Giorno: 7 dicembre 2015

Il DOPO di Christian Boltanski

Cavi elettrici scuri che scivolano appoggiati alla parete fino a toccare il suolo, pareti bianche abbracciate da una luce viola, scatole poggianti su pallets, imballate con il cellophane, e una scritta di accese lampadine rosse e blu: DOPO.
Nell’ambiente sotterraneo della Fondazione Merz, Boltanski ha creato una cripta del ricordo, un luogo mistico che tenta una gelida e spietata considerazione della storia umana. L’affermazione, perentoria, a caratteri cubitali, contestualizza la realtà temporale nella quale ci troviamo o, perlomeno, quella che stiamo scorgendo. Le pile di cartone con involucri bianchi sono qualcosa che è chiuso, soffocato, protetto, messo da parte. Cosa racchiudano queste torri candide inondate dall’atmosfera del dopo non è dato sapere, ma quel qualcosa è sigillato, non può essere aperto. L’artista l’ha definito come un cimitero.IMG_6270 Un cimitero della memoria, un campo di lapidi dei ricordi, quei ricordi lontani, corrotti dal tempo, che sfuggono progressivamente fino a non essere nemmeno più sbiaditi, ma assenti, ricoperti e uniformati da un velo niveo di plastica. Ma la discesa in questa regione mentale, intrapresa dall’ambiente centrale della Fondazione, prevede un monito o un incoraggiamento. Percorrendo le scale in discesa, infatti, al passaggio di ogni singolo prende avvio sulla parete d’ingresso il video bianco e nero Clapping Hands. La camera fissa inquadra per pochi secondi una platea di borghesi che applaude con fragore e trepidazione la fine di uno spettacolo teatrale. Letto dalla curatrice Claudia Gioia come omaggio di Blotanski all’ospite Mario Merz, il video racchiude una provocazione verso il passante, un invito a non adottare una visione acritica e passiva, figlia della società dello spettacolo.
Ed è il piano terra, da cui prende l’avvio il percorso espositivo, ad essere già il regno del dopo, quel luogo in cui solo la memoria ha il potere di evocare un ipotetico, eventuale, vero o falso prima. Sfruttando un dispositivo simile al carrello del lavaggio a secco, Boltanski appende al soffitto circa 200 fotografie selezionate dal suo infinito archivio, trasportate su veli bianchi, leggeri e semi trasparenti. Alcuni ritratti, succubi del meccanismo, si muovono lentamente, altri sono immobili. Bambine, madri, giovani musicisti, coppie, militari, volti ignoti, nonne e famiglie di tempi lontani sono rincorse dallo sguardo che tenta di fissarle in un presente, non riuscendoci: esse sono già fuggite.IMG_6258
Le immagini di una memoria collettiva stanno forse scomparendo, possono essere attraversate dallo sguardo, fugacemente si dissolvono.
Per creare un’universalità della sua opera, che potesse essere slegata dalla sua vicenda biografica, l’artista dagli anni ’60 seleziona fotografie, trovate e comprate. Spesso sceglie immagini di giovani borghesi anonimi e li propone come se stesso.
La riflessione che si instaura nella casa di Mario Merz è quindi un leggera nuotata nel concetto di presenza e assenza, di persistenza e volatilità nella memoria personale, nella memoria collettiva. La Fondazione Merz dal 2005, anno della sua nascita, si occupa di creare incontri e dialoghi tra l’artista dell’arte povera e gli ospiti. L’interesse per l’energia del padrone di casa, per la potenzialità nelle cose, nelle sue serie di Fibonacci, nei suoi Igloo, è sfruttata da Boltanski per creare un ambiente totalizzante che parli a posteriori. Qui è lecito interrogarsi sui volti incontrati ed evaporati nella vita, o sui miliardi mai incrociati, immergersi e contaminarsi con il prima della storia che in fondo è una soltanto. La mostra DOPO di Boltanski diventa uno degli archivi mentali dell’artista e contraltare dell’installazione di Alfredo Jaar fuori dalla Fondazione, Che cento fiori sboccino. L’opera è riferita alla celebre frase di Mao che inaugurava la sua rivoluzione culturale: “che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero gareggino”.
Allo sbocciare di alcuni fiori corrisponde lo sfiorire di altri e, con essi, del loro ricordo.

Bernardo Follini

photocredit: Sabrina Möller