Il Dono di Prometeo nel duomo laico della danza bolognese‏

Il settecentesco Oratorio di San Filippo Neri, in pieno centro di Bologna, è un luogo assai curioso. La struttura, opera di Alfonso Torreggiani, un architetto romagnolo tra i più caratteristici e prolifici del secolo, fu inaugurata nell’agosto 1733 dal cardinal Lambertini, allora arcivescovo di Bologna – il personaggio, nel giro di pochi anni assurto al soglio pontificio come Benedetto XIV, fu poi protagonista di una famosa commedia di Alfredo Testoni che l’italianista lituano Berenson definì “degna dello Shakespeare comico”. Forse la vocazione teatrale appartiene al luogo fin dalla consacrazione; certo quella militare gli va stretta infatti l’Oratorio diventa una caserma solo per brevissimo tempo sotto Napoleone, poi torna chiesa e lo resta finché non viene semidistrutto dal secondo bombardamento alleato sulla città, durante la Seconda guerra mondiale. Da allora, varie vicende di restauri e utilizzi disparati terminano quando la FondaIone del Monte lo ristruttura nel 1997, incapsulando le vecchie mura in un’armatura lignea.

Oggi, mentre mi preparo ad andare in scena su quel palco, mi accorgo di quanto l’effetto visivo di questa convivenza di barocco e semplici mattoni di cotto a vista sia strano: l’impressione è quella di trovarsi dentro ad un fotogramma in timelapse dei lavori di restauro, come in uno spaccato architettonico a tre dimensioni. Il non-finito risalta sugli stili antichi e moderni che s’intersecano. Ieri sera qui la Fondazione del Monte ha ospitato un lavoro di Amendola/Malorni, “l’Uomo nel diluvio”, che forse meriterà su queste pagine una trattazione più approfondita – se non altro per il fatto che negli ultimi due anni ha avuto un grande successo di critica.

Ma lo spettacolo che negli ultimi tempi si è maggiormente adattato al particolare carattere estetico del luogo penso sia stato quel “Prometeo” che vi avevo già citato in altre occasioni. Simona Bertozzi, in collaborazione con Nexus, è stata capace di creare una performance site specific che ha fatto della sala ospite una scenografia in tutto e per tutto concorde al respiro scenico. La danzatrice bolognese, accompagnata dalla freschezza di Stefania Tansini, un alter ego vent’anni più giovane, domina la scena con un’interpretazione impeccabile e sentita dalla qualità eccellente per precisione e pathos; le due donne confezionano e distruggono simmetrie sulle musiche ritmiche e ipnotiche di Francesco Giomi, ritmate dal battere dei piedi nudi sul palco d’assi. Sono gli automi ancelle di Efesto, dio del fuoco e per stasera anche Prometeo, nei loro vestiti da educande, neutri e grigi.

IMG_5946

Poi entra Aristide Rontini, un danzatore di grande bravura. Che sia fisicamente menomato non è un limite, così come la sua tecnica non va a compensazione del braccio che gli manca; è una capacità altra, quella del demone Prometeo, “colui che riflette prima”. Prima di esistere, prima di agire; colui che è pensoso, colui che è saggio, che è bello. Aristide non è al centro dell’attenzione, la forza di una presenza scenica come quella di Simona Bertozzi non lo permette; ma lo diventa pian piano, non in virtù di un’apparenza, o di un aspetto fisico, ma di un accuratissimo lavoro d’ensemble. Le due donne cambiano d’abito mentre Prometeo danza in assolo; ora sono i toni del bianco a celebrare l’arrivo della divinità, per quanto sia un dio monco e dalle parvenze di burattino.

Infine il Dono: un braccio che non c’è offre alla gioventù umana una fiamma di conoscenza, puntandogliela alla testa come una minaccia. Tansini è Kore, Bertozzi Demetra, in questo quadro di denso equilibrio e impareggiabile armonia dinamica. Ed entrambe scontano, nella ripetizione del gesto, una condanna che ha qualcosa di minaccioso, di invalidante; Prometeo trae forza dalla terra, dal palco, dalla scena e infine dalla danza delle sue serve/custodi/carceriere per riversarla sugli ultimi, sugli uomini, sul pubblico di questi estetizzanti ed evocativi quadri a trois.

IMG_5944

Prometeo ruba il fuoco, Heinrich Friedrich Füger, 1817

Tutto ciò, nella cornice di una chiesa sconsacrata che fu caserma e ora appartiene ad una banca, è qualcosa di divino. Uno spettacolo che si spera non finisca mai ma che si vuole già finito perché non se ne può sopportare la sua terribile portata, com’è per l’eruzione di un vulcano o un incendio, o tutti gli altri meravigliosi spettacoli di natura che Prometeo ci permise di osservare alla luce del suo fuoco sacro.

Giulio Bellotto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...