Gemme e Tempesta: l’elegia fragile

Forma bonum fragile est.
Ovidio

Molte differenze intercorrono tra i nostri tempi e quelli in cui questo verso fu composto ad opera di uno dei più grandi poeti della latinità che, non a caso, definisce i suoi componimenti elegiae flebilĭa carmina: i canti flebili del lamento. A differenza della sua controparte greca, più frequentemente di carattere mitico o eroico, l’elegia latina è un componimento intimo, delicato e naturalmente plasmato per essere bello, tanto che Quintiliano, l’illustre capostipite di tutti i critici letterari, ebbe a dire

elegia quoque Graecos provocamus (anche nell’elegia siamo al pari con i Greci).

E’ impossibile dire con precisione quanta della loro bellezza sia dovuta alla fragilità, anche emotiva, che traspare dall’io lirico di queste poesie; al di là delle questioni esegetiche e storiche, come sempre quando si parla di letteratura il giudizio ultimo appartiene alla sensibilità del lettore.
Personalmente trovo ancora più commovente che simili opere d’arte ci siano giunte attraverso i secoli grazie a rotoli di pergamena, fogli di carta, tavolette di legno incerato; supporti fragili, deperibili, del tutto inadeguati alla bellezza che custodiscono. Eppure oggi siamo ancora qui a leggere le elegie di Ovidio.

Nell’era del web è difficile immaginare che limiti fisici di questo genere possano condizionare anche solo un aspetto tutto sommato accessorio delle nostre vite come la letteratura, un lusso necessario la cui mancanza non mina però la nostra dignità di uomini.
Non ci capita mai di considerare i nostri corpi, inseriti a forza in un immaginario fatto di magrezza, attrezzi ginnici e chirurgia plastica, come a supporti inadeguati a contenere la nostra persona, il nostro io. Abbiamo tuttalpiù una sfumata consapevolezza della caducità del miraggio estetico trasmessoci dai media; evitiamo a tutti i costi di pensare che può venire improvvisamente a mancare anche la bellezza di compiere un gesto, mangiare, lavarsi, parlare. In fondo però sappiamo che è sufficiente un incidente d’auto, un ictus, una diagnosi infausta.
Simili pensieri sono ai margini del nostro cervello, ed è giusto così: non si può vivere preoccupandosi della vita.

Invece si dovrebbe vivere preoccupandosi della vita degli altri, per non lasciarli ai margini.
E’ così che si fa in zona 5 a Milano, dove la Cooperativa Sociale “I Percorsi” ONLUS si occupa di assistenza agli anziani e a persone affette da disabilità cognitive. Per sensibilizzare la cittadinanza verso il lavoro che svolge quotidianamente ha organizzato un importante momento di cultura e di condivisione in un territorio caratterizzato da forti sacche di disagio sociale ma anche da grandi opportunità di aggregazione.
Con queste premesse nasce il Festival teatrale Gemme e Tempesta – I Percorsi nei fiori, sentieri tra la fragilità e la bellezza, la cui inaugurazione si è svolta il 28 ottobre. Si tratta di una nuova realtà che si propone di portare in scena in una cornice d’eccezione, una serra urbana, alcuni dei grandi nomi del teatro italiano tra cui l’attrice Antonella Questa, la poetessa Mariangela Gualtieri, il Teatro dell’Orsa, la compagnia Carullo-Minasi, il duo Garlaschi&Sarchi.

Perciò, quando sono entrato nell’edificio della Serra Lorenzini in Via dei Missaglia 44, ho apprezzato l’ampiezza degli spazi, la cura dei volumi, i toni caldi del legno e soprattutto i colori e i profumi dei fiori che riempivano le sale; un luogo perfetto per allo scopo, dunque.
In realtà, molto di più. Solo dopo infatti mi sono fermato a riflettere sul significato simbolico e sul legame profondo che unisce la Cooperativa Sociale “I Percorsi” ONLUS a quello spazio dove già da tempo si organizzano tra le altre cose laboratori occupazionali per disabili acquisiti, persone che sono state toccate dalla vita nel modo più duro e si trovano dall’oggi al domani a non essere più indipendenti a causa di malattie degenerative o incidenti.
La scelta di dedicare a loro una rassegna teatrale ha un senso umano prima ancora che umanitario e sociale: sono cinque appuntamenti tra novembre e febbraio per ribadire che ciò che è bello ci riguarda tutti, anche quando è esposto al decadimento e rischia di appassire.
Un percorso tra i fiori ce lo può ricordare nel modo migliore e più delicato; l’esperienza teatrale ha invece la forza di muovere l’anima e il pensiero.

Dai tempi di Ovidio l’idea di bellezza è cambiata molte volte; sono sicuro che in questi mesi verrà detto qualcosa di nuovo e significativo al riguardo.
Magari ci avvicineremo un po’ a questo ideale, ma una cosa la voglio dire forte e chiaro: per me Gemme e Tempesta è già la più bella delle elegie.

Giulio Bellotto

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