Suburra: Sollima e il Grande Schermo

Sfruttando l’offerta dei cinema a 3 Euro, la settimana scorsa ho visto molti film appena usciti.
Tra questi Suburra.
Premetto che sono un fan delle serie dirette da Sollima. Sia Romanzo Criminale sia Gomorra che mi sono piaciute moltissimo, ed anzi aspetto impazientemente la seconda stagione di quest’ultima.
Tuttavia già per il suo primo film, ACAB, avevo storto il naso.
Per quanto Suburra non possa essere paragonato ad ACAB, rimango comunque dell’idea che Sollima debba concentrarsi sul piccolo schermo, dove è oggettivamente bravissimo, meno per le opere cinematografiche.

Il film narra l’intreccio tra un politico corrotto e vari clan malavitosi (chiaro il riferimento alle recenti vicende romane e ai Casamonica) dove sono naturalmente presenti le tradizionali ed immancabili figure del vecchio capoclan, che tutti temono, e del giovane con la testa calda che ha ereditato l’impero dal padre, ed il banchetto di soldi e potere, in cui rimangono impigliati, come pesci nella rete, vari altri personaggi … uno fra tutti un ragazzo della Roma bene, che deve pagare dei debiti del padre che si è appena suicidato.
Tutto gira intorno ad un affare per trasformare Ostia in un nuova Las Vegas e Sollima ci piazza dentro non solo le elezioni truccate in parlamento per far approvare le leggi, ma anche il crollo del governo nel 2011 e l’abdicazione di Ratzinger (totalmente fuori contesto, voleva forse un po’ scimmiottare “Il Divo” e parlare dei giochi di potere? … Secondo me non ci è riuscito).
Per quanto riguarda la messa in scena ho poco da dire, molto simile a quella di Gomorra … le scene di pura violenza sono d’impatto e senza dubbio l’attenzione durante tutto il film (più di due ore) non cala, mai.
Quello che però il film manca di suscitare è il senso di distacco e di presa di distanza dalle vicende narrate.
Noto sempre nei lavori di Sollima una patina che divide lo spettatore e l’opera, patina che in un progetto del genere non deve esserci, bisogna che lo spettatore sia calato pienamente dentro il crimine per respirarne la puzza e provarne il disgusto.
Mi viene da fare ovvi riferimenti a due film italiani, che trattano lo stesso argomento, ma che hanno a mio avviso avuto un approccio più meditato sul tema: sto parlando di Gomorra di Matteo Garrone e Anime Nere di Francesco Munzi.
Entrambi i film sono fonte di riflessione, creano vuoto e sbigottimento nelle coscienze … cosa che non mi è accaduto col film di Sollima, il quale sembra più attento a sottolineare la pericolosità e mitizzare i propri personaggi (un po’ come accaduto per il Libanese e il Dandi di Romanzo Criminale la serie), arrivando più volte a toccare punti di “tamarraggine” assoluta, che non a lasciare nello spettatore quel senso di rifiuto che, invece, stando sempre a Sollima, pervade lo spettatore, ad esempio, della serie televisiva Gomorra.
Il regista dunque si rivela incapace di gestire la durata e la narrazione di un lungometraggio; se è molto bravo nel “lungo periodo” con le serie televisive, quando si affaccia a progetti che iniziano e si concludono nel giro di due ore, non riesce a sviluppare gli eventi della trama nella stessa maniera di Gomorra e Romanzo Criminale.
L’intreccio c’è, resta però un film montato attorno ad alcune scene a sé stanti, sulle quali Sollima fa girare la trama riempiendola a volte in modo spiccio (solo così si spiegano molti passaggi chiave che rientrano nella categoria dei “nonsense”, affrettati e poco pensati, e altri che sono totalmente scene “filler”).

Tommaso Frangini

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