Sulla sorte di Wisława medita un istante

Qui giace come virgola antiquata
l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata
dell’eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c’è niente
di queste poche rime, d’un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante

Questi versi, significativamente intitolati Epitaffio, compaiono nella raccolta poetica Sale, pubblicata nel 1962 dalla poetessa polacca Wislawa Symborska, insignita trentaquattro anni più tardi del Nobel per la Letteratura.
Humor, indipendenza, leggerezza e tonalità basse, come soffiate in sordina, quotidiane: sono queste le cifre stilistiche del suo stile pungente e ironico, capace di soffermarsi sulla realtà umana senza trascurare il contesto storico e di abbinare sempre un alto lirismo alla semplicità che le era propria.

800px-GrobowiecRodzinnyWisławySzymborskiej-POL,_KrakówWislawa Symborska è morta esattamente cinquant’anni dopo aver composto il suo Epitaffio; divenuta la più celebre poetessa del suo Paese, celebrata dai critici e apprezzata da un vasto pubblico internazionale, si è spenta a Cracovia, dove viveva fin dal 1931. Il suo piccolo appartamento in centro aveva ospitato fin dall’immediato dopoguerra intellettuali, letterati e tutti coloro che proprio in quegli anni si interrogavano sul futuro che si apriva per la Polonia dopo la brutale occupazione nazista.
Wislawa, appena diplomata e scampata lei stessa alla deportazione forzata, era allora studentessa di sociologia all’Università Jagellonica e osservava con curiosità il mondo nuovo che pian piano si dischiudeva davanti a lei; nata nella piccola città di Kòrnik, il suo sguardo di ragazza di provincia raramente si posava sui lutti del recente passato, ma si apriva sull’orizzonte degli eventi con una verve quasi profetica. Nel suo misticismo talvolta si faceva strada una malinconia densa di stupore, un sentimento ben esemplificato da questa poesia del ’45, per molto tempo inedita.

Un tempo sapevamo il mondo a menadito:
-era così piccolo da stare fra due mani,
così facile che per descriverlo bastava un sorriso,
semplice come l’eco di antiche verità nella preghiera.

La storia non accoglieva con squilli di fanfara:
ha gettato negli occhi sabbia sporca.
Davanti a noi strade lontane e cieche,
pozzi avvelenati, pane amaro.

Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo:
-è così grande da stare fra due mani,
così difficile che per descriverlo basta un sorriso,
strano come l’eco di antiche verità nella preghiera.

Scrivere è per il poeta l’atto attraverso cui esperire ed esprimere il mondo; percezione intima e dimensione esteriore si fondono in un mosaico di gnoseologie attonite ma scintillanti. Come già la penna di Montale dopo la carneficina della Grande Guerra, anche la sensibilità della Symborska si interrogava sui temi di Non chiederci la parola (Ossi di seppia, 1923).
La sua preoccupazione è in un certo senso anche politica, cioè tende alla trasfigurazione del reale attraverso la lente, privilegiata, della poesia. Chi leggeva le sue poesie, per lo più pubblicate su riviste e periodici, aveva quindi la possibilità di vivere un mondo a tratti diverso da quello grigio raccontato dalle radio e dagli altoparlanti; musa ispiratrice di queste prospettive ideali sono i giornali di cronaca, le conversazioni sentite per strada e tutto quello che componeva la quotidianità di un abitante del blocco sovietico negli anni ’50.
La semplicità di cui Wislawa si nutriva portava inevitabilmente ad un’elaborazione molto matura. Lei stessa definisce così il ruolo del poeta rispetto all’attualità:

osservando a distanza, cercando ed entrando in battaglia con la propria ignoranza, bisogna avere una propria opinione personale e scrivere di determinati atteggiamenti e del proprio verso il mondo e verso gli altri. questo è un fatto ma è meglio scrivere il meno possibile su questioni attuali su cui non si è ancora ragionato. […] Ogni poeta spera che la sua poesia sia letta e compresa il più a lungo e che resti necessaria. I poeti sperano anche che ci siano alcune poesie che non siano più d’attualità, quelle che parlano di odio di violenza e di tormenti che devastano paesi interi e il cuore umano

Molti dei suoi componimenti non hanno mai smesso di essere attuali proprio perché raccontano senza sovrastrutture e sofisticazioni la verità dell’essere umano, profondamente connessa con il suo presente. In Elogio dei sogni, ironica reductio ad absurdum del mondo onirico, la poetessa dichiara:

Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo.

esplicitando al tempo stesso la sua condizione e il desiderio impossibile di sfuggirvi.
In Figli dell’Epoca sottolinea invece, ma sempre a partire dai medesimi assunti, il dolore profondo e connaturato al vivere.

Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.
Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a un rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano
e i campi inselvatichivano
come in epoche remote
e meno politiche.

Una posizione del genere, benché formalmente aderente all’ideologia del Partito Socialista, si presta oggi ad essere letta in funzione di critica al regime comunista. In realtà la questione del credo politico della Symborska è controversa: nel 1949 la sua prima raccolta poetica fu censurata in quanto “non possedeva i requisiti socialisti”. Da allora l’assenso della poetessa al Partito fu costante, anche se probabilmente solo di facciata, tanto che nel ’52 un secondo volume fu approvato dalla censura di regime.
Ormai trentenne, Wislawa lavorò tra gli anni Sessanta e Settanta per la rivista Życie Literackie; qui diede testimonianza della gioia che, nonostante tutto, pervade la sua concezione della vita. Su quelle pagine si occupava infatti della sezione poetica rispondendo a lettere e commentando poesie in maniera ironica e divertente. Tenne anche una colonna di letture piena di allusioni, battute, e saggezza sui più disparati e frivoli argomenti: animali, lavoro a maglia, qualsiasi cosa fosse leggiadra e apparentemente disimpegnata. Nel frattempo il suo interesse per la grande Storia e per le piccole storie di tutti i giorni si concretizzava nella redazione di biografie famose e diari. Curiosamente non scrisse mai di letteratura.

L’immagine che abbiamo di Wislawa Szymborska è quella una donna di un fascino naturale e discreto con una personalità forte e indipendente; la sua visione affilata del mondo è come una lama e usa la sua intelligenza per affettare le situazioni più difficili della vita analizzando la realtà con tutte le sue follie, differenze e la sua profondità.

wisaawa-szymborska

Chi ha detto che la vita non debba essere triste? E’ meravigliosa solo di tanto in tanto: abbiamo momenti di ammirazione, momenti di pura felicità, ma la vita in sé è chiaro in che direzione vada. C’è una certa necessità di tristezza nella vita perché per vivere dobbiamo distruggere un’altra vita.

Le incertezze dell’uomo non trovano nessuna risposta assoluta in queste righe, né nel sorriso di quella vecchina asciutta e composta che le vergò nel secolo scorso. Era un essere umano come tanti, un esemplare raro a cui piaceva la poesia.

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.
Piace –
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.
La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

Giulio Bellotto e Valentina Villa

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