Erri De Luca e il ritorno dell’intellettuale engagé

Erri De Luca è stato assolto. Il verdetto, pronunciato all’una di oggi dal giudice Immacolata Iadeluca del Tribunale di Torino, sembra chiudere una questione che negli scorsi mesi è diventata terreno di scontro tra legalisti e simpatizzanti no-tav, generando non poche preoccupazioni riguardo al grado di libertà di stampa in Italia, appelli internazionali e infinite discussioni salottiere. L’accusa rivolta allo scrittore, del quale la Procura di Torino richiedeva 8 mesi di reclusione, era di istigazione a delinquere. Le frasi contestate, a favore dei sabotaggi contro la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione, facevano parte di un’intervista rilasciata da De Luca all’Huffington Post nel 2013; per la giuria, il fatto non sussiste.

Dal momento che la notizia sta facendo in queste ore il giro del web non sento il bisogno di esprimere anche io un parere in merito alla faccenda, per cui questo verdetto non rappresenta certo un punto di svolta considerate le numerose simpatie di cui De Luca gode all’interno degli ambienti torinesi. È invece curioso osservare come in seguito al processo l’attenzione del pubblico nazionale si sia spostata dalle rivendicazioni dei no-tav al discorso di De Luca in sé, che pure intendeva avallare quel punto di vista. Quelle parole si sono rivelate un meraviglioso distrattore, così che ormai si parla più di De Luca e della libertà di stampa – un concetto astratto su cui è facile scivolare e ritrovarsi a trattare del nulla – che della miope devastazione portata dalla tav in Val di Susa. Esattamente come nel caso della foto del piccolo migrante morto sulla spiaggia, in cui la discussione si era rapidamente spostata dalla tragedia dell’esodo siriano ai limiti della libertà di informare mostrando immagini crude e sgradevoli, ci troviamo di fronte all’ennesimo MacGuffin mediatico. Preso atto di questo, voltiamo pagina e andiamo avanti.

Leggendo la notizia dell’assoluzione, ad avermi colpito di più è stata l’espressione con cui i pubblici ministeri Andrea Padalino e Antonio Rinaud sostenevano il loro impianto accusatorio. Secondo i pm, De Luca “con la forza delle sue parole ha incitato a commettere reati”.
Che i reati potenzialmente riconducibili a De Luca rientrino o meno nell’ambito della “resistenza non violenta”, come sostenuto da alcuni commentatori, e che questa forma di protesta sia lecita o illecita è un argomento piuttosto specioso che secondo me poco ha a che vedere con la questione legale – molto di più con l’effettiva azione dei gruppi no-tav, ma abbiamo già detto che questa è un’altra faccenda. La parte interessante è piuttosto che la magistratura riconosca la “forza” insita nelle parole di un personaggio come De Luca, che pure con tutti i suoi limiti di scrittore non si potrebbe definire altrimenti che come un “intellettuale”.

Intellettuale: sostantivo maschile e femminile. Persona fornita di una buona cultura o cultore di studi, spec. in quanto ritenuto capace di esercitare una profonda influenza nell’ambito di un’organizzazione politica o di un indirizzo ideologico.

Di questi tempi, è vero, si è molto stemperata la distinzione tra intellettuali e personaggi pubblici di altro genere, protagonisti televisivi, stelle cinematografiche e stellette varie, politici e personaggi di costume o di malaffare. Tuttavia figure di questo genere, per quanto rare, hanno ancora una vasta risonanza nella società civile; questa vicenda giudiziaria ne è la prova. Perciò anche se con “Io so i nomi” si è spento l’eco dell’ultimo j’accuse lanciato in Italia da un intellettuale, quel Pasolini di cui tra pochi giorni ricorreranno i 40 anni dalla morte, io brindo al ritorno della razza scomoda dell’uomo di cultura engagé, profetizzato in tempi lontani da Gramsci, incarnato in tempi bui da Vittorini e ora rinato nei panni allampanati di Erri De Luca.

Giulio Bellotto

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