The Tribe e la ripresa della silent era

Vorrei puntare i riflettori su The Tribe (2014), scritto e diretto da Miroslav Slaboshpitsky, poiché in Italia, come nel resto del mondo, è passato in sordina e non ha attirato una sufficiente attenzione.
Il lungometraggio si svolge all’interno di un degradato collegio ucraino per sordo-muti dove un neo-arrivato prova ad integrarsi all’interno della vita criminale degli altri studenti. Inizialmente è vittima dei soprusi dei suoi coetanei, ma con lo scorrere del tempo diventa parte integrante di un sistema di micro criminalità. Nell’intreccio il protagonista si innamora di una prostituta del collegio, la quale trascorre le notti zigzagando tra parcheggi di camionisti vendendo le sue grazie. Sarà poi lei stessa la causa dell’insanità mentale del protagonista.
The Tribe, per quanto riguarda l’aspetto tecnico, è stato filmato con l’imbattibile (tra le digitali) Arri Alexa, principalmente attraverso l’utilizzo di camere a mano, tracking shots e dollies. Grazie a questa dinamicità tecnica il film assume un energia travolgente, un non-stop di azioni che mantengono viva l’attenzione del pubblico per tutta la durata del film. Non c’è noia, non ci sono scene prevedibili e niente è gratuito. Sotto certi aspetti l’eccessivo dilungarsi di alcune scene possono mettere a dura prova la pazienza del pubblico (es. gli studenti che scendono per la lunga scalinata di un palazzo), ma generalmente questa critica è di bassa rilevanza all’interno del vasto contenuto del film.
Il pubblico segue la storia di studenti sordo-muti ucraini, i quali attraverso il solo linguaggio dei segni ucraino, ovviamente incomprensibile ai più, riescono a trasmettere con forte enfasi il significato dei loro pensieri e la rabbia delle loro emozioni.
Conseguentemente chi gioca il ruolo fondamentale è il Suono. Non c’è traccia di sottotitoli, voci, fuori campo o di una soundtrack. Tutto viene espresso solamente attraverso gesti, azioni ed emozioni. Ogni suono naturale come il movimento dei corpi, il fiato di rabbia che esce dalle loro bocche e i suoni naturali delle contusioni vengono rinforzati dall’assenza di musica in cui ogni suono emerge e colpisce l’udito.
The Tribe vuole porsi come una sfida al cinema contemporaneo, spesso sovraccaricato da un massiccio utilizzo di suoni e soundtracks. Utilizza come mezzo di espressione il silenzio, un elemento al giorno d’oggi raro e prezioso. Nel XXI secolo, quello che potrebbe essere definito ad oggi come il secolo della sovraccomunicazione a causa dell’avvento di social media (etc.), il film riporta l’audience ai primi film della silent era. Solo il 20% della comunicazione è verbale, tutto il resto è linguaggio del corpo; modellando questo concetto a misura di Tribe, ci si accorge come ci si senta sollevati dalla sovrabbondanza di parole, dove spesso battute superflue si sostituiscono al più che espressivo corpo umano.
Slaboshpitsky riporta il focus sulla bellezza di quest’arte alla sua forma primordiale quando il linguaggio delle immagini era universale. Porta sullo schermo un cinema che prende le distanze dalle convezioni cinematografiche contemporanee grazie alla forza del Suono allo stato puro. Come per The Artist (Oscar come miglior film nel 2011), The Tribe riprende parzialmente l’espressività di tutti i film precedenti a The Jazz Singer (1927) rielaborando il tutto in chiave moderna. Slaboshpitsky riesce a pieno nel suo intento di ricostruire un’universalità che spesso a causa di barriere linguistiche non si viene a creare, abbatte ogni barriera e parla a tutto il mondo.
Per poco più di due ore ci si immerge in un mondo fatto di un linguaggio sconosciuto che col passare del tempo diventa parte integrante del nostro mondo, del nostro nuovo linguaggio. Non c’è alcuna necessità di comprendere cosa si dicano realmente gli attori tra di loro, è unicamente necessario carpire il significato di autentiche emozioni.
Nel marasma dello sviluppo narrativo di ragazzi che hanno come fine unico il guadagno senza scrupoli di denaro, il film viene attraversato da una curiosa storia d’amore. La carnalità della relazione sessuale, trasportata attraverso sensuali riprese, emerge per la morbidezza nella scelta dei colori e per la temporanea tenerezza che intercorre tra il protagonista e la prostituta. Generalmente il film viene pervaso da un blu scuro, metaforicamente rappresentativo del sistema in cui vivono i personaggi, un colore che segue perfettamente la decadenza e la melanconia che pervade questo micro sistema autosufficiente dove le autorità sembrano inesistenti o incapaci di potersi imporre.
The Tribe è da considerare di estremo valore per la sua innovatività. Mostra come il cinema possa ridurre molteplici mezzi di comunicazione al mezzo più espressivo di tutti, sottolineando come un film possa essere allo stesso tempo minimale, dinamico e altamente espressivo.

Giovanni Busnach

One comment

  1. Come dico sempre io: meglio che certi film li vedano in pochi che tutti, perché sentiremmo di quelle bestemmie del tipo “che film noioso” o “film senza senso” da persone che sono abituati a guardare film come “fast and furious” questo è vero cinema.

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