“Breve” storia del presidio NoBorders di Ventimiglia -WE ARE NOT GOING BACK

Il presidio “permanente” NoBorders di Ventimiglia è nato l’11 giugno, qualche giorno dopo la decisione del governo francese di chiudere la frontiera con l’Italia: il trattato di Schengen era stato infatti sospeso a causa del G7 tenutosi in Germania dal 6 all’ 8 giugno.

Un gruppo di migranti bloccati alla frontiera bassa (Ponte di San Ludovico) ha spontaneamente deciso di occupare e dormire sugli ultimi metri di scogliera italiana in segno di protesta, sventolando cartelli con la scritta WE ARE NOT GOING BACK, divenuto poi il motto del presidio. Lo stato italiano ha velocemente provveduto con lo sgombero obbligando i migranti (tra loro molte donne e bambini) a salire con la forza su un autobus della Croce Rossa (complice di questo scempio). La straziante resistenza dei migranti è stata documentata dai molti giornalisti e le immagini hanno riempito i giornali italiani. Unico momento di notorietà prima dell’oblio.
Da allora si sono mosse molteplici reti di solidarietà da diversi territori (prevalentemente Italia e Francia ma anche altri paesi europei) che si sono organizzate per procurare cibo, coperte, prodotti per l’igiene personale ma soprattutto accoglienza, solidarietà, aiuto.
Gli attivisti che sono passati al presidio arrivano da città e realtà molto diverse, ma sono tutti accomunati dall’esigenza di opporsi alle logiche di potere discriminatorie per rivendicare il diritto alla libertà di circolazione/mobilità attraverso la riapertura delle frontiere e dall’ormai non più scontato sentimento di umanità. Scrivendo “non più scontato” penso al sindaco di Ventimiglia che nei primi giorni ha emanato un’ordinanza (unica in Europa) che vieta la possibilità di portare cibo e bevande ai migranti.
Dopo poco tempo è stata presa la decisione, da parte dei migranti rimasti e degli attivisti giunti al loro fianco, di spostarsi accanto agli scogli, sempre a pochi metri dalla frontiera bassa, nella “pineta” ribattezzata dagli abitanti del presidio “La Bolla” (titolo della graphic novel di Emanuele Giacopetti sul presidio).
Col tempo è stato costruito un laboratorio permanente di convivenza e assistenza reciproca, dotato di materassi, tende, coperte, impianto idraulico, mensa comune ed elettricità. Nonostante i giornali abbiano parlato di “campeggiatori”, come se attivisti e migranti fossero a Ventimiglia in vacanza, il presidio è stato concepito fin dall’inizio come un luogo di transito, dove i rifugiati avrebbero trovato, fosse anche solo per un giorno, un po’ di riposo, pace e tranquillità, prima di riprendere il loro tragico e lunghissimo cammino.
Lo scopo del presidio è sempre stato quello di accogliere e sostenere i ragazzi in viaggio, ma soprattutto quello di dare informazioni legali utili sulle politiche di frontiera, su come funziona la domanda d’asilo o cosa sono e cosa prevedono il trattato di Dublino e quello di Chambery.
massa2Al presidio migranti e solidali hanno vissuto insieme e insieme hanno combattuto la violenza del confine. Molte erano le attività che si svolgevano nella quotidianità del campo:
-lezioni di lingua: prevalentemente inglese e francese (i migranti che si trovano a Ventimiglia sono infatti interessati a chiedere l’asilo in Francia e Inghilterra) ma anche italiano e arabo (lezioni tenute dai migranti per i solidali)
-giochi, musica e sport (calcio, pallavolo, calcetto balilla, slackline) e molti altri.
-riunioni (tenute in italiano-inglese-arabo-francese) durante le quali ciascuno aveva la possibilità di esprimere la propria opinione e durante le quali si prendevano decisioni sulla vita e l’organizzazione del campo e su nuove attività da promuovere (ad es. concerti davanti alla frontiera). Ma soprattutto si ricevevano informazioni importanti che, per quanto fondamentali per i migranti, non vengono fornite al momento dell’arrivo a Lampedusa.
-workshops: sono stati invitati giornalisti, musicisti, artisti di vario genere, che ci hanno intrattenuto con discorsi, esibizioni, concerti e balli a cui tutti abbiamo partecipato.
-manifestazioni: ogni settimana il presidio manifestava davanti alla frontiera contro gli abusi della polizia di confine e le violente pratiche di respingimento. Le modalità sono state diverse e venivano discusse insieme ai migranti durante le lunghissime riunioni pomeridiane.
-Monitoraggio della situazione degli arrivi in stazione, dei controlli sui treni, degli abusi da parte della polizia francese e italiana.
Rastrellamenti, fermi, detenzioni estenuanti sono all’ordine del giorno sulla frontiera franco-italiana. Quotidianamente alla stazione di Mentone molte persone vengono fatte scendere dai treni e deportate alla stazione di polizia di Frontiera (Paf) (senza che il loro biglietto venga rimborsato).
Qui attendono per ore, chiuse in containers, senza ricevere informazioni, né acqua né cibo. Dopo queste ore di terrorismo psicologico attraverso il quale la polizia francese si illude di far desistere i migranti dal continuare verso le loro mete, li respingono in Italia, dando luogo ad un assurdo “ping-pong” umano nel quale né la Francia né l’Italia prende le impronte e procede all’identificazione dei migranti perché se lo facesse dovrebbe poi assumersene la responsabilità.
Preferiscono giocare a ping-pong.
I migranti restano alcuni giorni in Italia e poi tentano nuovamente di passare il confine.
Riporto ora alcune parole del “Comunicato dei migranti” pubblicato dal presidio sul suo blog, scritto da ragazzi sudanesi (in arabo) ma anche tradotto in italiano, francese e inglese dagli attivisti europei:

“Quel che accade alla frontiera francese è solo una parte di un percorso ad ostacoli che inizia sulle coste del Mediterraneo, dove sin da subito il mito dell’Europa “terra dei diritti” svela il suo volto ipocrita e repressivo. Dov’è la libertà di cui l’Europa si fa vanto quando innalza barriere di filo spinato e indifferenza? Quale attenzione ai diritti umani se la risposta alla domanda d’asilo è il respingimento? Fuggiamo dai campi profughi del nostro paese, nel quale ci viene negata la libertà di movimento, per approdare in un’Europa che ci riserva lo stesso trattamento.
La maggior parte di noi fugge dal Sudan, paese lacerato da una guerra civile, in cui dittatori corrotti hanno fomentato conflitti tra etnie, dividendo così la popolazione e perpetuando nei loro abusi di potere. In Sudan un partito unico governa da 26 anni; il diritto all’istruzione, alla sanità e ad una vita degna è garantito solo ad una piccola élite. Ogni forma di dissenso è duramente repressa, ma anche la quotidianità è pervasa dal terrore. Rapimenti, carcere, torture, stupri sono gli strumenti di cui il governo si serve per esercitare il controllo ed arginare ogni forma di opposizione.
Anche in Eritrea si vive nella paura costante dei mercenari armati del governo, che obbliga alla leva militare sin dai 14 anni. La nostra storia è comune a tante altre persone, africane e non, che vedono nell’Europa un rifugio sicuro e la garanzia di una vita degna. Invece, con il suo silenzio complice, l’Europa non solo alimenta e asseconda regimi dittatoriali corrotti nei nostri paesi d’origine, ma chiude le porte a chi da questi regimi cerca di fuggire. Ed è a quest’Europa che, dal presidio No Borders di Ventimiglia, chiediamo:
-l’immediata apertura della frontiera franco-italiana e la libera circolazione all’interno degli stati europei anche per chi non è cittadino comunitario. Perché i cittadini europei possono circolare liberamente nei nostri paesi, mentre noi qui incontriamo solo confini invalicabili?
– agli stati europei di ammettere le loro responsabilità coloniali nell’aver reso l’Africa un campo di battaglia per lotte intestine favorite da leaders corrotti e facciamo appello all’opinione pubblica affinché faccia pressione sui propri governi per porre fine al suo silenzio e smetterla di alimentare con armi e finanziamenti regimi dittatoriali.
– la revisione del trattato di Dublino III che vincola la domanda di asilo al paese di arrivo, in cui spesso veniamo costretti anche con la forza a rilasciare le impronte digitali. Molti di noi hanno parenti ed amici in paesi che questa legislazione ci impedisce di raggiungere.
– il rispetto del trattato di Ginevra e la garanzia che ci vengano riconosciuti quei diritti di cui l’Europa si fa portavoce.
– chiediamo ai governi europei, dal momento che fanno continuamente appello alla tanto
decantata “legalità” di rispondere del trattamento violento e repressivo che la polizia ci riserva: sono “legali” le identificazioni forzate, i maltrattamenti? Sono legali le minacce, le percosse della polizia? È legale il continuo processo di criminalizzazione a cui veniamo sottoposti appena sbarcati in Europa?
– ai giornalisti di dare voce alle nostre storie oltre agli stereotipi e di denunciare le condizioni disumane in cui viaggiamo anche all’interno della stessa Europa.
L’accoglienza che ci aspettavamo dall’Europa l’abbiamo trovata nelle singole persone, non nei governi. Insieme ai fratelli e alle sorelle del presidio NoBorders rivendichiamo la libertà di movimento e l’apertura di ogni frontiera.”

All’alba di mercoledì 30 settembre, dodici camionette e 250 uomini in divisa, tra carabinieri e polizia, hanno dato inizio all’operazione di distruzione, saccheggio e sgombero del presidio. Un’ottantina di persone, tra migranti e solidali, ha trovato nuovamente rifugio sulla scogliera dove tutto è cominciato, altri sono invece stati portati via dalla polizia. Due ruspe e tre camion hanno letteralmente distrutto in sei ore un luogo di solidarietà costruito in oltre tre mesi.
Lo sgombero è avvenuto senza proporre una soluzione alternativa per le quasi duecento persone che lì avevano trovato rifugio. Hanno distrutto tutto ciò che di materiale il movimento NoBorder aveva costruito, ma non il cuore della lotta. I solidali restano con i migranti (parte dei quali è ora stipata nel centro della Croce Rossa di Ventimiglia, mentre altri sono stati deportati al CARA di Bari).
Questo si legge nel comunicato pubblicato sul blog del presidio dopo lo sgombero:

massa3“Resteremo uniti nella lotta finché “le soluzioni” pensate non portino all’apertura del confine. Distruggere le nostre cose, circondarci con centinaia di agenti e decine di blindati, non è una risposta al problema dell’abominio rappresentato dai respingimenti in frontiera. Oggi siamo più forti, più determinati e ancora più uniti. Chiamiamo con un appello internazionale chiunque sia convinto, assieme a noi, che la storia della lotta contro i confini sia solo all’inizio e che oggi, ancora più che ieri, sia il momento di gridare con tutte le nostre voci: WE ARE NOT GOING BACK!”

Gli attivisti del presidio hanno indetto una manifestazione internazionale domenica 4 ottobre che si è tenuta a Ventimiglia ma anche a Milano, Roma, Firenze, Bologna, Torino, Lampedusa, Helsinki, Parigi e altre città che hanno espresso la loro solidarietà. Ai migranti rinchiusi nel centro della Croce Rossa è stato impedito dalla polizia di partecipare alla manifestazione. La struttura che ha la presunzione di definirsi d’accoglienza si è così trasformata in poco tempo in una prigione.
E’ qui che gli attivisti portano avanti un’attività di monitoraggio ed informazione al fine di costruire con chi transita un’alternativa alla pressione dei passeur e all’ipocrisia dell’accoglienza istituzionale.

Per concludere, per quanto riguarda la mia personale esperienza, sono stata al presidio due volte. Prima di arrivare a Ventimiglia temevo di non avere abbastanza forza e “sfacciataggine” per riuscire a scherzare, ridere e sdrammatizzare con persone che stanno vivendo una vita e una situazione così tragica. Tutto il contrario. Appena arrivata sono stata travolta dalla positività, dai sorrisi, dalla simpatia, dalla forza d’animo e determinazione di questi ragazzi. Hanno viaggiato per mesi lungo il deserto lasciando alle spalle famiglia e fidanzate, hanno passato altri mesi nelle carceri libiche subendo torture, hanno attraversato il mare con la paura di morire lì dentro come molti loro fratelli e, nonostante questo, sono riusciti a trasmettermi più calore e speranza di qualsiasi altra persona mai incontrata. Non mi dilungo a descrivere la lezione d’umanità che ho ricevuto dai migranti che ho conosciuto perché non troverei mai le parole adatte per descriverla. Penso che per capire di cosa sto parlando e per far proprio tutto quello hanno da insegnarci l’unico modo sia conoscerli, prendere parte ad attività solidali o a movimenti come No Borders.
Hanno sgomberato il presidio, ma Ventimiglia esiste e resiste in tutti i luoghi d’Europa in cui cittadini e migranti non saranno disposti a piegarsi, ma lotteranno insieme per la libertà e il rispetto dei diritti di tutti gli uomini.
Siamo di fronte ad un fenomeno che ha una pesantissima rilevanza storica di cui, nel suo essere in atto, è difficile rendersi conto.
Come ha scritto Ida Dominijanni in un articolo pubblicato sull’Internazionale il 28 agosto, “C’è una sola cosa urgente da fare: aprire le frontiere, i cuori e soprattutto i cervelli”.

Ludovica Massa

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