Sulla Biennale di Venezia, Parte 3: I Padiglioni Nazionali.

Come singole identità i Padiglioni nazionali si interrogano sui futuri del mondo ricreando nei loro spazi simboli, situazioni, scambi che rappresentano la loro previsione.
Se molti di essi destano estremo interesse come il Sudafrica, l’Olanda, il Nordico, la Gran Bretagna con la già immortale Sarah Lucas, la Serbia delle nazioni smembrate e il Giappone delle chiavi del mondo, quattro Padiglioni valgono da soli l’intero costo del biglietto: Francia, Israele, Singapore e Tuvalu.

Revolutions, Celeste Boursier-Mougenot, 2015

Revolutions, Celeste Boursier-Mougenot, 2015

Il Padiglione Francia presenta Revolutions di Celeste Boursier-Mougenot, un artista molto interessato all’interazione tra uomo e natura (per cogliere un assaggio della sua attitudine, qui il video). Sia all’interno che all’esterno del padiglione sono installati pini con radici e terra, gigantesche piante estratte e liberate dai loro vasi repressivi che si muovono lentamente grazie ad una macchina nascosta. L’ambiente è occupato da tre bassi gradini semicircolari che appaiono di cemento, ma che, in realtà, ospitano dolcemente l’osservatore, in quanto fatti di morbida gomma. Un profondo rumore di sottofondo accompagna l’oziosa contemplazione della natura che si sposta autonomamente. Nel Padiglione francese i futuri del mondo volgono alla sostenibilità, all’armonia cosmica tra naturale e artificiale abbracciata da un candido accecante: previsione quanto mai speranzosa e ottimistica, soprattutto se letta in relazione con le altre esibizioni.

Tsibi Geva di Archeology of the present

Tsibi Geva, Archeology of the Present, 2015.

Il Padiglione Israele è rivestito di copertoni d’auto, seconda pelle che introduce nell’ambiente rielaborato da Tsibi Geva col nome di Archeology of the Present: accumulazione di oggetti quotidiani, elementi architettonici e d’arredamento, oggetti contemporanei, ma già di un altro tempo, polverosi e arrugginiti, che compongono un’archeologia dei nostri giorni. Le biciclette malandate, le lavatrici, i televisori anni ’90, le scale e le finestre saranno i veri reperti studiati dall’uomo del futuro. Di fianco, in grandi tele caotiche e materiche, dominate dal vivido contrasto tra bianco e nero, emerge la figurazione umana, primitiva, a far da contraltare agli oggetti, come vere rappresentazioni rupestri.

Charles Lim Yi Yong, SEA STATE 6: phase 1, 2014

Charles Lim Yi Yong, SEA STATE 6: phase 1, 2014.

Il Padiglione Singapore riflette sulla condizione dello Stato, offrendone l’espressione nel SEA STATE di Charles Lim Yi Yong. L’isola che ha dato i natali all’artista è documentata nel suo rapporto con l’acqua, l’elemento per eccellenza in divenire. Questo rapporto è filtrato dalla sensibilità di Charles Lim Yi Yong che, da ex velista olimpionico, concentra nel mare tutta la sua attenzione. La stanza è un sistema eliocentrico di video-installazioni con un’enorme boa ricoperta di molluschi e di residui marini al centro, unico Sole immobile di questo padiglione. I corti raccontano la quotidianità del porto, la visione dell’artista a bordo della sua deriva, la sottrazione della terra al mare, l’ideazione di caverne sottomarine, andando a ricostruire l’ambiente di uno Stato al centro del fervido dibattito sull’uso delle risorse e sui mutamenti climatici. La gaia semplicità e l’estrema accuratezza delle narrazioni rendono il Padiglione di Singapore uno dei luoghi più affascinanti di questa 56a Biennale.

Vincent J.F. Huang, Crossing the Tide, 2015.

Vincent J.F. Huang, Crossing the Tide, 2015.

Correlato a quest’ultimo, merita una citazione anche il Padiglione Tuvalu: Crossing The Tide è l’installazione del taiwanese Vincent J.F. Huang. L’artista ricopre con uno strato d’acqua il padiglione e invita lo spettatore ad attraversare la superficie camminando su passerelle lievemente sommerse. L’esperienza è una metafora e un disperato urlo di denuncia della precaria condizione della nazione insulare. Il Tuvalu, infatti, è formato da una serie di isole che, a causa dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento delle acque, rischia di essere completamente sommerso. L’azione di Huang sensibilizza l’ignaro ad una situazione drammaticamente ingovernabile obbligandolo a vivere in prima persona, con leggerezza e poesia, il rischio dei 10.000 abitanti del Tuvalu.

Bernardo Follini

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