Odyssey di Bob Wilson, opportunità o tradimento?

Dal 6 al 31 ottobre al teatro Strehler è possibile assistere ad “Odyssey”, spettacolo di Bob Wilson in scena ormai da anni e che ancora una volta viene replicato, visto il grande successo di pubblico.
Premetto che non sono un patito di teatro, ci vado poche volte all’anno, ma per uno spettacolo del genere ho aspettato tutta l’estate.
Mercoledì scorso, dunque, mi sono recato allo Strehler con mio padre e mia sorella … le aspettative erano altissime, non avevo sentito una sola recensione negativa, c’era perfino chi mi aveva detto che le “quattro ore” (in realtà tre) dello spettacolo passano come un lampo.

La rappresentazione è in greco moderno, con sovratitoli in inglese ed in italiano.
La cosa mi incuriosiva assai.
Devo dire che son rimasto deluso e ora vi spiegherò il perché.
Lo spettacolo segue puntualmente la trama omerica (salvo la Telemachia), partendo dall’eroe bloccato da Calipso su Ogigia, per arrivare al massacro dei Proci.

Note certamente positive sono le fantastiche scenografie, suggestive e imponenti (un esempio per tutti, l’episodio di Polifemo, da cui peraltro è tratta la locandina dello spettacolo: geniale la rappresentazione, fantastica la voce del mostro, sublimi effetti sonori); le musiche, bellissime, suonate dal vivo, con un pianoforte in sala, e le parti cantate; la prova in sé degli attori (sebbene si tratti di una rappresentazione più che altro di mimi e ballerini).
Ma al di là di ciò, molte altre cose, nella vera e propria narrazione, mi hanno lasciato assai perplesso.
Risultano infatti tralasciati alcuni snodi della vicenda che, per la loro enorme carica emotiva, commuovono qualsiasi appassionato di poesia (e non solo chi, come me, studente a suo tempo del liceo classico, abbia letto gli autentici versi omerici), tanto da rappresentare, nell’immaginario collettivo, momenti fondamentali non tanto dell’opera, ma della letteratura mondiale.

Faccio un primo esempio.
Si tratta di uno dei momenti più famosi, se non il più famoso, dell’opera: l’incontro tra l’eroe naufrago nella terra dei Feaci e la principessa Nausicaa, che se ne innamora a prima vista.
Nello spettacolo l’episodio è rappresentato come l’incontro tra una adolescente liceale americana, una sorta di cheerleader, e il figo del liceo, lei stupidina e lui forte e massiccio, che con il suo vigore la ammalia, facendole fare la gattina morta …
Ma siamo a soli 15 minuti dall’inizio e la speranza è ancora intatta.
Dunque ho aspettato e guardato.

E siamo arrivati al momento, uno dei più emozionanti di tutti, per il quale solo al ricordo mi viene la lacrima facile e faccio fatica a parlare, in cui Ulisse, presentatosi sotto falso nome presso la corte dei Feaci, si commuove sentendo L’aedo troiano cantare la caduta di Troia per mano sua ed è costretto a rivelare a tutti la sua identità.
Come si fa a tralasciare una scena del genere?
Semplice, nello spettacolo Odisseo si presenta subito al re Alcinoo come se stesso!

Ancora, è Arete, la regina dei Feaci, che racconta il giorno successivo le gesta dell’eroe alla figlia Nausicaa, che, essendo piccola e stupida, è stata mandata a letto come una bambina … anche qui viene persa tutta l’emozione del rapporto tra la giovane innamorata e l’eroe maturo, che è grato alla fanciulla ma che anela il rientro a casa.
Arriviamo poi ad un’altra parte, che pure ho mal digerito: la discesa negli inferi.
Qui Odisseo incontra l’indovino Tiresia, a cui chiede se mai riuscirà a tornare a casa, e scopre la morte della madre … ma si salta a piè pari l’incontro col compagno Elpenore (morto poco prima cadendo da un albero), con Achille e Agamennone, il quale avverte Odisseo di non fidarsi di nessuno nel ritorno a casa.

Erano davvero episodi (o parti di episodi) da saltare?
Tralasciando che la parte finale del racconto (da quando Odisseo torna in patria a quando finalmente libera il suo palazzo) dura un’eternità (più di un’ora) e ho rischiato davvero di addormentarmi, ci sono comunque due ulteriori episodi che, qui, mi hanno davvero un po’ irritato.
Euriclea, la dolce nutrice, che lavando i piedi al vecchio mendicante accolto in casa da Telemaco, riconosce in lui l’eroe dalla cicatrice sul ginocchio prodotta da un cinghiale durante una giovanile battuta di caccia, nello spettacolo, poverina, è ridotta ad una macchietta che sculetta e balla e urla.
Ma l’irrimediabile si era già compiuto da pochi minuti.
Si è infatti perso del tutto quello che, per qualsiasi amante di qualsiasi opera letteraria, rappresenta il punto apicale di ogni possibile emozione: l’episodio (appena precedente a quello di Euriclea) in cui Argo, il fedele cane compagno di caccia di Ulisse, muore dopo aver aspettato il suo padrone per 20 lunghi anni e dopo averlo, per primo, riconosciuto.
Ma come si può?

Insomma, mi è sembrato mancare totalmente il pathos … per tutto lo spettacolo ho avuto gli occhi pieni di meraviglie per la messa in scena, ma il cuore e l’anima privi di qualsiasi sussulto.
Il tutto, nella mia percezione, peraltro è un po’ avvilito anche da una recitazione a tratti burlesca, macchiettistica e stupidina, che trasforma lo spettacolo in una parodia del poema omerico, dove al pathos ed alle emozioni vengono preposte scenografia e recitazione da opera buffa.
Eppure, sarebbe bastato poco, pochi secondi per ciascuno dei passaggi su cui mi sono soffermato, per far riemergere suggestioni ed emozioni!

La delusione, alla fine, è stata tanta, non tanto per le aspettative dello spettacolo in sé, ma soprattutto perché, ahimè, quella che ho visto in scena era una Odissea priva di anima.
E se si priva l’Odissea dell’anima, cioè della moltitudine di emozioni senza tempo che essa è in grado di suscitare, restano allora sì, davvero, bellissime luci, bellissime musiche, bellissime scene … ma poco altro!
Un vero peccato.

Tommaso Frangini

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