sensibili agli auspici, e lo fu davvero. Dopo diciotto anni di Sindaci e giunte di Destra, a Palazzo Marino tornò a sedersi un amministratore dalle idee progressiste, desideroso di una città finalmente più aperta, libera e giusta.

Se abbia portato a termine la “Rivoluzione Arancione”, che tutti i suoi elettori si auguravano, non è un fatto pacifico, almeno non per tutti. Noi ci limitiamo ad osservare che da quel giorno si respira un’aria diversa, inizialmente solo carica di speranza, poi qualche certezza, pur tra l’impopolarità di alcune misure, ha incominciato ad annidarsi dentro di noi, quella possibilità che Milano potesse essere un traino, un esempio per tutto il Paese, si è fatta largo con sempre maggior convinzione.

A dimostrarlo sono i fatti: l’attenzione ad una mobilità sostenibile e condivisa con lo sviluppo del (già esistente) servizio del bike sharing, cui si è aggiunto il car e lo scooter sharing; la pedonalizzazione dell’area del Castello; l’inaugurazione della linea metropolitana M5; la realizzazione dell’Area C; la revoca del Piano di Governo del Territorio voluto dalla precedente giunta, che ha comportato una minor cementificazione; l’apertura di nuove aree verdi e il salvataggio del Parco Sud dalla longa manus edilizia del gruppo di Salvatore Ligresti; l’attenzione per i diritti civili di tutti con il varo del Registro delle Unioni Civili; l’accoglienza di una città pronta e solidale durante l’emergenza profughi, si ricorda la Stazione Centrale, in realtà solo una goccia nel mare dei moltissimi progetti sostenuti; e poi le scelte simboliche: “I Giardini Camilla Cederna” in onore della scrittrice e giornalista italiana, vergognosamente accusata di essere mandante morale dell’omicidio Calabresi; “I giardini Fausto e Iaio” dedicati ai due ragazzi uccisi nel ’78 dai neofascisti del NAR; l’esistenza di una “Piazza Berlinguer” intitolata al divinizzato Segretario del PCI; solo inutile propaganda di Sinistra, da cui non si giudica il governo di una città, obbietterà qualche detrattore, ma in realtà si tratta di scelte cariche di significato con una reale importanza: basti pensare che Letizia Moratti tentò di far approvare “Piazza Craxi”. Infine come ultimo lascito, quasi un testamento politico, l’introduzione del Bilancio Partecipativo, con l’intento di aprire le porte della gestione della città ai suoi stessi abitanti, progetto ambizioso e stimolante, cartina tornasole delle idee di una persona che si è posta sempre come sintesi di tanti individui e di tante idee, confutando la falsa ideologia dell’uomo solo al comando propugnata da alcuni.
Si tratta solo di una piccola visione, ristretta e parziale, rispetto ai tanti altri provvedimenti che conducono inevitabilmente a considerare storico il quinquennio che sta volgendo al termine. (altro…)

El abrazo de la serpiente: un viaggio in un’Amazonia che non esiste più

È stato un amore a prima vista, a primo frame. Attira l’attenzione a primo acchito fin dal trailer, fin dalla prima fotografia, fin dal primo suono. Senza alcuna conoscenza pregressa del regista, Ciro Guerra, ci si imbatte in un viaggio trascendentale che mantiene strette le radici nella realtà. Si entra in un mondo lontano che lascia spazio all’immaginazione dei più fervidi viaggiatori.

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Gram Parsons: il Messia dell’alternative country

Nel bel mezzo del classico paesaggio desertico, che caratterizza buona parte dell’area geografica all’interno del triangolo Los Angeles – Phoenix – Las Vegas, spicca uno dei parchi nazionali più suggestivi degli Stati Uniti d’America, il Joshua Tree National Park.
Tanto per dare un’idea, lì il paesaggio non si discosta poi tanto dall’ambientazione animata di Willie il Coyote e Roadrunner: clima prevalentemente desertico, terreno roccioso e qualche pianta grassa qua e là. C’è una strada statale, la Route 10, che collega la California al Nevada proprio tagliando in due una parte di questo paesaggio. Immerso in tutto questo, a lato della Route 62, una succursale della Route 10, spicca un motel indelebilmente legato alla storia della musica americana, il Joshua Tree Inn, noto a migliaia di fan in tutto il mondo per essere la tomba spirituale di Cecil Ingram Connor III, in arte Gram Parsons.

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