Terrorismo e imperialismo. Riflessioni dopo i fatti di Parigi

A poco più di una settimana di distanza dagli attacchi terroristici avvenuti a Parigi, lo sgomento, l’isteria, la paralisi, l’incredulità, la paura e gli altri stati d’animo, figli dell’irrazionale, che il tragico evento ha suscitato, sgombrano un poco il campo, restituendo ossigeno preziosissimo alla ragione.
Forse è ora possibile tentare l’ardua ricostruzione di un puzzle intricato, quasi indecifrabile, di cui i fatti avvenuti nella capitale francese sono solo un sintomo, una conseguenza inevitabile, ma di che cosa esattamente? Sorge spontaneo domandarsi. Difficile darsi risposte immediate, impossibile comprendere la realtà fattuale, vero e proprio enigma, se non volgiamo lo sguardo indietro.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre George W. Bush in un discorso alla nazione dichiarò:

l’America, i nostri amici e i nostri alleati si uniscono a tutti coloro che vogliono la pace e la sicurezza nel mondo, uniti per vincere la guerra al terrorismo.
[…] Possono scuotere le fondamenta dei nostri più grandi palazzi, ma non possono intaccare le fondamenta dell’America.

Allo stesso modo il Presidente francese François Hollande evoca lo spettro della guerra, rianima il patriottismo della Nazione e pungola l’orgoglio dei suoi cittadini:

La Francia è in guerra […] ma il popolo francese è coraggioso e non si ferma. […] Quelli che hanno voluto sfidare la Francia sono stati i perdenti della storia.

Le conseguenze della scellerata politica “antiterrorista” dell’amministrazione Bush sono ormai note: l’approvazione di leggi restrittive delle libertà personali; la criminale guerra in Afghanistan, a cui ha partecipato anche la Francia, che si stima abbia provocato tra centoquarantamila e trecentoquarantamila vittime tra la popolazione civile; la guerra in Iraq, che ha provocato secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità tra centoquattromila e duecentoventitremila morti tra la popolazione civile. Numeri disumani, nauseanti.
A causa di tali azioni sconsiderate nascono l’humus e quel terreno fertile, irrigato dal crescente sentimento antiamericano e dall’odio nei confronti dell’“Occidente” carnefice, di cui la propaganda jihadista si serve al fine di reclutare migliaia di giovani.
Persino Tony Blair, in un’intervista alla CNN, ha ammesso che la guerra in Iraq fosse additabile come la causa principale della nascita dell’Isis.
Se poi aggiungiamo al quadro, fino ad ora tracciato, l’incapacità dei Paesi europei di porsi come società realmente inclusiva per una fetta non irrilevante della propria popolazione (in Francia ad esempio i musulmani sono l’8%), allora appare un po’ meno incomprensibile e privo di qualsiasi logica il meccanismo mentale che scatta nelle teste di giovani migranti, ormai di seconda o terza generazione, che esclusi ed emarginati, sono tragicamente persuasi dallo “Stato” Islamico.
Eppure non abbiamo imparato abbastanza dalla storia, la nostra soluzione è ancora la medesima: guerra al terrorismo, guerra al terrore, guerra sempre e in ogni caso in nome della lotta agli estremisti. L’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, attaccata per prima dalla Francia di Sarkozy, sul cui carro è poi salita la Nato, paladina dei diritti civili violati dal “sanguinario” Gheddafi.
L’Isis getta Parigi, l’Europa e l’Occidente intero nel panico, ci dicono che bisogna vendicare i morti innocenti, bombardamenti, forse anche azioni militari via terra, in ogni caso guerra ad oltranza contro lo “Stato” Islamico, per l’orgoglio francese, contro il terrorismo, per le vittime delle stragi, se poi la regione è anche ricca e influente nello scacchiere geopolitico è solo un caso, e non ha nulla a che fare con questa storia.
Qualche dubbio però, circa l’utilizzo del terrorismo come grimaldello per scassinare le porte del Medio Oriente, non può che sorgere. Da più parti, infatti, si sostiene che Al Qaeda prima e l’ISIS poi, non siano altro che armi sfruttate dagli Usa per assicurarsi il controllo della regione. Sono ormai in molti ad aver scoperchiato il vaso di Pandora: l’ex agente CIA Steven Kelley ha dichiarato che “L’ISIS è un nemico totalmente creato e finanziato dagli Usa”; Edward Snowden, altro ex agente CIA, avrebbe rilasciato dichiarazioni di questo tenore:

I servizi segreti americani, quelli inglesi e il Mossad (servizi israeliani) hanno addestrando un gruppo terroristico tra Iraq e Siria, nell’ambito di un’operazione denominata “nido di vespe” o “nido di calabroni”.

Sempre secondo alcuni documenti dell’NSA trafugati da Snowden il califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, a capo dello “Stato” Islamico, definito dal Time come l’uomo più pericoloso al mondo, sarebbe stato in realtà addestrato per un anno intero dal Mossad e si chiamerebbe Shimon Elliot.
Con ogni probabilità saranno le solite fantasiose tesi complottistiche, vien da pensare, anche se la linea che le separa dalla realtà si fa sempre più sottile e indistinguibile.
Un conto poi è sostenere che da una guerra criminale e insensata, quale quella in Iraq, siano nate le condizioni storiche, culturali e sociali necessarie al sorgere dello “Stato” Islamico, ben altro è affermare che i terroristi siano armati e addestrati dagli americani per perseguire i propri obiettivi espansionistici. In ogni caso non ci sono prove, di conseguenza quelle riportate rimangono parole sospese, soltanto opinioni di ex agenti rancorosi. Ah, se ci fosse almeno un indizio…
A dar corpo a queste (per ora) infondate illazioni in realtà potrebbero essere d’aiuto le dichiarazioni dell’ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton, che illustra con estrema chiarezza, in un intervista a FoxNews, quello che è il modus operandi americano:

When the Soviet Union invaded Afghanistan we had this brilliant idea that we’re gonna come to Pakistan and create a force of Mujahedin, equip them with Stinger missiles and everything else to go after the soviets inside Afghanistan. And we were successful, the soviets left Afghanistan and then we said “Great, goodbye” leaving these trained people, who were fanatical in Afghanistan and Pakistan leaving them well armed creating a mess that frankly at that time we didn’t really recognize”.

 Il periodo cui l’ex First Lady si riferiva va dal ’79 al 1989, quando pur di applicare ossequiosamente la “dottrina Reagan”, gli Usa addestrarono e armarono un gruppo di guerriglieri, i Mujahedin, per poi lasciare il paese, ad opera ultimata, senza tenere in alcun conto le eventuali conseguenze, che forse sarebbero potute scaturire.
Non serve poi uno sforzo cognitivo così grande, è sufficiente un ragionamento analogico, per sospettare che i nostri fidi alleati abbiano deciso di replicare un modello tanto vincente; questa volta però da rivolgere contro la Siria del terribile Assad, anch’egli responsabile di aver violato i diritti umani. Si tratta di un paese decisamente importante nel mosaico di quella regione, poiché lì vi sono i gasdotti che riforniscono tutta Europa. Particolare rilevantissimo: il governo siriano collabora con il Cremlino e con la Cina, tagliando fuori proprio gli americani e gli alleati; dunque va rovesciato ad ogni costo, con tutti i mezzi a disposizione. Il “regime” di Assad però resiste alle rivolte, alle primavere arabe, alla guerra civile, all’ISIS stesso, avanzato indisturbato fino alla città di Raqqa, non cede; tuttavia la Siria è troppo importante, ma per spiegare le proprie forze militari, si sa, serve il casus belli.
Crescono i sospetti allora quando il quotidiano francese Le monde rivela che l’intelligence transalpino era stato messo in allerta circa l’attacco dal 26 ottobre, ma nonostante tutti i mezzi esistenti nulla ha potuto, una clamorosa debacle, tuttavia non c’è prova di una criminale e premeditata omissione. Prove no, ma precedenti sì: i più illustri sono quelli di Pearl Harboor e dell’11 settembre, rispetto ai quali le prove a sostegno della connivenza americana sono ormai numerosissime.
Il giorno seguente agli attacchi la Francia, con la sorprendente rapidità di azione che fu degli USA nel 2001, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza e chiuso le frontiere, dispone una vera e propria azione militare: 36 raid aerei su Raqqa. Staremo a vedere che cosa succederà, ma ancora un’altra guerra pare ormai profilarsi, se così fosse chiunque decidesse di aderire ad un’eventuale coalizione internazionale, si troverebbe ad affrontare una situazione che ormai dal 2011 è drammaticamente intricata.
Mi domando, a questo punto, per quale motivo non vi siano mai terroristi nei paesi poveri di risorse, mi domando come mai le violazioni di diritti umani, sulle quali bisogna intervenire, avvengano sempre e solo in paesi geopoliticamente molto influenti.
La verità è che non lo so, sarà solo la sfacciata fortuna che accompagna i buoni, gli esportatori di democrazia, i difensori della libertà e dei diritti umani.
O forse, più probabilmente, l’invisibile filo conduttore di questi eventi apparentemente slegati, è il criminale imperialismo americano e degli alleati.

Niccolò Terracini

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