La traiettoria dell’oro congolese

L’Africa, un paese floridissimo, pieno di risorse, una magnifica terra sfruttata e derubata da coloro che operano sul territorio, grandi multinazionali e aziende occidentali principalmente, ma non solo.
Il Congo, ad esempio, nella regione del Kivu in particolare è un paese ricco di risorse naturali quali minerali, legnami, oro, carbone e avorio.
Nell’aprile del 2015 un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), con la collaborazione dell’Interpol e di alcune Ong ha denunciato il saccheggio e il commercio illegale di tali risorse per un giro d’affari del valore di 1 miliardo e 200 mila dollari l’anno.
Regina dell’estrazione e del commercio dell’oro è la Banro corporation, una compagnia canadese proprietaria delle concessioni minerarie aurifere. Nel 2003 il Presidente della Repubblica democratica del Congo Joseph Kabila infatti, cedette a tale compagnia tutti i giacimenti auriferi della Somico, società mineraria del Congo, senza l’imposizione di tasse e imposte adeguate. Questa società, per procedere all’estrazione dell’oro, ha espropriato le terre situate nei pressi di Twangiza, con il benestare del Governo; dopodiché ha delocalizzato la popolazione altrove, nonostante inizialmente la società tollerasse la presenza dei minatori artigianali, fino a che 850 famiglie sono state costrette ad abbandonare il territorio, 5100 persone hanno dovuto lasciare la propria abitazione. Con l’intenzione di risarcire i danni provocati, la Banro ha assegnato ad ogni famiglia una casetta in mattoni di 20 m2 e un piccolo orticello da coltivare; i nuclei familiari avrebbero dovuto ricevere anche una somma di denaro, di ammontare indeterminato, che peraltro non hanno ancora visto, come indennizzo. Una misera elemosina, cartina tornasole della modalità di agire di questa compagnia, che ritiene di poter calpestare la popolazione e il territorio, per poi “risarcire” con una miseria i danni irrimediabilmente provocati.
L’attività mineraria è la spina dorsale dell’economia locale, la cacciata dei minatori dal proprio territorio ha creato disoccupazione e disperazione in quasi tutta la popolazione del luogo, ritrovatasi con un piccolo orticello come unico sostentamento rimasto loro per sopravvivere. Il saccheggio avviene grammo per grammo, il 90 per cento dell’oro di questa regione è ancora estratto a mano, da quei minatori che sono stati assunti per lavorare 12 ore al giorno con i piedi nell’acqua, o per scavare buchi nella terra, aiutati da bambini. Sono loro i perdenti assoluti della catena, gli sconfitti, che lavorano dall’alba al tramonto in cambio delle briciole, si calcola infatti un guadagno medio di 9 dollari al giorno.

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Il contratto siglato dalla Banro col governo di Kinshasa inoltre, prevedeva che in cambio della concessione la società investisse in strutture sociali, servizi, scuole e ospedali. Di tutto questo non si è vista traccia, nonostante i vanti della compagnia stessa, che si pone come strumento di sviluppo al servizio del Congo, come valido aiuto per risollevare il paese. Di fatto è stata denunciata da più parti la mancata realizzazione delle opere che erano state promesse.
Dopo aver estratto l’oro la Banro Corporation lo esporta in Canada, Europa e Stati Uniti, e sul territorio non lascia che le briciole.
A peggiorare il quadro della situazione c’è il contrabbando illegale, che ogni anno interessa oro, minerali, legnami e carbone. Secondo l’Unep circa il 98% dell’utile netto, derivato dallo sfruttamento illegale delle risorse naturali, finisce nelle mani di organizzazioni criminali transnazionali che operano dentro e fuori dal Paese. In particolare attraverso i paesi limitrofi Rwanda, Burundi, Uganda e Tanzania, dove transitano indisturbati con le tasche piene; ma non solo, ad opera del mercato nero infatti queste merci transitano anche le dogane europee, è così che la produzione del Congo sfugge sistematicamente a qualsiasi tentativo di controllo legale, facendo sì che queste ricchezze siano per il paese una vera disgrazia più che una fortuna.
Dal 2001 il Presidente Kabila permette a industrie estere di derubare la popolazione delle proprie risorse, senza pensare ad incrementare la produzione locale, a tassare severamente gli operatori esteri del settore, o a costringerli ad investire capitali in infrastrutture sul territorio.
E’ assolutamente necessario incentivare lo sviluppo di questi paesi e bisogna farlo subito, poiché nessuna risorsa è infinita ed inesauribile e una volta che saranno terminate, cosa sarà degli abitanti del Congo e degli altri paesi africani quando, dopo averli spremuti per bene, traferiremo le nostre attività di sfruttamento altrove, lasciandoli nella situazione di miseria e povertà a cui li stiamo condannando?

Blanca Maris

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