Giorno: 11 novembre 2015

Una menzogna neoliberista

Il 10 Ottobre scorso sono scese in piazza, a Berlino, 150 mila persone nella più grande manifestazione degli ultimi vent’anni in Germania. Analoghe dimostrazioni pubbliche sono avvenute in Francia, Olanda e in quasi tutti i paesi scandinavi.
Una presa di coscienza collettiva che ha dell’incredibile, soprattutto se si pensa che si è svolta nei riguardi di un tema che in Italia è pressoché sconosciuto.
I manifestanti presenti a Berlino, perlopiù cittadini, ma provenienti da ogni parte della Germania, protestavano contro un progetto, attualmente in fase di negoziazione, da parte della Commissione Europea: Il TTIP.
Queste quattro lettere, che stanno per Transatlatic Trade and Investment Partnership, stanno dividendo non solo la Germania ma anche tutti i paesi nordeuropei.

Il TTIP è un accordo commerciale lanciato nel 2013 su proposta del Transatlantic Business Council, un gruppo lobbystico formato da settanta tra le più potenti multinazionali del mondo. Questo accordo permetterebbe la creazione di una zona economica unica tra Europa e Stati Uniti, un mercato comune per le imprese di entrambi i continenti.
I negoziati tra Bruxelles e Washington, avviati da tempo, sono stati rallentati dalle vibranti proteste di gruppi ambientalisti territoriali ed internazionali, associazioni in difesa dei consumatori, giuristi e politici locali che vedono in questo accordo non solo una seria minaccia per la tutela dei consumatori e per gli standard qualitativi dei prodotti europei, ma soprattutto un pericoloso tentativo di erosione dei processi decisionali democratici.

I detrattori del TTIP ritengono che, dietro la maschera della crescita economica, si nasconda la volontà di indebolire i processi di controllo sulla qualità dei prodotti e favorire la produzione in larga scala, soprattutto in ambito agroalimentare. Tutto ciò ad ovvio vantaggio delle multinazionali.
Se il TTIP diventasse realtà le leggi in materia di agricoltura ed allevamento, molto più rigide in Europa che negli Stati Uniti, diverrebbero un peso notevole per i produttori del Vecchio Continente. Per fare un esempio: la maggior parte delle galline in Europa è allevata “a terra”, per ottenere la certificazione di allevamento “a terra” in Europa è necessario che non vi siano più di nove galline per metro quadrato. Negli Stati uniti invece il 95% delle galline è allevato nelle tradizionali batterie, dove per ciascun metro quadrato ci sono ventitré galline. Va da sé che i prodotti europei non sarebbero più concorrenziali.
Le differenze non si esauriscono certo qui. Gli standard igienico-sanitari a tutela della salute dei consumatori sono molto diversi in quasi tutti i comparti agroalimentari. I coltivatori americani possono usare pesticidi che sono severamente vietati in Europa, così come al bestiame allevato negli Stati Uniti sono spesso somministrati ormoni per accelerarne la crescita, altra pratica rigorosamente proibita nel nostro continente.

Questo ed altri punti, che hanno fatto insorgere le associazioni ambientaliste e quelle a tutela dei consumatori, non sono, peraltro, neanche i più critici del trattato.
Assai più delicata è la proposta, attualmente sul tavolo delle trattative, di creare un meccanismo di risoluzione delle controversie che eventualmente potrebbero sorgere tra un’impresa e uno stato firmatario. In sostanza ogni volta che un paese aderente al TTIP dovesse adottare una legge a tutela dei consumatori o della salute pubblica che la tal multinazionale ritenesse pregiudizievole per i propri interessi, questa sarebbe legittimata a citare lo stato davanti ad un tribunale arbitrale. Con la ovvia conseguenza che i governi ci penserebbero non due ma quattro volte prima di approvare una legge che potrebbe esporli ad un contenzioso da miliardi di euro (per intenderci quando il governo australiano ha deciso di stampare sui pacchetti di sigarette avvertimenti circa la dannosità del fumo, la Philipp Morris Asia gli ha fatto causa per circa otto miliardi di dollari innanzi ad un tribunale arbitrale).
La tutela arbitrale si differenzia da quella giurisdizionale perché prevede che la controversia sia decisa da tre giudici: uno scelto dalla multinazionale, uno dallo stato e il terzo selezionato dai primi due giudici, con le ovvie carenze di imparzialità e terzietà che ne conseguono.
Tale meccanismo sarebbe un nuovo e potentissimo strumento, nelle mani delle grandi holding, per indirizzare le scelte politiche delle varie amministrazioni nazionali. Tutto ciò potrebbe portare ad un gravissimo vulnus democratico e potrebbe rivelarsi un clamoroso assist ai grandi gruppi imprenditoriali a scapito della tutela della gente comune. Per questo l’ex direttore di Greenpeace Germania Thilo Bode ha definito il TTIP “una menzogna neoliberista”.TTIP-2-594x330 (altro…)