Per vivere, noi…

Esiste un pozzo, una voragine buia e accogliente, una caverna vasta che sarebbe il sogno di qualsiasi lettore: la biblioteca dei libri dimenticati.
E’ incredibile come nel corso della storia, grandi e piccoli libri, di dimensione e di importanza, siano scomparsi, lasciando la loro traccia come palinsesti, o ridotti all’osso in una qualche collana di una rivista, o ancora semplicemente negli occhi e nel corpo di un uomo che siede sulla sua poltrona e guarda fuori dalla finestra.
Una banalità in apparenza che prende un altro significato quando si entra nell’universo specifico di alcuni di questi libri.

Recentemente mi sono imbattuta, tra le pile di vecchi libri accatastati a casa dei miei nonni, in un piccolo e leggero fascicolo, privo della rilegatura: due graffette, una quarantina di pagine e il titolo Cosa fa vivere gli uomini.
Un uomo anziano sulla cartacea e debole copertina, un uomo canuto e bianco, con uno sguardo severo, rappresentato da linee lievi e imprecise a matita. Una scritta in piccolo quasi con indifferenza riporta il nome del grande maestro russo Lev Tolstoj.
Il libretto appartiene all’ultimo periodo compositivo di Tosltoj, risale al 1881, e porta con sé una vasta ricerca da parte dell’autore su diversi piani: quello introspettivo e individuale che ha filtrato e analizzato la vita donandoci la sensibilità unica del suo filtro, approdando ad una nuova visione etica e religiosa, quello scientifico dello studioso che ha voluto rivolgere il suo lavoro non più agli intellettuali o al ceto alto, ma al popolo, tra contadini, impiegati, operai, donne e ragazzi; e ancora ricerca sul piano della lingua e del contenuto attraverso lo studio degli strumenti narrativi e della loro ricezione. Questo lavoro viene inteso come impegno sociale, di cui Tolstoj stesso si farà carico, impegnandosi a distribuire la sua opera personalmente tra i lettori popolari.
Egli stesso nel 1884 nel Discorso sull’edizioni popolari scrisse:

Si tratta di comunicazione spirituale tra uomini. Si tratta di diffondere la luce della verità. Si tratta di unire gli uomini attorno ad una verità.

Il racconto venne ristampato in numerose edizioni e venduto in centinaia di migliaia di copie, raggiungendo un numero assai più alto di Anna Karenina o de I fratelli Karamazov.
Adesso, invece, è quasi scomparso e non trova più un suo spazio sugli scaffali delle librerie, appesantite dal peso della ragion di mercatura, alleggerite dal peso della Letteratura.

Trattare la trama di questo racconto è cosa molto difficile. Si può rendere una successione di eventi analitici ma che non hanno alcun tipo di significato quando vengono estrapolati dalla loro dimensione narrativa, che in questo contesto è avvolgente, catartica. Si tratta di un racconto scritto con parole semplici, scritto dopo anni di ricerca sul gusto e sulla ricettività di contadini, di studenti, abituati a romanzi popolari e leggende, fiabe, racconti folcloristici o agli insegnamenti delle sacre scritture. Tutto questo viene canalizzato in una scrittura lineare, priva di fronzoli, fluida e concreta. La lettura avviene in modo estremamente diretto, ogni lettore diventa spettatore invisibile.

Qui non si dimostra nulla mediante la logica, non vi si fa alcuna conclusione logica. L’idea penetra in modo diretto in tutto l’essere del lettore

Così aveva scritto Certkov a Tolstoj commentando Cosa fa vivere gli uomini e il suo indubbio successo nella lettera del febbraio 1885.

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Questa citazione, che campeggia sul frontespizio dell’opera, ne compendia in breve il senso profondo

Al tempo della pubblicazione però si può dire che il messaggio dell’autore sia stato travisato e modificato, dalle abitudini dei lettori, dai loro gusti e dalla loro educazione.
Ma in questo tempo penso che questo fascicoletto, nonostante sia stato dimenticato, possa incontrare grande approvazione. Penso che i lettori possano ricevere non un insegnamento, non un monumento del sublime, ma l’intuizione, il riconoscimento puramente emotivo e sensoriale di una verità.
Colma il cuore di fuoco o pervade la pelle di brividi. Lascia quella sensazione di eternità perché ci cala nel reale, nel semplice, nel piccolo, dove riconoscere la verità non è lavoro di intellettuali, né di predicatori, né di artisti ma solo degli uomini.

La storia, nota già nella Russia dell’epoca attraverso cantori, viene proposta da Tolstoj in modo singolare. Si racconta di Semen, un ciabattino di campagna che vive una vita di povertà, immerso nella concretezza dei bisogni come quello di rattoppare una pelliccia di cui possa usufruire un’intera famiglia.
Durante una visita in città per riscuotere i crediti del suo lavoro, una visita andata male, egli incontra una figura bianca, accanto alla Chiesa, accovacciata, nuda. La paura, l’egoismo, la preoccupazione individuale lasciano spazio alla compassione, veste lo sconosciuto con i suoi stivali, gli cede la pelliccia rovinata e lo porta a casa dalla sua famiglia. Matrena, la moglie di Semen, alla vista dello sconosciuto si arrabbia e si rifiuta di cedere l’ultimo pezzo di quel caro pane ai due intirizziti ed affamati. Ma l’umanità vince nuovamente e Matrena prepara la cena ad entrambi. Lo sconosciuto, Michajl, sorride. Semen gli insegna il lavoro del ciabattino, ed egli eccelle in bravura e precisione; così un giorno un possidente affida a Michajl, che sorride, delle pelli molto pregiate per confezionare degli stivali robusti. Il risultato del lavoro di Michajl è un paio di scarpe funebri, dei basoviki. La cosa getta nello sconforto la famiglia, incapace di vedere una soluzione positiva all’errore. Invece un messaggero bussa alla porta dell’ isba annunciando la morte del possidente, avvenuta nella slitta durante il suo ritorno a casa e la necessità di un paio di basoviki.
Passa ancora del tempo e in bottega da Semen si presenta la moglie di un mercante. Ha con sé due bambine, orfane, che aveva accolto in casa dopo la morte della madre. Michajl sorride di nuovo.
Così Semen decide di chiedergli la ragione di questi sorrisi che si erano gradualmente illuminati maggiormente.
La risposta di Michaij la lascio alle pagine del libro e mi concedo solo di aggiungere l’identità di questo personaggio che si rivela essere un angelo allontanato dal cielo per volontà di Dio per poter rispondere a tre domande: che cosa c’è negli uomini?, cosa non è dato agli uomini?, cosa fa vivere gli uomini?

Le risposte alle domande si trovano solo nella vita dell’uomo, in questo caso di un semplice ciabattino, che senza rendersene conto coltiva il valore profondo dell’essere umano, l’amore.

Francesca Proni

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