Non essere cattivo: Il film postumo di Claudio Caligari

Claudio Caligari riuscì ad arrivare a fine montaggio ma sfortunatamente non a vederlo presentato alla 72esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed in concorso agli Oscar a causa del suo decesso avvenuto a maggio di quest’anno.
La trama si basa sull’amicizia tra due ragazzi, Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), dell’hinterland romano. La loro vita scorre tra droghe sintetiche, spacci e furti. Vittorio dopo una simil overdose prende le distanze da questa vita, incontra Linda (Roberta Mattei) e trova un lavoro in cantiere. Cesare continua a sprofondare, aiutando a stento sua nonna e sua nipote malata di AIDS, ma grazie a Vittorio riesce a riassestarsi adottando uno stile di vita simile a qust’ultimo. Si fidanza con Viviana (Silvia d’Amico), ex di Vittorio, e trova un lavoro anche lui come manovale. Il richiamo della strada infine sarà la malasorte del protagonista.
Una narrazione che parte dai bassifondi e porta alla luce una realtà crudele analizzata meticolosamente. Non tralascia nulla e ci porta per mano in luoghi dimenticati da Dio. Lo fa con Non essere cattivo come lo fece con Amore tossico, suo primo lungometraggio dopo sei documentari.
Caligari inizia il film autocitandosi, riprendendo la scena iniziale di Amore tossico, ricopiando l’incontro tra i due protagonisti, sul pontile di Ostia, che fanno scaturire un litigio a partire da un gelato. Le discussioni proseguono avendo come punto in comune la droga, il primo quella sintetica, il secondo quella oppiacea. Sono le storie romanzate di un’indagine sia sociologica che antropologica che segue l’evoluzione generazionale nell’utilizzo delle droghe. Amore tossico, di impronta più neorealistica dovuta al fatto che gli attori furono tutti degli ex o attuali tossicodipendenti, viene ambientato negli anni ’80 quando era ancora altamente in circolo l’utilizzo dell’eroina. Non essere cattivo, diversamente, riflette il movimento degli anni ’90 dove con l’avvento più massiccio della musica elettronica unito ad altri fattori ha dato moto all’utilizzo di droghe sintetiche. Sono due film che rispecchiano due epoche, due decenni diversi; lo fanno entrambi con sincerità, con la voce del popolo, con le parole e le parolacce di chi vive la vita della periferia. E se Amore tossico ha un’impronta più pasoliniana, Non essere cattivo, anche se in una singola scena, riprende in un’allucinazione di Vittorio il più caratteristico dei circhi di Fellini.
L’ultimo di Caligari ha in più una certa lucidità che lo ha portato a sviluppare un film che riflette a posteriori, con una maggior maturità tecnica, sul degrado di una realtà che è stata vista e rivista più volte al cinema. Ciò che lo contraddistingue è la sincerità con cui porta sullo schermo questa storia fatta di sogni di riscatto che obbligano lo spettatore a oscillare tra l’essere giudizioso e il compassionevole.
Allo stesso tempo come scrive Paolo Mereghetti “il film riesce a evitare un registro troppo naturalistico, fermandosi sempre un attimo prima di cadere nel compiacimento effettistico: un sorriso o una battuta risolvono le situazioni più tragiche mentre la farsa trascolora a sorpresa nella crudezza e nel dolore”.
La recitazione dei quattro attori è sorprendente in quanto dotata di una naturalezza disarmante. La veridicità del linguaggio romanesco fa in modo che ci si possa immergere fino in fondo in una realtà che non lascia vie di scampo a coloro che la vivono. In particolare la recitazione di Marinelli è da pelle d’oca.
È un film completo, uno dei più belli del cinema italiano degli ultimi anni, che fa rabbia per quanto poco successo abbia riscosso al botteghino, solo 85.000€ al week end d’esordio. E poi ci chiediamo ancora perché i cinema sono sempre di meno (vedi Apollo e Odeon).
Così Non essere cattivo si ritrova a competere per la statuetta d’oro con L’ultimo lupo di J.J. Annaud (per la Cina), Mustang opera prima del turco Deniz Gamze Ergüven (per la Francia), l’ultimo della trilogia esistenzialista dello svedese Roy Andersson con Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (Leone d’Oro a Venezia 2014), Son of Saul dell’ungherese László Nemes (Grand Prix a Cannes 2015) ed infine The Brand New Testament di Jaco Van Dormael (per il Belgio). E un po’ patriotticamente urliamo “forza Caligari” che se vinci la gente almeno andrà a vederselo, un po’ come successe con La grande bellezza quando magicamente tutti gli italiani divennero cinefili e/o critici cinematografici.

Giovanni Busnach

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