Il villaggio di Pescatori di Scarabottolo all’Affiche

È il 29 ottobre, l’orologio punta 18.30 e, in mezzo al fragore dei partecipanti, si staglia sul muro, candida, la proiezione di un uomo con in testa un pesce. Siamo alla galleria L’Affiche di Milano e il pescatore, alto sei metri, è solo la parvenza dell’entità in ferro che fino a pochi giorni fa dominava il cluster Isole, Mare e Cibo di EXPO.

Partendo da questo monumento, spesso pochi millimetri, Scarabottolo anima lo spazio della galleria rendendolo un piccolo villaggio di pescatori gaudenti, al quale si accede osservando per il corridoio un acquario di ferro. La mostra “Wish”, nel suo essere manifestazione di un esercito degli umili, concilia l’interesse dell’illustratore per il design, espresso nella serie di disegni delle sedie antropomorfiche, veri esercizi di stile sul tema, e quella che lo stesso autore ha definito nel suo Elogio della Pigrizia come la “riposante disciplina della sintesi”.wish

Se è vero che l’illustratore ha “esorcizzato apotropaicamente lo scarabocchio”, come afferma Jean Blanchaert nel suo libello sull’artista, è altrettanto vero che lo stesso Scarabottolo ha esorcizzato con il suo uomo anche la pesantezza delle diverse condizioni esistenziali. Quel suo tratto, genuino e distrattamente onirico, che l’ha portato a divenire il grafico editoriale della casa editrice Guanda e ad affermarsi come uno dei più apprezzati illustratori contemporanei a livello internazionale, ha da sempre associato la profondità con il gioco.
Nell’universo di Scarabottolo non ci sono conflitti, tutto sembra sospeso in una condizione eterea, nella quale solo il pensiero, il sogno e la riflessione finiscono per pervadere il muto paesaggio.
È il silenzio meditativo la vera aura che le illustrazioni dell’artista cercano di condensare, quell’ecosistema perfetto per il pittore-pigro che vede in questa sua qualità e nella consapevolezz
a della medesima una via di fuga verso sentieri non battuti dalla febbre della città moderna.

E così i savii pescatori di “Wish” stanno in piedi, tenendo in equilibrio sul capo il risultato del loro quotidiano lavoro. Retti su spalti minimalisti, osservano le variazioni di una sedia animata da differenti pulsioni di personalità.
L’esotico che entra a Milano nel suo momento di apertura culturale risuona in modo così dolce, e ferisce per la sua atavica leggerezza.
D’altronde, Scarabottolo ha sempre tentato di fuggire dal giogo di una teoria castrante, volendo conferire autonomia ai suoi lavori, alla sua immaginazione e, soprattutto, al pubblico.
Come scrisse nella sua presentazione per la mostra di Francesco Bocchini L’estro della pecora. Appunti per un repertorio del desiderio, sempre presso l’Affiche nel dicembre 2014:

“Avete bisogno che vi fornisca una interpretazione autentica dei lavori che state guardando, che ve ne sveli il significato? Sarebbe come, che so, incarcerarli, imbalsamarli.
Non sapete che avete il diritto di attribuire a un’opera i significati che vorrete, nei diversi momenti della vita, perché il senso di un’opera è solo nella relazione tra essa e voi?”

E allora si è introdotti in questo ambiente dalle flebile voce di Scarabottolo, Bau per gli amici fin dalle medie, proprio per questa su caratteristica fonetica. Il cullante silenzio dell’opera, il poetico mutismo dei pescatori schierati richiamano quella frase che l’artista aveva utilizzato: “i miei lavori sono più da ascoltare che da guardare”.

La mostra prosegue fino al 21 novembre, alla Galleria l’Affiche di via unione 6, martedì-sabato, dalle 16.00 alle 19.00.

Bernardo Follini

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