Storia di un animale umano, e non

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Immaginiamo una passeggiata nella campagna russa, siamo nel 1885, eccoci come uno strato di foglie variopinte schiacciato dal peso di passi e di parole, come se fossimo testimoni invisibili.

Sentite Lev Nikolaevič, una volta voi dovete essere stato un cavallo

E’ la voce di Turgenev rivolta a Lev Tolstoj, così immerso nello scrutare una cavalla e nell’immedesimarsi in essa, cercando con entusiasmo di convincere l’amico a fare lo stesso. Infatti i cavalli erano sempre stati animali che avevano suscitato in Tolstoj grande interesse, inizialmente da cavaliere e cacciatore, successivamente in quanto rappresentanti di una specie di animali d’affezione che si diversificavano da quelli selvatici. Questa la premessa al romanzo che verrà pubblicato nel 1886 intitolato “Cholstomèr, storia di un cavallo”.
Il racconto prende spunto dalla storia vera del cavallo Muzik I, animale molto celebre nella Russia di quell’epoca, caratterizzato da un manto marrone cosparso di macchie bianche e da una spiccata velocità nella corsa, avendo esso infatti una falcata molto ampia; da questo deriva il suo nome “Cholstomér” che significa nella lingua russa “misura-tela”¹ gesto di chi misuri una pezza di tela aprendo le braccia. Tolstoj realizza un romanzo capace di portarci ad aprire una porta sul mondo interiore ed esteriore, dipinto dalle sensazioni del suo protagonista, il cavallo.

Autore: Plastov, Arkadij Aleksandrovič (1893-1972) Titolo: Cholstomer obgonjaet Lebedja Titolo opera: Cholstomer supera il cigno. Data cartolina: 1953

Autore: Plastov, Arkadij Aleksandrovič (1893-1972) Titolo: Cholstomer obgonjaet Lebedja Titolo opera: Cholstomer supera il cigno. Data cartolina: 1953

Il romanzo è strutturato su undici brevi capitoli che tracciano le linee del paesaggio in cui ci troviamo ad ascoltare la storia di uno strano personaggio, a cui verrà data la parola per la maggior parte dei cinque capitoli centrali, Cholstomèr.  L’autore in uno spazio delimitato e sezionato con maestrìa insuperabile riesce a collegare un sistema di idee e di fatti in modo organico e compatto, difficilmente destrutturabile, basato su richiami, coerenza e ciò che possiamo chiamare la “sprezzatura”².

Il cavallo, dunque, con linguaggio umano, racconta ai suoi compagni non umani di scuderia la sua vita, improntata da questa umanità così presente e così poco riconosciuta, dimostrandosi portatore di verità riguardo alla natura intrinseca dell’uomo, la meschinità, la crudeltà e la sua molle inerzia ai vizi, nascondendo sotto la sua maschera il volto dell’autore.
La vita di questo animale è determinata sin dalla nascita dalle sue caratteristiche fisiche, ancorate a quelle etichette tipiche dell’essere umano, le parole, che ne decidono il destino, che ne tracciano le possibilità, come se fossero una profezia:

Quando nacqui, io non sapevo cosa volesse dire pezzato, pensavo soltanto di essere un cavallo”. “Ma da chi ha preso questo mostro?” disse lui “il generale non lo terrà mai nell’allevamento, Eh Baba mi ha deluso”.

Il racconto di Cholstomér inizia nel momento in cui egli si sente in dovere di spiegare al lettore il motivo del suo isolamento, tracciato dal narratore extradiegetico e onnisciente che ha presentato la situazione fino a quel momento, e ai suoi compagni cavalli che lo tormentano  emarginandolo e tormentandolo. Esordisce con la specificazione della sua dinastia sconosciuta ai più, nonostante la notorietà di questo cavallo “introvabile”, come per trovare un motivo lecito per proseguire la narrazione, per poi descrivere, notte dopo notte in un’atmosfera quasi sacrale, i passaggi e gli accadimenti della sua vita, di cui il leitmotiv è l’ingiustizia. Questa ingiustizia la conosciamo tutti noi nella realtà di tutti i giorni perché è radicata alla condizione di ogni essere vivente, la relazione con gli altri, resa particolarmente difficile nel suo caso, sia con gli animali umani sia con quelli non umani, analizzati da una prospettiva indagatrice che non si limita ad osservare ma che radica nello sguardo un pensiero profondo. Cholstomèr arriverà al fondo dell’incoerenza umana, ovvero alla natura di quella “strana specie di animali” a cui è strettamente legato, che manifesta la sua meschinità attraverso il linguaggio; torna spesso su questo tema, interrogandosi, osservando, annotando fino allo scioglimento di tale quesito.

Le parole: il mio cavallo, riferite a me, un cavallo vivo, mi sembravano così strane, come le parole la mia terra, la mia aria, la mia acqua. Ma queste parole ebbero su di me un’enorme influenza. Io pensavo di continuo a questo e soltanto molto più tardi, dopo i rapporti più diversi con gli uomini capii, finalmente, il significato che questi attribuiscono a tali strane parole. Il loro significato è il seguente: gli uomini si lasciano guidare nella vita non dai fatti ma dalle parole. Amano non tanto la possibilità di fare o non fare qualche cosa, quanto la possibilità di dire su varie cose certe parole convenute. Molte persone, per esempio, mi chiamavano il loro cavallo, non mi cavalcavano, ma mi cavalcano tutt’altre persone estranee. Ci sono persone che nella loro vita cercano di fare non quello che ritengono buono, ma di fare proprio il maggior numero di cose possibili. Ora sono convinto che consiste proprio in questo la vera differenza fra gli uomini e noi”… l’attività degli uomini, per lo meno di quelli con cui sono stato in rapporto, è guidata dalle parole, la nostra invece dall’azione.

La grande differenza che Cholstomér individua si collega anche ad un altro pensiero, quello della libertà. Al contrario di un uomo, un cavallo difficilmente sarà posto davanti alla consapevolezza della scelta, o messo davanti ad un bivio o ad una strada diramata, ma si ritroverà a vivere abbracciando la libertà d’arbitrio che noi uomini spesso non crediamo neppure di possedere, quella che gli stoici avevano intrappolato in questo quadretto: un cane attaccato ad un carro che decide di seguire il carro, piuttosto che farsi trascinare spezzandosi i legamenti, mangiando la polvere e il fango e consumandosi le zampe.

Il tema della meschinità umana non è il solo che Tolstoj delinea con prodezza, infatti Cholstomèr non è solo un cavallo, ma è anche un reietto, un soggetto non accettato dalla comunità, un individuo non appartenente né alla specie umana né a quella animale. Non casualmente Tolstoj affida a lui la narrazione di questa storia. Questo fatto a mio avviso nasce strettamente legato all’espediente narrativo grazie al quale l’autore riesce a presentare il romanzo con organicità e semplicità, portandoci all’empatia nei confronti dell’animale, facendoci rimanere fedeli alla storia, senza doverci porre dubbi di realismo sui fatti narrati o sulla credibilità di una storia narrata da un animale non umano dotato di pensiero e di espressione umana: la tecnica narrativa dello straniamento. Questa tecnica viene utilizzata spesso nell’universo letterario russo e non; in Tolstoj, come ricorda il formalista russo Viktor Sklovskij nel saggio “L’arte come procedimento, consiste nel fatto che non chiama l’oggetto col suo nome, ma lo descrive come se lo vedesse per la prima volta, e l’avvenimento come se accadesse per la prima volta; per cui adopera nella descrizione dell’oggetto non le denominazioni abituali delle sue parti, bensì quelle delle parti corrispondenti in altri oggetti. Ad esempio mi pare molto evidente in questo breve passaggio tratto dall’ultimo capitolo “Sentì dolore, ebbe un tremito, agitò una zampa; ma si trattenne e cominciò ad attendere ciò che doveva succedere poi… Dopo successe che qualcosa di liquido gli colò giù, come un fiotto, sul collo e sul torace. Sospirò con tutte le costole. E si sentì leggero, molto più leggero. Tutta la pesantezza della sua vita divenne meno gravosa. Ecco la morte di Cholstomèr, descritta attraverso la sensazione e non il concetto”.

Vorrei concludere il mio primo articolo prendendo le basi teoriche e le così lontane e astratte tecniche narrative per immergerle nella nostra realtà di tutti i giorni. Viviamo in un sistema di relazioni, ciò che siamo noi si declina in un labirinto di specchi, nei quali possiamo vederci o non vederci, nei quali vediamo gli altri o siamo visti, il punto di vista di cholstomer o di un qualsiasi testimone alienato, straniato quello di colui che nascosto, di colui che tace, che brama,che soffre e che vede, colui che è escluso, che non può fare altro che raccontare, o desumere e riassumere, colui che è inutile ai fini della storia ma che si rende il miglior narratore. Il punto di vista di colui che trova come unica compagna la solitudine della passione che non può bruciare di entusiasmo perché non condivisibile.

¹ Nella traduzione italiana del libro troviamo spesso la resa in “Passolungo”, variante più efficace ed espressiva nell’immediatezza della comprensione.

² Termine preso da il Cortegiano di Baldassar de Castiglione “Trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcun altra: e cioè fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi…”

Francesca  Proni

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