Month: novembre 2015

Un Certo Lucas, un gioco senza regole

Un Certo Lucas è una scatola gialla, è un gioco di carta che infrange le classiche regole del libro. Per come è concepito potrebbe- perché no- far parte dell’opera presentata alla Biennale di Venezia 2015Games whose rules I ignore (giochi di cui ignoro le regole) del francese Boris Achour. Non dobbiamo dimenticare che lo scrittore argentino Julio Cortázar è autore di Rayuela e di Storie di cronopios e di famas, testi caratterizzati da immensa fantasia e sperimentazione letteraria.

Non c’è un inizio né una fine, non c’è trama e anche Lucas non è un vero e proprio personaggio, più un alter ego di Cortàzar; i vari brani sono storie, frammenti e micronarrazioni caratterizzati da una prosa ricca di aggettivi e periodi lunghi che li unifica in un unico flusso di pensiero, un’unica personalità. Lucas critica, riflette e fa considerazioni sulla realtà con uno sguardo ironico e allegorico, eppure non vi è giudizio, solo il tentativo di liberare la mente e il pensiero dalle costrizioni materiali. Il flusso di parole si libera dalla carta e viaggia su un piano astratto e a tratti surreale e che sfiora il grottesco. Ad esempio Legami di famiglia parla della zia Angustias i cui famigliari approfittano perfino delle vacanze per farle sapere quanto la odiano, mandandole cartoline oscene che lei conserva “gelosamente” in un album, spillandole- guarda caso- proprio sulle firme. Un altro esempio è Lucas, i suoi pudori e il dramma dell’andare in bagno a casa d’altri.

Negli appartamenti di adesso, si sa, l’ospite va in bagno e gli altri continuano a parlare del Biafra e di Michel Foucault, ma c’è qualcosa nell’aria, è come se tutti volessero dimenticare di avere le orecchie e al tempo stesso le orecchie si orientassero verso il luogo sacro che naturalmente nella nostra società ristretta è ad appena tre metri dal posto dove si svolgono queste conversazioni di alto livello, ed è certo che malgrado gli sforzi che farà l’ospite assente per non tradire le sue attività, e quelle dei commensali per aumentare il volume del disagio, a un certo punto risuonerà uno di quei rumori sordi che si fanno sentire nelle circostanze meno indicate, o nei migliori dei casi, lo strappo patetico di un pezzo di carta igienica scadente quando si stacca dal rotolo rosa o verde.

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Quando lo smalto ti porta in prigione

“Vivevamo in una cultura che negava qualsiasi valore delle opere letterarie, a meno che non servissero a sostenere qualcosa che sembrava più importante: l’ideologia. Il nostro era un paese dove tutti i gesti, anche quelli più privati, venivano interpretati in chiave politica.” Azar Nafisi narra della sua città, Teheran, delle sette ragazze con cui s’incontrava ogni giovedì mattina tra profumi di tè, pasticcini e vecchi libri, e dei suoi amati Nabokov, Gatsby, James e della Austen. La professoressa Nafisi insegna letteratura inglese presso l’università Allameh Tabatabei di Teheran, finché nel 1995 è costretta a dare le dimissioni, è da quel momento che iniziano i suoi incontri clandestini con sette studentesse, che ogni giovedì mattina si riuniscono a casa sua per parlare di letteratura ma non solo: col tempo diventano intime amiche e spesso le conversazioni si discostano dalla letteratura per vedere poste in primo piano le loro vicende personali. Nel 1979 la rivoluzione  iraniana trasformò la monarchia del paese in una Repubblica islamica. Con la presa di potere da parte dell’Ayatollah Khomeini iniziò per le donne iraniane un periodo di difficile repressione che perdura ancora oggi. È di questo che ci parla Nafisi, di come le sue ragazze siano costrette a vivere in un paese dove non c’è posto per i propri sogni, dove chi pensa diversamente rispetto ai dogmi e agli insegnamenti che provengono dal potere politico e religioso, viene incarcerato, stuprato, torturano e spesso ucciso. Dove i giovani si ritrovano di colpo spogliati della propria identità o incapaci di crearsene una. In quegli anni le opere che Nafisi faceva leggere alle sue ragazze erano censurate, l’Occidente era considerato come l’incarnazione del diavolo e la letteratura da esso proveniente era considerata diseducativa, pericolosa. I personaggi dei libri venivano considerati demoni capaci di inculcare pensieri immorali e poco consoni ai costumi islamici nei cuori dei giovani iraniani, che altro non sapevano del mondo se non ciò che il regime lasciava filtrare.  “Avrebbe mai avuto un giorno una vita simile alla mia, una casa tutta per lei e magari un cagnolino? Le sarebbe mai stato possibile passeggiare mano nella mano con chi le piaceva? Non lo sapeva. Era come il velo: per lei non significava più nulla, eppure senza si sarebbe sentita persa. Lo aveva sempre portato, ma era lei a volerlo? Non lo sapeva.” Queste ragazze (altro…)

Una menzogna neoliberista

Il 10 Ottobre scorso sono scese in piazza, a Berlino, 150 mila persone nella più grande manifestazione degli ultimi vent’anni in Germania. Analoghe dimostrazioni pubbliche sono avvenute in Francia, Olanda e in quasi tutti i paesi scandinavi.
Una presa di coscienza collettiva che ha dell’incredibile, soprattutto se si pensa che si è svolta nei riguardi di un tema che in Italia è pressoché sconosciuto.
I manifestanti presenti a Berlino, perlopiù cittadini, ma provenienti da ogni parte della Germania, protestavano contro un progetto, attualmente in fase di negoziazione, da parte della Commissione Europea: Il TTIP.
Queste quattro lettere, che stanno per Transatlatic Trade and Investment Partnership, stanno dividendo non solo la Germania ma anche tutti i paesi nordeuropei.

Il TTIP è un accordo commerciale lanciato nel 2013 su proposta del Transatlantic Business Council, un gruppo lobbystico formato da settanta tra le più potenti multinazionali del mondo. Questo accordo permetterebbe la creazione di una zona economica unica tra Europa e Stati Uniti, un mercato comune per le imprese di entrambi i continenti.
I negoziati tra Bruxelles e Washington, avviati da tempo, sono stati rallentati dalle vibranti proteste di gruppi ambientalisti territoriali ed internazionali, associazioni in difesa dei consumatori, giuristi e politici locali che vedono in questo accordo non solo una seria minaccia per la tutela dei consumatori e per gli standard qualitativi dei prodotti europei, ma soprattutto un pericoloso tentativo di erosione dei processi decisionali democratici.

I detrattori del TTIP ritengono che, dietro la maschera della crescita economica, si nasconda la volontà di indebolire i processi di controllo sulla qualità dei prodotti e favorire la produzione in larga scala, soprattutto in ambito agroalimentare. Tutto ciò ad ovvio vantaggio delle multinazionali.
Se il TTIP diventasse realtà le leggi in materia di agricoltura ed allevamento, molto più rigide in Europa che negli Stati Uniti, diverrebbero un peso notevole per i produttori del Vecchio Continente. Per fare un esempio: la maggior parte delle galline in Europa è allevata “a terra”, per ottenere la certificazione di allevamento “a terra” in Europa è necessario che non vi siano più di nove galline per metro quadrato. Negli Stati uniti invece il 95% delle galline è allevato nelle tradizionali batterie, dove per ciascun metro quadrato ci sono ventitré galline. Va da sé che i prodotti europei non sarebbero più concorrenziali.
Le differenze non si esauriscono certo qui. Gli standard igienico-sanitari a tutela della salute dei consumatori sono molto diversi in quasi tutti i comparti agroalimentari. I coltivatori americani possono usare pesticidi che sono severamente vietati in Europa, così come al bestiame allevato negli Stati Uniti sono spesso somministrati ormoni per accelerarne la crescita, altra pratica rigorosamente proibita nel nostro continente.

Questo ed altri punti, che hanno fatto insorgere le associazioni ambientaliste e quelle a tutela dei consumatori, non sono, peraltro, neanche i più critici del trattato.
Assai più delicata è la proposta, attualmente sul tavolo delle trattative, di creare un meccanismo di risoluzione delle controversie che eventualmente potrebbero sorgere tra un’impresa e uno stato firmatario. In sostanza ogni volta che un paese aderente al TTIP dovesse adottare una legge a tutela dei consumatori o della salute pubblica che la tal multinazionale ritenesse pregiudizievole per i propri interessi, questa sarebbe legittimata a citare lo stato davanti ad un tribunale arbitrale. Con la ovvia conseguenza che i governi ci penserebbero non due ma quattro volte prima di approvare una legge che potrebbe esporli ad un contenzioso da miliardi di euro (per intenderci quando il governo australiano ha deciso di stampare sui pacchetti di sigarette avvertimenti circa la dannosità del fumo, la Philipp Morris Asia gli ha fatto causa per circa otto miliardi di dollari innanzi ad un tribunale arbitrale).
La tutela arbitrale si differenzia da quella giurisdizionale perché prevede che la controversia sia decisa da tre giudici: uno scelto dalla multinazionale, uno dallo stato e il terzo selezionato dai primi due giudici, con le ovvie carenze di imparzialità e terzietà che ne conseguono.
Tale meccanismo sarebbe un nuovo e potentissimo strumento, nelle mani delle grandi holding, per indirizzare le scelte politiche delle varie amministrazioni nazionali. Tutto ciò potrebbe portare ad un gravissimo vulnus democratico e potrebbe rivelarsi un clamoroso assist ai grandi gruppi imprenditoriali a scapito della tutela della gente comune. Per questo l’ex direttore di Greenpeace Germania Thilo Bode ha definito il TTIP “una menzogna neoliberista”.TTIP-2-594x330 (altro…)

Salvini, Bologna e la nuova strategia della tensione

Oggi mi sarebbe piaciuto parlarvi della magnifica coreografia che Simona Bertozzi è stata in grado di creare per l’atto conclusivo del suo dittico dedicato a Prometeo, un quadro d’azione intitolato “Il Dono” e performato l’altro ieri sera all’Oratorio di S. Filippo Neri a Bologna.

Ma essendo rimasto nella dotta città per tutto il week end non posso esimermi dal compito assai più ingrato di scrivere invece di quanto ho visto e sentito ieri, proprio durante la manifestazione della Lega Nord. (altro…)

Il villaggio di Pescatori di Scarabottolo all’Affiche

È il 29 ottobre, l’orologio punta 18.30 e, in mezzo al fragore dei partecipanti, si staglia sul muro, candida, la proiezione di un uomo con in testa un pesce. Siamo alla galleria L’Affiche di Milano e il pescatore, alto sei metri, è solo la parvenza dell’entità in ferro che fino a pochi giorni fa dominava il cluster Isole, Mare e Cibo di EXPO.

Partendo da questo monumento, spesso pochi millimetri, Scarabottolo anima lo spazio della galleria rendendolo un piccolo villaggio di pescatori gaudenti, al quale si accede osservando per il corridoio un acquario di ferro. La mostra “Wish”, nel suo essere manifestazione di un esercito degli umili, concilia l’interesse dell’illustratore per il design, espresso nella serie di disegni delle sedie antropomorfiche, veri esercizi di stile sul tema, e quella che lo stesso autore ha definito nel suo Elogio della Pigrizia come la “riposante disciplina della sintesi”.wish

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The Lobster e il cinema dell’ Assurdo di Lanthimos

Yorgos Lanthimos, regista greco, ex alunno della Stavrakos Film School di Atene, riporta sul suo palmarès una notevole carriera artistica. Quattro sono i film da lui diretti singolarmente ed ognuno di essi ha riscosso un notevole successo. Kinetta (2005) è stato selezionato al Toronto Film Festival. Kynodontas (2009) ha vinto alla sezione Un Certain Regard a Cannes ed è stato inoltre candidato come miglior film straniero ai Premi Oscar del 2011. Il suo quarto film Alps (2011) ha vinto a Venezia il Premio Osella per la migliore sceneggiatura (firmata Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou che ha inoltre co-sceneggiato Kynodontas e The Lobster). Infine il suo ultimo film, The Lobster, quest’anno ha portato a casa il Premio della Giuria al Festival di Cannes.

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Coming Home. Back to the roots with Leon Bridges

It was the early 1950s and a historical revolution was taking place in the United States at the time. People had been awakened by the words of great men such as Martin Luther King, giving birth to the civil rights era and an incredibly powerful political movement. Such movement was strongly bound to a musical expression which originated in the African-American community and expressed the stressful status they had been victims of for the past decades: Soul music. Through a colourful succession of catchy rhythms, heartfelt handclaps and tireless body movements, music came to know the power and attraction of one of the most popular and warming genres of that lively period. All over the country a new, glowing and shiny lighthouse was shedding brightness to give music it’s true meaning, the essence of raising awareness and bringing people together. (altro…)

Storia di un animale umano, e non

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Immaginiamo una passeggiata nella campagna russa, siamo nel 1885, eccoci come uno strato di foglie variopinte schiacciato dal peso di passi e di parole, come se fossimo testimoni invisibili.

Sentite Lev Nikolaevič, una volta voi dovete essere stato un cavallo

E’ la voce di Turgenev rivolta a Lev Tolstoj, così immerso nello scrutare una cavalla e nell’immedesimarsi in essa, cercando con entusiasmo di convincere l’amico a fare lo stesso. Infatti i cavalli erano sempre stati animali che avevano suscitato in Tolstoj grande interesse, inizialmente da cavaliere e cacciatore, successivamente in quanto rappresentanti di una specie di animali d’affezione che si diversificavano da quelli selvatici. Questa la premessa al romanzo che verrà pubblicato nel 1886 intitolato “Cholstomèr, storia di un cavallo”.
Il racconto prende spunto dalla storia vera del cavallo Muzik I, animale molto celebre nella Russia di quell’epoca, caratterizzato da un manto marrone cosparso di macchie bianche e da una spiccata velocità nella corsa, avendo esso infatti una falcata molto ampia; da questo deriva il suo nome “Cholstomér” che significa nella lingua russa “misura-tela”¹ gesto di chi misuri una pezza di tela aprendo le braccia. Tolstoj realizza un romanzo capace di portarci ad aprire una porta sul mondo interiore ed esteriore, dipinto dalle sensazioni del suo protagonista, il cavallo. (altro…)

EXPO 2015: Storia di una sbornia collettiva

E’ terminata ieri l’Esposizione Universale ospitata a Milano dal primo maggio scorso.
Organizzatori, istituzioni e la maggioranza dei commentatori hanno brindato al notevole e inaspettato successo: sono stati venduti più dei 20 milioni di tagliandi che rappresentavano l’obiettivo dichiarato, l’affluenza è stata dunque notevole, e nonostante le polemiche, scatenatesi nel corso della manifestazione, circa le dubbie metodologie di conteggio, prendiamo il dato per buono; inoltre secondo un’indagine della camera di commercio di Milano i commenti dei visitatori sono molto positivi: 9 stranieri su 10 si dichiarano entusiasti della città, definendola “da non perdere”, 7 italiani su 10 definiscono l’accoglienza della metropoli, visitata in funzione di Expo, “buona”; il prezioso e scientifico sondaggio in questione (basato sui commenti dei visitatori via Twitter) raccoglie un dato sconcertante e inaudito: Milano è amatissima dagli stranieri ed è in grado di gestire una grande affluenza di persone.
Secondo il Bureau International des Expositions (BIE), con sede a Parigi, “ Un’esposizione è una mostra che, qualsiasi sia il suo titolo, ha come fine principale l’educazione del pubblico: può presentare i mezzi a disposizione dell’uomo per affrontare le necessità della civilizzazione, o dimostrare i progressi raggiunti in uno o più settori dello scibile umano, o mostrare le prospettive per il futuro ». Ad opinione del comitato organizzativo, Expo è dunque un contenitore informativo di carattere scientifico/culturale, organizzato intorno ad un tema ben preciso, sul quale si avverte il desiderio o la necessità di informare i visitatori. Il tema dell’Esposizione appena conclusa, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, presupponeva la trattazione approfondita di soluzioni ai differenti problemi, che affligono le diverse zone del pianeta, in merito all’alimentazione. Salvo poche eccezioni (padiglioni di Svizzera e Israele ad esempio) lo sviluppo tematico richiesto dalla natura stessa dell’Expo non si è potuto apprezzare; non solo è mancato un filo rosso, che potesse organizzare in modo coerente i vari padiglioni (la cui realizzazione, sia a livello materiale che contenutistico, è stata affidata con una delega in bianco ai paesi partecipanti) ma si è addirittura concesso loro, nella maggioranza dei casi, di risolvere la trattazione dei contenuti in una misera sponsorizzazione dei prodotti tipici della propria Nazione, con annesso invito a visitarne le bellezze; lasciando nel visitatore un tantino più accorto l’amara sensazione di esser finito in un’agenzia di viaggi e non nel padiglione di un’Esposizione Universale. Nonostante sia stato un’Expo assai povero dal punto di vista tecnico/scientifico e culturale, gli organizzatori e gli ideatori di questa manifestazione parevano consapevoli degli scopi da perseguire. Si legge sul sito ufficiale della manifestazione: “Expo Milano 2015 è l’occasione per riflettere e confrontarsi sui diversi tentativi di trovare soluzioni alle contraddizioni del nostro mondo: se da una parte c’è ancora chi soffre la fame (circa 870 milioni di persone denutrite nel biennio 2010-2012), dall’altra c’è chi muore per disturbi di salute legati a un’alimentazione scorretta e troppo cibo (circa 2,8 milioni di decessi per malattie legate a obesità o sovrappeso). Inoltre ogni anno, circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecate. Per questo motivo servono scelte politiche consapevoli, stili di vita sostenibili e, anche attraverso l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia, sarà possibile trovare un equilibrio tra disponibilità e consumo delle risorse”. Sublimi supercazzole di circostanza più che un reale intento programmatico. Tornando un po’ indietro con la memoria ricordiamo le parole dell’allora Sindaco di Milano Letizia Moratti, in un’intervista al Sole 24 Ore del 24 luglio 2009: “L’Expo è un progetto che si propone non solo obiettivi di crescita economica, ma anche di rafforzamento del dialogo interculturale e di responsabilità sociale nei confronti di paesi colpiti dal dramma della fame e della povertà. Milano deve essere uno snodo cruciale, un punto di riferimento per il sistema Italia e il mondo intero. L’Expo dovrà essere la proposta corale e condivisa di nuovi paradigmi per l’esistenza del mondo“. Rileggendo queste dichiarazioni viene quanto meno da sorridere ascoltando gli attuali trionfalismi dell’opinione pubblica; non si è visto nulla di tutto questo, e per di più, passeggiando per il Decumano, emergeva la grottesca contraddizione di questo evento: affidare visibilità e centralità a molte di quelle multinazionali, che a causa della loro spregiudicatezza hanno contribuito a causare quegli stessi problemi che l’Esposizione si era proposta di discutere, anche nel tentativo di comparare le diverse soluzioni eventualmente presentate.
Continuando nell’analisi di questo strepitoso successo nazional-popolare suscita un sentimento di tenerezza la manifesta inadeguatezza di alcuni addetti ai lavori, che ci regalano la granitica certezza che costoro non hanno compreso un accidente di cosa dovrebbe essere un’Esposizione Universale, e ci rendono un po’ più chiaro il motivo per cui ci ritroviamo a celebrare la vittoria di una gran Sagra Internazionale. Tra costoro c’è Giacomo Biraghi, responsabile delle relazioni digitali di Expo, che si esprime in questi termini in un intervista al quotidiano la Stampa: “strada facendo abbiamo imparato quanto valgono i contenuti deboli e popolari, quelli che non arrivano dall’alto o da istituzioni, ma diventano proprietà di tutti”. (altro…)