Giorno: 21 novembre 2015

Terrorismo e imperialismo. Riflessioni dopo i fatti di Parigi

A poco più di una settimana di distanza dagli attacchi terroristici avvenuti a Parigi, lo sgomento, l’isteria, la paralisi, l’incredulità, la paura e gli altri stati d’animo, figli dell’irrazionale, che il tragico evento ha suscitato, sgombrano un poco il campo, restituendo ossigeno preziosissimo alla ragione.
Forse è ora possibile tentare l’ardua ricostruzione di un puzzle intricato, quasi indecifrabile, di cui i fatti avvenuti nella capitale francese sono solo un sintomo, una conseguenza inevitabile, ma di che cosa esattamente? Sorge spontaneo domandarsi. Difficile darsi risposte immediate, impossibile comprendere la realtà fattuale, vero e proprio enigma, se non volgiamo lo sguardo indietro.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre George W. Bush in un discorso alla nazione dichiarò:

l’America, i nostri amici e i nostri alleati si uniscono a tutti coloro che vogliono la pace e la sicurezza nel mondo, uniti per vincere la guerra al terrorismo.
[…] Possono scuotere le fondamenta dei nostri più grandi palazzi, ma non possono intaccare le fondamenta dell’America.

Allo stesso modo il Presidente francese François Hollande evoca lo spettro della guerra, rianima il patriottismo della Nazione e pungola l’orgoglio dei suoi cittadini:

La Francia è in guerra […] ma il popolo francese è coraggioso e non si ferma. […] Quelli che hanno voluto sfidare la Francia sono stati i perdenti della storia.

Le conseguenze della scellerata politica “antiterrorista” dell’amministrazione Bush sono ormai note: l’approvazione di leggi restrittive delle libertà personali; la criminale guerra in Afghanistan, a cui ha partecipato anche la Francia, che si stima abbia provocato tra centoquarantamila e trecentoquarantamila vittime tra la popolazione civile; la guerra in Iraq, che ha provocato secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità tra centoquattromila e duecentoventitremila morti tra la popolazione civile. Numeri disumani, nauseanti.
A causa di tali azioni sconsiderate nascono l’humus e quel terreno fertile, irrigato dal crescente sentimento antiamericano e dall’odio nei confronti dell’“Occidente” carnefice, di cui la propaganda jihadista si serve al fine di reclutare migliaia di giovani.
Persino Tony Blair, in un’intervista alla CNN, ha ammesso che la guerra in Iraq fosse additabile come la causa principale della nascita dell’Isis.
Se poi aggiungiamo al quadro, fino ad ora tracciato, l’incapacità dei Paesi europei di porsi come società realmente inclusiva per una fetta non irrilevante della propria popolazione (in Francia ad esempio i musulmani sono l’8%), allora appare un po’ meno incomprensibile e privo di qualsiasi logica il meccanismo mentale che scatta nelle teste di giovani migranti, ormai di seconda o terza generazione, che esclusi ed emarginati, sono tragicamente persuasi dallo “Stato” Islamico.
Eppure non abbiamo imparato abbastanza dalla storia, la nostra soluzione è ancora la medesima: guerra al terrorismo, guerra al terrore, guerra sempre e in ogni caso in nome della lotta agli estremisti. L’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, attaccata per prima dalla Francia di Sarkozy, sul cui carro è poi salita la Nato, paladina dei diritti civili violati dal “sanguinario” Gheddafi.
L’Isis getta Parigi, l’Europa e l’Occidente intero nel panico, ci dicono che bisogna vendicare i morti innocenti, bombardamenti, forse anche azioni militari via terra, in ogni caso guerra ad oltranza contro lo “Stato” Islamico, per l’orgoglio francese, contro il terrorismo, per le vittime delle stragi, se poi la regione è anche ricca e influente nello scacchiere geopolitico è solo un caso, e non ha nulla a che fare con questa storia.
Qualche dubbio però, circa l’utilizzo del terrorismo come grimaldello per scassinare le porte del Medio Oriente, non può che sorgere. Da più parti, infatti, si sostiene che Al Qaeda prima e l’ISIS poi, non siano altro che armi sfruttate dagli Usa per assicurarsi il controllo della regione. Sono ormai in molti ad aver scoperchiato il vaso di Pandora: l’ex agente CIA Steven Kelley ha dichiarato che “L’ISIS è un nemico totalmente creato e finanziato dagli Usa”; Edward Snowden, altro ex agente CIA, avrebbe rilasciato dichiarazioni di questo tenore:

I servizi segreti americani, quelli inglesi e il Mossad (servizi israeliani) hanno addestrando un gruppo terroristico tra Iraq e Siria, nell’ambito di un’operazione denominata “nido di vespe” o “nido di calabroni”.

Sempre secondo alcuni documenti dell’NSA trafugati da Snowden il califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, a capo dello “Stato” Islamico, definito dal Time come l’uomo più pericoloso al mondo, sarebbe stato in realtà addestrato per un anno intero dal Mossad e si chiamerebbe Shimon Elliot.
Con ogni probabilità saranno le solite fantasiose tesi complottistiche, vien da pensare, anche se la linea che le separa dalla realtà si fa sempre più sottile e indistinguibile.
Un conto poi è sostenere che da una guerra criminale e insensata, quale quella in Iraq, siano nate le condizioni storiche, culturali e sociali necessarie al sorgere dello “Stato” Islamico, ben altro è affermare che i terroristi siano armati e addestrati dagli americani per perseguire i propri obiettivi espansionistici. In ogni caso non ci sono prove, di conseguenza quelle riportate rimangono parole sospese, soltanto opinioni di ex agenti rancorosi. Ah, se ci fosse almeno un indizio… (altro…)