Mese: dicembre 2015

L’intimo collettivo di Petrit Halilaj

Lo spazio dello “Shed” di Pirelli Hangar Bicocca accoglie, dopo l’epico Casino del messicano Damiàn Ortega, la prima personale in Italia di Petrit Halilaj. Inaugurata il 3 dicembre, la mostra Space Shuttle in the Garden è stata curata da Roberta Tenconi, giovane curatrice che vanta 10 anni di esperienza al fianco di Massimiliano Gioni presso la Fondazione Nicola Trussardi.
L’esposizione è concepita come un ingresso nell’universo familiare dell’artista, attraverso dispositivi che ne attivano il ricordo. L’opera di Halilaj è, infatti, estremamente correlata e dipendente dall’esperienza personale, dalla storia di una regione, dagli eventi che hanno scosso la sua terra natia, il Kosovo.

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Love: l’ultimo eccesso di Gaspar Noé

Quest’anno è arrivato l’ultimo film di Gaspar Noé. Noto per Enter the Void (2009) e Irréversible (2002) negli anni si è contraddistinto per uno stile fatto di eccessi, di provocazioni e perversioni visuali. Quest’ultimo è Love, fuori concorso al Festival di Cannes, che ha varcato le soglie del 3D per portare su uno schermo una complessa relazione d’amore.

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Per vivere, noi…

Esiste un pozzo, una voragine buia e accogliente, una caverna vasta che sarebbe il sogno di qualsiasi lettore: la biblioteca dei libri dimenticati.
E’ incredibile come nel corso della storia, grandi e piccoli libri, di dimensione e di importanza, siano scomparsi, lasciando la loro traccia come palinsesti, o ridotti all’osso in una qualche collana di una rivista, o ancora semplicemente negli occhi e nel corpo di un uomo che siede sulla sua poltrona e guarda fuori dalla finestra.
Una banalità in apparenza che prende un altro significato quando si entra nell’universo specifico di alcuni di questi libri.

Recentemente mi sono imbattuta, tra le pile di vecchi libri accatastati a casa dei miei nonni, in un piccolo e leggero fascicolo, privo della rilegatura: due graffette, una quarantina di pagine e il titolo Cosa fa vivere gli uomini. (altro…)

Roberto Saviano e la necessità dell’intellettuale engagé

Qualche giorno fa lo scrittore Roberto Saviano ha criticato apertamente il Ministro della Repubblica Boschi, richiedendone le dimissioni per motivi di opportunità politica.
Il suo ragionamento è ineccepibile:

Delle due l’una, o il Governo non agisce in alcun modo per evitare il fallimento di Banca Etruria, oppure ne prevede il salvataggio chiedendo però, previamente, un passo indietro al Ministro.

La vicenda è divenuta arcinota dopo il suicidio del pensionato Luigino D’Angelo, evento che ha aperto una discussione pubblica sulla necessità del decreto salva-banche, sulle sue modalità, ed infine sul confitto di interessi, evidentissimo, del Ministro.

Nel nostro paese siamo ormai assuefatti al conflitto d’interessi di un esponente del governo, ci abbiamo convissuto per un ventennio. Anche se è ovviamente pur vero che le dimensioni delle due situazioni sono molto diverse, si sta in ogni caso discutendo del medesimo tema.
Ed è proprio in relazione alla trattazione pubblica di esso, che aumenta, forte, la preoccupazione, poiché il nuovo governo, instauratosi peraltro con coup de théâtre da Prima Repubblica, aveva promesso un serio giro di vite in materia. Si trattava, come ovvio, di false promesse, fumo negli occhi degli smemorati elettori. Ciò che più infastidisce però è in realtà la memoria corta di certa stampa e certe opposizioni, finché l’argomento era caldo sarebbe stato necessario battere il ferro di una proposta di legge, e invece nulla, tabula rasa.
Sedata ogni voce contraria, grazie anche alla inadeguatezza delle alternative rappresentate dal consent-hunter Salvini e dal non chiaro, e ancora troppo confusionario, universo cinquestelle, si attacca chi discute le scelte dell’esecutivo dipingendolo come un deprecabile sostenitore delle due inidonee alternative. La critica ormai pare non essere più contemplata dal potere: è un’insopportabile e fastidioso grattacapo, e ne viene indirettamente negata la legittimità stessa.

 Tutto ciò si evince anche dalle rabbiose reazioni alle parole di Saviano, che chiedeva chiarimenti in merito ad una vicenda troppo oscura. Una tra le più scomposte è giunta dal deputato di Scelta Civica (ammesso che esista ancora) Gianfranco Librandi: “Le dichiarazioni di Saviano servono più a una sua personale campagna promozionale, per vendere più libri e guadagnare, che a raccontare la realtà. Il suo attacco è fango puro, buttato addosso al Ministro per alimentare odio, sospetti e istinti giustizialisti.” (altro…)

Ceci n’est pas un film

Per quanto questa locandina possa sembrare graficamente e fieramente cinematografica si riferisce invece ad una delle ultime repliche dello spettacolo Darkroom performate nel 2014, organizzata da Magazzini Culturali nella suggestiva cornice di una Villa Borgia d’inverno.
E’ passato più di un anno da allora ma la coreografia prosegue il suo costante percorso di evoluzione sotto la direzione dell’interprete/regista Marco de Meo, fondatore del progetto di ricerca teatrale Elektromove | visual and performing art, grazie anche ai contributi creativi del visual artist e light designer Francesco Collinelli e dell’attore e cantante Danio Manfredini, consulente alla regia. (altro…)

The home of the future: smart – carbon positive – energy house

The SOLCER house, located near Bridgend in Wales, is the first energy self-sufficient house in UK. This is a project of the SOLCER team in collaboration with the Welsh School of Architecture and the University of Cardiff.
The SOLCER house is the house of the future because it produces more energy than it needs. The energy not used is stored for later uses, or to sell/give it to the neighbours. (altro…)

Sympathy for the Devil & One plus One di Godard

Una settimana fa la nostra pagina Fb è arrivata a 666 Mi Piace e noi ci siamo illuminati pensando alla storica Sympathy for the Devil della one band standing (tra le leggende del rock) The Rolling Stones. È una delle canzoni che ha segnato la storia del rock’n’roll, una delle più citate, una delle più controverse ed una delle più scandalistiche.

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Vivian Maier e l’immaginario personale della fotografia

“Se alla fotografia è concesso di sconfinare nella sfera dell’impalpabile o dell’immaginario, in tutto quello che vale soltanto perché l’uomo vi infonde qualcosa della propria anima, allora siamo perduti.”

Così parlava Charles Baudelaire poco meno di due secoli fa, quando la fotografia vedeva la luce nel mondo degli artisti. Poco tempo dovette passare per dare a quello strumento, apparentemente solo legato alla scienza, un valore artistico rilevante che permise in principio a pittori di diverso genere di documentarsi in modo migliore per le loro opere per poi divenire un vero e proprio sostituto della tela e del pennello.

Dopo questo breve salto nel passato, torniamo ai giorni nostri dove, a Milano, per la prima volta si terrà alla Fondazione Forma per la Fotografia, dal 20 novembre al 31 gennaio 2016, la mostra su Vivian Maier, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, realizzata in collaborazione con diChroma Photography e promossa da Forma Meravigli. L’esposizione raccoglie 120 fotografie in bianco e nero realizzate a Chicago e New York negli anni Cinquanta e Sessanta, una selezione d’immagini a colori ed alcuni filmati in super 8, un formato cinematografico.

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Moriremo tutti (di caldo)

E’ il 1992 siamo a Rio de Janeiro, Brasile, in questo luogo 154 paesi aderiscono ad un trattato appena stipulato, si tratta della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. I Capi di Stato di tutto il mondo hanno preso coscienza della drammatica gravità della situazione, hanno aperto gli occhi e compreso la minaccia che il surriscaldamento globale, causato dalle crescenti emissioni di gas serra, rappresenta per la sopravvivenza dell’uomo e di tutte le altre specie animali. Lo strumento giuridico in questione, il cui scopo programmatico è ovviamente la riduzione di quei gas responsabili del riscaldamento del pianeta, ha un solo difettuccio di fabbricazione, non è vincolante.

Al fine di ovviare al piccolo inconveniente, quegli stessi governanti si riuniscono in Giappone nel 1997 e stipulano il celebre Protocollo di Kyoto. Nei cinque anni trascorsi, i medesimi mirabilissimi statisti si rendono conto che purtroppo non è possibile curare un cancro con l’aspirina, e dunque prevedono l’obbligatorietà dell’accordo. Il testo ufficiale impone che i paesi industrializzati riducano, entro l’anno 2012, l’emissione di gas del 5,2%, rispetto ai livelli misurati nel 1990. Il meccanismo che sanziona l’eventuale inadempimento è molto semplice: una multa salata. Le Nazioni aderenti sono divise in Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo; i primi hanno vincoli stringenti, in quanto maggiormente responsabili del vertiginoso aumento delle emissioni, i secondi non li hanno poiché non sono stati causa del problema, e comunque inquinano poco in ragione del loro scarso consumo energetico. La logica adottata sembra filare liscia: “quanto più la tua economia è avanzata tanto più genera inquinamento, dunque devi adoperarti con più impegno per ridurlo”. Finalmente un testo adeguato, efficace e coerente: eureka!    Nulla di più falso, purtroppo la stesura finale prevede anche i “meccanismi flessibili per l’acquisizione di crediti di emissione”. Attraverso tre modalità diverse è possibile guadagnarsi il diritto ad inquinare. Tali strumenti sono:

  1. Il Clean Development Mechanism (CDM): i Paesi industrializzati possono acquisire crediti di emissione sviluppando “progetti che producono benefici ambientali” nei Paesi in via di sviluppo (L’illuminata ratio di tale previsione si può compendiare nel seguente scioglilingua: “chi inquina di più aiuta ad inquinare di meno chi inquina di meno per poter inquinare di più”).
  2. Il Joint Implementation: se due o più Paesi industrializzati realizzano congiuntamente “progetti per la riduzione dei gas serra” guadagnano crediti di emissione da spendere congiuntamente (Forse, chi ha ideato il JI, nel mentre stava realizzando tutt’altro joint, visto che anche in questo caso la logica appare un tantino contorta: “due inquinatori uniscono le forze per inquinare meno così da poter continuare ad inquinare”)
  3. L’Emissions Trading (ET): se un Paese è particolarmente responsabile e riduce le proprie emissioni in misura maggiore di quanto previsto dal Protocollo, può vendere tali eccedenze ad un altro Paese che potrà produrre gas serra in misura corrispondente (Giusto in fin dei conti cautelarsi da un’eventuale diminuzione globale di questa specie di ambrosia, non sia mai).

Dunque l’Accordo di Kyoto è una grandissima truffa, una presa per i fondelli piena di scappatoie. O forse, può darsi che i redattori del Protocollo fossero grandi ammiratori di Walt Whitman e volessero realizzare una rappresentazione giuridica dei suoi versi:

“Forse che mi contraddico?

Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico,

(Sono vasto, contengo moltitudini.)” (altro…)

Quando ogni risata è un angelo che fa teatro

Ridere fa bene, perciò loro vogliono che oggi vi sbellichiate!

Purtroppo, e questo non è per niente divertente, di questi tempi (tanto distanti dai benefici influssi comici di Karl Valentin) bisogna prendere atto di una dura realtà: è difficile che a teatro si rida tanto quanto si ride guardando Frankenstein Junior. Eppure questo paragone può essere il giusto metro per la riuscita di uno spettacolo.
Non era forse lo stesso Brecht ad esaltare il benefico effetto della risata sul pensiero? Capita spesso che il movimento del diaframma arrivi a scuotere la mente, facendola arrivare là dove ogni drammatica seriosità ha già gettato la spugna da un pezzo.

E’ senza dubbio questo il caso di Karmafulminien, sottotitolo “Figli di puttini”. (altro…)