Sulla Biennale di Venezia, Parte 1: Le Corderie. La Combustione Latente dei mondi

Avventurarsi all’interno dei meandri delle Corderie nell’Arsenale, ogni due anni, è un’esperienza estremamente intima. L’uomo avanza sicuro, attraverso le molteplici stanze, osservando e impregnandosi di quella che è la sua contemporaneità.
Colui che entra nella Biennale vuole conoscere il mondo del suo tempo, per conoscere se stesso. Quest’uomo, varcando la porta della 56a esposizione, ha un’ulteriore pretesa, quella di scoprire i futuri del mondo nella visione del curatore, Okwui Enwezor.

Fin dalla prima stanza si intuisce l’orientamento che ha stabilito la presa di posizione del direttore di questa grande orchestra. Le Nymphéas del 2015 di Adel Abdessemed, cespugli di lame conficcate nel terreno, rivisitazione contemporanea del sacro soggetto di Monet, introducono all’ambiente in dialogo con 5 neon di Bruce Nauman. In questi si leggono perentorie parole chiave per cogliere il futuro previsto da Enwezor: “Guerra”, “Odio”, “Morte”, “Violenza”.
La mostra, per tutta la sua estensione attraverso lo spazio delle Corderie, è accompagnata da un memento di Philippe Parreno, 56 Flickering Lights, luci appese alle pareti che ci ricordano, per la durata della nostra discesa nel tristo avvenire dei mondi, che siamo ancora vivi.
Qiu Zhijie installa Jin Ling Chronicle Theater Project, (2010-2015), creando una stanza che evoca la casa del Sebastian di Blade Runner: stressante rumore di sottofondo, due palle di legno in continua rotazione, oggetti ambigui che nascondono la loro storia e luci artificiali che proiettano in un clima angosciante, in un futuro meccanico in cui domina ancora il ferro.

Latent Combustion Bonvicini

Monica Bonvicini, Latent Combustion

In una piccola sala Monica Bonvicini posa le sue la serie di Latent Combustion, (2015), seghe elettriche appese al soffitto come maiali al macello che sgocciolano il loro grasso nero. Bestie oscure che stanno scontando la pena della loro crudeltà o arnesi a riposo, fieri della loro anima tetra, in attesa del giusto momento per riattivarsi.

Katharina Grosse, Untitled Trumpet

Katharina Grosse, Untitled Trumpet

Katharina Grosse occupa la sua stanza con un’opera site-specific monumentale, Untitled Trumpet, (2015). Lo spazio è cosparso di una desolazione radioattiva. È l’esplosione del mondo globalizzato, dei colori della pubblicità. La Grosse rappresenta il cantiere contemporaneo crollato su se stesso, con i suoi calcinacci policromi e confusi che tentano di sorridere e perdurare nel loro buonismo, nel loro ottimismo e nella loro piattezza da colori primari, negando la loro disfatta. Sono le macerie del nostro mondo, le macerie del colorato mondo contemporaneo imploso.

Parallelamente all’esposizione, al di fuori dell’edificio, si estende Out of Bounds, (2014-15), di Ibrahim Mahama. Un corridoio a cielo aperto cosparso di sacchi di carbone e di iuta, sordide pezze ricucite insieme. L’opera può essere presa facilmente ad emblema della 56a esposizione, in quanto, senza giri di parole, racchiude l’idea dei futuri del mondo di Okwui Enwezor. Siamo pezzenti, cenciosi umani che hanno prosciugato ogni altra possibilità a loro concessa, subdoli sarti che ricoprono il mondo di stracci per non mostrare la sua anima marcia. Ma vi sono anche umili operai contemporanei, che riescono a riscoprire nell’artigianalità, nell’origine della nostra specie che risiede nell’Africa, lo spirito del futuro. Mahama ci suggerisce che è da lì che dobbiamo rincominciare.
Samson Kambalu si focalizza su una delle autorità teoriche sulle quali si fonda l’esposizione, il situazionismo. L’artista presenta Sanguinetti Breakout Area, lavoro sul compagno di Guy Debord esponendo fotografie e documenti che modifica con la tecnica del détournement, un mobilio per area da relax basato su Il gioco della Guerra di Debord, una vetrina e un murale di una lettera di Bill Brown a Sanguinetti. Ribaltando sui situazionisti le loro stesse tecniche, Kambalu ci chiede di non scordare quella loro militanza quotidiana da cui è nata la protesta del’68.
Verso la fine del locale, GLUKLYA/Natalia Pershina Yakinnanskaya eleva la politica contemporanea e, soprattutto, la sua contestazione, a momento di riflessione con Clothes for the demonstration against false election of Vladimir Putin, (2011-15). Nella stanza vicina si stagliano gli enormi ritratti di Baselitz capovolti, tetri e trascorsi, un passo indietro non necessario.
I futuri del mondo descritti nell’Arsenale sono ambasciatori di un pessimismo cosmico in cui la speranza non è mai contemplata.

1500

Oscar Murillo, frequencies (an archive, yet possibilities) http://frequenciesproject.net/#/canvas/541

Tuttavia un tenue barlume di possibilità, in realtà, esiste. Esso è coltivato dal lavoro di Oscar Murillo che dal 2013 ha elaborato un progetto che si focalizza sulla collaborazione con i bambini: frequencies (an archive, yet possibilities), consultabile su frequenciesproject.net . Murillo ha distribuito presso scuole in tutte le parti del mondo (Messico, Honduras, Brasile, Kenya, India, Nepal, Singapore), tele che sono state scarabocchiate e coperte con schizzi e disegni di bambini tra i 10 e i 16 anni. L’artista colombiano ha creato così una piccola mostra degli uomini del domani, dando un significato autentico al termine “contemporaneo”. Questi saranno i futuri del mondo.

La tesi di Enwezor è molto chiara: i futuri dei mondi sono i passati dei mondi. E per il curatore i passati dei mondi sono quelle immagini che Leeloo del Quinto Elemento scorre velocemente sul computer prima di scoppiare in un pianto esistenziale.

Uscendo dall’Arsenale ci si chiede se tutto ciò sia reale, tanto si è pervasi da un momentaneo giudizio che lega ad ogni visione l’aggettivo anacronistico. Ma tutto ciò non è anacronistico. La contemporaneità è semplicemente analizzata da un punto di vista differente, armato di categorie del pensiero non più dominanti, alle quale non siamo più abituati nel 2015. Il rispolvero di Marx, la ripresa di un’estetica sessantottina, l’attenzione verso gli spostamenti dei popoli, visti come singole anime sofferenti battono un altro sentiero nell’era del digitale. E grazie a ciò, grazie alla catarsi che raggiunge subendo fisicamente i dolori e i lamenti del mondo, l’uomo che esce dall’Arsenale ha in mano una nuova arma, la consapevolezza. Ad ognuno la libertà di farne ciò che meglio crede.

Bernardo Follini

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