Vivian Maier e l’immaginario personale della fotografia

“Se alla fotografia è concesso di sconfinare nella sfera dell’impalpabile o dell’immaginario, in tutto quello che vale soltanto perché l’uomo vi infonde qualcosa della propria anima, allora siamo perduti.”

Così parlava Charles Baudelaire poco meno di due secoli fa, quando la fotografia vedeva la luce nel mondo degli artisti. Poco tempo dovette passare per dare a quello strumento, apparentemente solo legato alla scienza, un valore artistico rilevante che permise in principio a pittori di diverso genere di documentarsi in modo migliore per le loro opere per poi divenire un vero e proprio sostituto della tela e del pennello.

Dopo questo breve salto nel passato, torniamo ai giorni nostri dove, a Milano, per la prima volta si terrà alla Fondazione Forma per la Fotografia, dal 20 novembre al 31 gennaio 2016, la mostra su Vivian Maier, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, realizzata in collaborazione con diChroma Photography e promossa da Forma Meravigli. L’esposizione raccoglie 120 fotografie in bianco e nero realizzate a Chicago e New York negli anni Cinquanta e Sessanta, una selezione d’immagini a colori ed alcuni filmati in super 8, un formato cinematografico.

La fotografa, sconosciuta fino a pochi anni fa, è una personalità intrigante che ha dato un suo contributo al mondo dell’immagine scattata e del rullino. Come molti artisti di fama mondiale, la Maier ha trovato il successo solo dopo la sua morte grazie a John Maloof, un giovane alla ricerca di documentazione iconografica su Chicago, che scoprì i soggetti della fotografa per caso grazie ad un’espropriazione dei beni di quest’ultima.

Caratteristica che rende Vivian Maier uno dei personaggi più curiosi del mondo della fotografia è sicuramente la sua vita: quarant’anni vissuti facendo la bambinaia e senza mai rivelare il suo talento a nessuno. L’assenza completa della ricerca di fama rende questo personaggio unico nel suo genere e moderno allo stesso tempo.

La notorietà raggiunta dell’artista risiede, infatti, nel social Flickr dove Maloof pubblicò alcuni suoi scatti. Di questi, particolarmente interessante, è un autoritratto dell’artista e della sua ombra, immortalate in un riflesso di una superficie a specchio e su un prato. Interessante è come la fotografa non immortali mai se stessa direttamente e come nei suoi scatti non sorrida mai. Dato di fatto è che l’artista fosse una donna molto sola, senza famiglia, che viveva della compagnia dei bambini che accudiva. Non sorprende, quindi, uno studio vivace dell’autoritratto che presenta, però, un soggetto triste. La filosofia del selfie, di cui la Maier si può forse definire capostipite, viene rovesciata in un’ottica che guarda l’interiorità e non l’esteriorità.

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New York, 10 settembre 1955. Credits: Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Lo stile della Maier è molto spontaneo, molto diverso da un Lewis Hine, la fotografia come denuncia sociale, o da un Walter Bonatti, paesaggi mozzafiato per raccontare grandi viaggi: parliamo di “street photography”, un genere che prende i suoi soggetti casualmente sulle strade e li riporta sul rullino della macchina fotografica. Troviamo quindi foto di bambini, strade, macchine, palazzi, signore e signori che richiamano e rimandano con la mente a sessant’anni fa dove il mondo era completamente diverso da quello che vediamo oggi.

Francesca Villa

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