40 anni di Qualcuno volò sul nido del Cuculo

Era il 19 novembre 1975 quando venne proiettato in contemporanea a Los Angeles e New York per la prima volta Qualcuno volò sul nido del cuculo. Sono passati quarant’anni e non è ancora invecchiato, è rimasta su di esso una patina di contemporaneità che lo rende uno dei film più influenti e affascinanti nelle storie del cinema. “Storie” perché il cinema non è una storia unica, è un insieme di storie che intrattengono, fanno riflettere ed emozionano. Questi sono tutti gli ingredienti che questa perla del cinema è riuscita a racchiudere dentro di sé.

Prodotto con circa 4 milioni di dollari ne è uscito con un guadagno superiore ai 100, è stato l’unico, assieme ad Accadde una notte e Il silenzio degli innocenti , ad aver vinto i 5 Oscar principali (miglior film, attore, attrice, regia e sceneggiatura) ed è stato inoltre proiettato per 12 anni consecutivi in Svezia (evidentemente non deve essergli piaciuto).

La preproduzione e la produzione del film furono alquanto complessi, dove lo scrittore dell’omonimo romanzo, Ken Kesey, in disaccordo sulle scelte cinematografiche, giurò di non voler mai vedere il film. Leggenda narra che una volta, facendo zapping, gli capitò di vederlo ma dopo aver capito che si trattava di Qualcuno cambiò canale e continuò nella sua protesta.

Anche Jack Nicholson si scontrò con le scelte di Milos Forman tant’è che sparì a due mesi dall’inzio del film e ricomparve solamente due settimane prima. Nicholson diresse in solitario le prove con gli attori; sul set, invece, Forman e Nicholson comunicarono solo attraverso il direttore della fotografia Haskell Wexler, e i due finsero davanti ai media una pacifica relazione. Nicholson per la parte da protagonista prese il posto di Kirk Douglas. Quest’ultimo acquistò i diritti del film che poi cedette a suo figlio che considerò suo padre troppo vecchio per poter recitare quella parte.

Invece, il ruolo dell’infermiera Fletched, venne assegnato solo una settimana prima di girare a Louise Fletcher nonostante abbia fatto casting per il film per 6 mesi, e nonostante Forman la continuò a contattare in quel periodo. Ingiustamente venne scambiata per Ellen Burstyn che sarebbe dovuta essere l’attrice protagonista. Gli aneddoti assurdi si susseguono ma diciamo che la follia del film si è riversata sulla produzione del film stesso, e forse ne è valsa la pena.

La recitazione di ogni attore è da antologia, anche personaggi al tempo poco noti come Brad Dourif (Billy), Christopher Lloyd (Taber nel film e lo scienziato pazzo in Back to the future), Will Sampson (l’indiano) e Danny DeVito (Martini) spiccarono in volo e iniziarono un’importante carriera ad Hollywood. Personalmente l’espressione facciale di Lloyd nella scena finale, per un misto di follia e genialità, è una delle più brillanti che abbia mai visto.

Quello che colpisce è la naturalezza delle reazioni tra i personaggi. A riguardo Forman, che si ispirò al crudo documentario Titicut Follies di Frederick Wiseman, volle cogliere vere reazioni attraverso improvvisazioni. Un esempio è il glaciale sguardo della Fletched su McMurphy durante una seduta, che deriva da vera rabbia di Louise Fletcher verso Forman a causa di alcune sue scelte nella direzione del film. Così come per McMurphy quando arrivò nel manicomio e la guardia venne infastidita dalla sua presenza: l’attore non riuscì ad esprimere un vero senso di disagio, e così Forman chiese a Nicholson di improvvisare saltandogli addosso e baciandolo.

Per quanto riguarda l’aspetto tecnico ben poco c’è da dire, la fotografia è delicatissima, la musica di Jack Nietzsche è semplicemente sublime e la regia estremamente efficace. La potenza del montaggio nello specifico esprime tutta la magia del cinema quando McMurphy assieme agli altri pazienti fuggono dal centro psichiatrico e rubano una barca. Vengono fermati dal capitano di porto che gli chiede chi essi siano,  McMurphy dichiara “siamo membri dell’istituto psichiatrico dello Stato, questo è il dottor…” e prosegue nell’elenco dei presenti; così personaggi che fino ad un secondo prima erano dei matti, ora diventano degli psicologi grazie alla peculiarità di ritratti di volti che hanno visto e vissuto la follia.

È un film che ha voluto denunciare le condizioni dei manicomi negli States e lo ha fatto attraverso una storia romanzata. È un film che allo stesso tempo ribalta il concetto della pazzia dove quelli che sono considerati folli sono solamente schiavi di un giudizio generalista della società, e i veri folli sono quelli che li giudicano come tali.

Il cinema è un’arte che manipola il pensiero dello spettatore che raggiunge il suo picco quando è lo spettatore stesso a poter diventare regista.

Qualcuno volò sul nido del cuculo è un inno alla libertà dell’essere umano e preserva un’infinita bellezza per la  sua libertà di interpretazione: l’ha fatto ieri, lo fa oggi dopo 40 anni e continuerà a farlo anche domani.

Giovanni Busnach

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