Ceci n’est pas un film

Per quanto questa locandina possa sembrare graficamente e fieramente cinematografica si riferisce invece ad una delle ultime repliche dello spettacolo Darkroom performate nel 2014, organizzata da Magazzini Culturali nella suggestiva cornice di una Villa Borgia d’inverno.
E’ passato più di un anno da allora ma la coreografia prosegue il suo costante percorso di evoluzione sotto la direzione dell’interprete/regista Marco de Meo, fondatore del progetto di ricerca teatrale Elektromove | visual and performing art, grazie anche ai contributi creativi del visual artist e light designer Francesco Collinelli e dell’attore e cantante Danio Manfredini, consulente alla regia.
Il fatto che Elektromove sia luogo di condivisione prima ancora che compagnia teatrale è emerso chiaramente dallo studiato sincretismo delle parti che la performance ha saputo esprimere a Spazio Tadini, casa-museo milanese all’interno della quale tre anni fa fu ospitata la prima di Darkroom. Questo dicembre lo spettacolo, come in un eterno ma consequenziale ritorno del dissimile, è tornato a casa riproponendosi allo sguardo del pubblico riunito nello studio di Emilio Tadini.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il luogo scelto è già di per sé un manifesto: di quello che fu il suo illustre occupante Umberto Eco disse

 “uno scrittore che dipinge, un pittore che scrive”

La capacità di racchiudere diverse anime in un solo spazio fisico, ideale e artistico, è sancita d’auctoritas; lo spettacolo ne trae ulteriore slancio presentandosi forte di una struttura per quadri dalle maglie strettamente incrociate, in cui i rimandi artistici o anche solo puramente visuali sono evidenti e inquietanti.
L’obbiettivo dichiarato è “riportare alla luce il ruolo e l’importanza dell’essere umano e della sua identità, in un periodo storico di smarrimento del pensiero” attraverso performance visionarie e suggestive incentrate sulla contaminazione dei linguaggi (animazione notturna, teatro fisico, mapping video, musica elettronica e scenografia digitale tra i più frequentati). L’organica completezza e la complessità di un simile intento sono degne di nota e condannano la pièce ad una continua ed inarrestabile metamorfosi, motore primo di un vortice strappa il pubblico dalle sedie e li coinvolge in un balletto da avanspettacolo magistralmente preordinato da un carnefice invisibile, lo sceneggiatore del nostro scontento.
untitledLe immagini si distorcono e si piegano alle mistificazioni del ricordo mentre sul palco vengono riportate in vita le condizioni estetiche ed etiche in cui si viveva appena pochi anni fa, prima della fine del ventennio berlusconian-televisivo e del definitivo avvento politico e sociale del tweet renziano da Presidente del Consiglio in 140 caratteri. Vari personaggi si avvicendano nell’interpretazione densa di De Meo, conduttore fluido e malleabile del flusso inarrestabile della narrazione episodica che coinvolge casalinghe, operai, madri, soubrettes, neonazisti dell’Illinois e tipi umani assortiti. Maschere appese al muro come trofei da cui guardarsi, in cui è impossibile riconoscersi eppure che chissà come mai fanno paura come gli orchi dell’infanzia; spettri che si credevano digeriti vomitati nuovamente in scena dal tubo catodico, apparato digerente della società moderna.
7,51 € per una bandiera italiana, meno di dieci euro di orgoglio nazionale, sembra un cartellino col prezzo e ricorda il frame di un videogame, ma soprattutto richiama volutamente l’antica pratica dello zapping televisivo.
Nell’impossibilità di distinguere o anche solo di definire le immagini proposte, tutto sembra equivalersi e lo stile tragico si mescola all’epos di tante individualità fatte Moloch e al comico-grottesco che ne risulta. Il buio della “camera oscura” è quindi la fine di ogni pensiero critico? Sarebbe triste cadere in questo buco nero: De Meo propone una soluzione alternativa, facendo della sua attoralità, confusa in mezzo a tanta tecnologia, il punto di fuga della performance.
Il coinvolgimento umano e la tecnica teatrale trasfusa in ogni segmento della spettacolo permette infatti all’attore di caratterizzare ciascun personaggio senza idealizzarlo: nessuno di loro è un protagonista assoluto, ciascuno vive per il tempo concessogli al punto che sembra quasi di vedere una folla di passaggio sullo sfondo, al di là della bandiera come in una stazione ferroviaria durante una performance dei Rimini Protokoll.
Non è tutto indistinto, dunque, né a ben guardare si può parlare di uniformità ritmica o stilistica; risaltano invece alcuni momenti d’interesse, coincidenti con i cambi di scena. E’ allora che la finzione del pezzo appena recitato e di quello che sta per venire acquistano valore di realtà e occupano hic et nunc lo spazio scenico. Sono le trasformazioni più significative, che trovano un valido contrappunto nella distraente e ipnotica videoarte che si dibatte sulle quinte; questi scambi necessitano di essere sottolineati e dinamici, mai uguali a se stessi eppure essenziali quanto l’impronta più durevole dello spettacolo perché ne costituiscono il più importante effetto speciale. Si tratta di una dissolvenza lenta, graduale e senza soluzione di continuità da ieri a oggi, dal bello all’osceno, dalla cinepresa al teatro – è un vero e proprio morphing, la prima tecnica digitale della video-arte.
Attraverso questo espediente declinato al teatro eccoci vigili e attenti come in un sogno cosciente suggerito dal dio che condivide le sonorità del “morphing”: Morfeo, il figlio del sonno che porta consiglio e del pensiero critico.

Giulio Bellotto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...